Guido Guidi in Sardegna: 1974-2011. Courtesy MAN – Museo d’Arte Provincia di Nuoro

In teoria per uno scrittore non dovrebbe cambiare molto – nemmeno per un traduttore – questa cosa del Coronavirus ho deciso di prenderla come una sessione di lavoro un po’ più lunga (qui a casa gli cambiamo nome ogni giorno, perché la parola Coronavirus ormai ha finito per suonare antipatica). Senza viaggi in treno, reading in giro. Solo che poi, le poche volte che esci per strada, senti un silenzio preoccupante, o l’ululare delle ambulanze, e la sera ti sembra di girare a vuoto. Non è come scrivere con tutto il mondo attorno.

Viene in mente (lo stanno citando tutti, lo so) l’inizio del Decamerone e i protagonisti isolati a causa della peste. Cosa fanno? Si raccontano storie. È quello che prova a fare uno scrittore, raccontare storie e farsele raccontare. C’è di più nel Decamerone: quelle storie sono popolate di personaggi, figure vive piene di vizi, stratagemmi e passioni. Questo manca di più, i personaggi e le loro passioni. Perché non è vero che scrivere sia fatto di isolamento.

Così chiamo qualcuno, mi impegno in qualche videochat. Telefono al mio amico vignettista Petrella e gli chiedo com’è Roma in questo momento. Io sono chiuso a Piacenza, per fortuna la casa ha un terrazzo; il primo giorno di sole quasi primaverile, ho preso uno straccio e un secchio d’acqua e ho pulito il pavimento e il tavolo. Attività motoria per sostituire il nuoto. La mattina mi siedo lì fuori e leggo un libro intitolato Pasolini requiem, preso prima del blocco, probabilmente perché erano ottocento pagine di lettura.

Ho qualche pianta, l’annaffio, e il mio cane Hank mi segue da un vaso all’altro. Sui balconi dei vicini vedo spesso affacciarsi qualcuno. C’è un fumatore incallito. Porto la moka fuori e facciamo come la scena di Eduardo: gli spiego come faccio il caffè, col bussolotto di carta a coprire il beccuccio della caffettiera (una vecchia caffettiera napoletana) e lui mi spiega il suo rapporto col fumo. Il suo balcone non è molto vicino, ma possiamo parlare anche a bassa voce, tanto si sente.

Quando esco a portare fuori Hank, vedo ogni tanto delle persone allo sportello del bancomat accanto a casa, proprio dove ho il cancello d’ingresso. Ogni mattina, alle otto, mentre resto all’interno del cortile e lascio che Hank corra un po’, vedo un tizio con un cappello grigio che ritira dei soldi. È inglese, ma abita qui. Si chiama Ubald. Ritira ogni giorno.

Venti euro al giorno, mi dice. Per scandire la giornata. Si mette le banconote in tasca, le tiene tutte lì, sin dal primo giorno, un ciuffo di banconote che sporge dalla tasca come una pianta di cavolo azzurra. Ha la mascherina, ma capisco che ha i baffi. Abita nel palazzo accanto, ma non l’ho mai visto prima di questa epidemia. Parliamo sempre due o tre minuti, mi racconta che era un coreografo, adesso in pensione.

Il pomeriggio vado a recuperare un giornale o un fumetto. Dylan Dog non è più bello come un tempo, con Tex sono rimasto indietro, forse potrei riprendere con Julia. Mentre sto a qualche metro di distanza, l’edicolante cerca di convincermi a tornare a comprare Topolino. Dice che c’è una storia molto divertente sul numero di questa settimana. Così, alla fine, lo prendo. Mentre coi guanti bianchi afferro la copia, sorrido al pensiero che le mie mani ora sembrano davvero quelle di Topolino.

Ricordo che da piccolo, quando abitavo a Milano, andavo al cinema della Disney, il Nuovo Arti, e ogni tanto fuori ad accoglierti c’era qualcuno vestito da Paperino o Topolino. Non so perché, ma nei miei ricordi arrivavo al cinema dopo lunghe passeggiate a piedi ed era sempre estate. Quelle estati calde, in cui ti rifugiavi nel fresco di un cinema. Io e mio padre arrivavamo lì con le strade deserte, perché magari era luglio o agosto, e c’era poca gente, anche se qualcuno più di adesso. Quando uscivamo dalla proiezione, per andare a mangiare in qualche fast-food, che all’epoca mi sembrava una novità, già era ora di sera; l’aria era più fresca e la gente tornava a popolare le strade, almeno i pochi non partiti da Milano. C’era uno strano ronzio festoso nell’aria e tutte le luci erano accese, come in una palla magica.

Mentre torno a casa con la mia copia di Topolino, per un attimo ho l’impressione che sarà così. Finito di leggere la storia divertente di cui mi ha parlato l’edicolante, uscirò per l’ennesima passeggiata con Hank, sarà estate, tutte le luci saranno accese, la gente sarà per strada.