Harry Callahan. Peabody Found. Courtesy The Estate of Harry Callahan, Pace/MacGill Gallery, New York. On display at The Art Institute of Chicago – ‘Bauhaus Chicago. Design in the city’ until the 26th of April

L’assalto ai supermercati lo stavano facendo tutti: i razionali tedeschi, i compassati francesi, i potenti americani. Uguali, dappertutto, umani. Proprio ieri, un caro amico che vive a Tokyo mi raccontava che anche i serissimi giapponesi, hanno fatto sparire la carta igienica dai negozi e che online, per aggirare la legge che imponeva di non aumentare i prezzi delle mascherine, hanno escogitato di venderle a prezzo calmierato ma con spese di spedizione proibitive. ‘All’italiana’ avrei detto, prima di tutto questo delirio – ma come mi scrive il mio amico, All the world is village

Inutili atteggiamenti autolesionisti o denigratori. In momenti come questi occorre imparare dagli altri, non giudicarli. Imparare dai cinesi a capire come stanno contenendo l’espansione del virus. Imparare da noi italiani- per i paesi che ancora non hanno i numeri di positivi e di decessi che abbiamo noi, a comprendere come fare a fermare una nazione e a preservarne la salute. Imparare con umiltà, senza snobismi, prendendo sul serio persino gli attacchi immotivati di panico. Perché da questa crisi globale – crisi sanitaria, sociale, economica – dobbiamo uscirne tutti. Migliorati, immuni e solidali.

Alle prime avvisaglie dell’arrivo del coronavirus in Italia avevo un atteggiamento distaccato, come di chi guarda dall’alto l’affannarsi delle formiche sul pavimento. Quando, nel giro di un battito d’ali, d’improvviso, i miei concittadini milanesi hanno iniziato a prendere d’assalto i supermercati neppure fosse scoppiata la terza guerra mondiale, mi permettevo battute snob sull’infantilismo degli italiani – d’altronde l’avevamo inventato noi il melodramma, giusto? Tutto doveva essere esagerato, irrazionale, emotivo.

Spesso lo sguardo compassato è solo un’altra forma di autodifesa. Chissà come ci guardano all’estero, pensavo. Ché finché erano i cinesi quelli da prendere in giro era tutto più facile. Ora gli untori eravamo noi: l’anello debole di un Occidente presuntuoso troppo convinto che queste cose capitano sempre da altre parti. Non esistono ‘altre parti’ in un mondo globalizzato. I confini non hanno senso di fronte a un nemico che non ha forma, non ha volto.

Vedere svuotare la mia città. Milano non sta nei suoi monumenti, nei suoi parchi, nelle sue piazze. Milano è la frenesia del suo popolo, è il correre avanti e indietro, è le agende fitte di impegni, di incontri. Rallentare la produzione, proibire i contatti, chiudere le scuole, è stato uno shock. Come tutto questo precipitasse sulla tua vita, sulle tue abitudini, è stato il mio bagno d’umiltà.

È un bel dire che scrivere è un’attività solitaria – che io ero già predisposto al ‘telelavoro’. L’idea dello scrittore solitario, nel chiuso delle sue stanze, che non fa altro che vergare pagine mentre fuori infuria la bufera, può piacere a qualche romantico d’accatto, ma è finzione. Scrivere non è un’attività solitaria. Lo è forse in un dato momento, ma c’è una vita, c’è un mondo da frequentare se si vuole scrivere. La settimana dello scrittore ha momenti schizofrenici. Ci sono la solitudine, il raccoglimento, le ore passate davanti al computer, certo; ma ci sono anche i viaggi, gli incontri, le scuole, le conferenze. Ci sono le fiere, i saloni, le redazioni, le presentazioni dei libri, tuoi o di altri, nelle librerie, nei centri culturali, nelle carceri, nelle scuole.

Quando d’improvviso ti viene proibito tutto ciò senti come una ferita, un vuoto. Ti senti sbilanciato, asimmetrico. Per assurdo, proprio ora che in teoria ho più tempo per scrivere, scrivo di meno, con più difficoltà. Questo tempo ‘sospeso’ è un tempo che non passa, che non si mette a frutto. Le scolaresche, i lettori, i colleghi, gli editori, la gente comune, il bar dove fai colazione, le mostre, i teatri, il cinema, sono il cibo quotidiano, la pasta da modellare, il muro da scalare, la materia prima, rigenerante per ogni scrittore. Nessun artista opera da solo, anche il più solitario.