Sivia Lelli, Rudolf Nureyev, rehearsal, Teatro alla Scala, Milano, 1981. Courtesy Lelli e Masotti / 29 Arts in Progress gallery

Lo scorso 9 febbraio non si era ancora registrato il contagio da Coronavirus in Italia. La funzione religiosa della comunità cattolica cinese di Milano, che di solito si tiene alla chiesa della Santissima Trinità, era stata annullata. Un fedele era tornato da poco dalla Cina e si trovava a casa in quarantena precauzionale: il sacerdote che guida la comunità aveva deciso di sospendere la messa per solidarietà e cautela. Già da una settimana i circa duecento cinesi cattolici di Milano ogni sera pregavano per i malati di Coronavirus nel loro Paese d’origine – lo facevano via chat, sempre per precauzione. In quei giorni le messe in Italia continuavano a svolgersi normalmente. In Europa non c’erano ancora stati contagi da Coronavirus: gli unici ammalati erano stati infettati in Cina, rientrati con le misure di contenimento necessarie e in isolamento in un ospedale di Roma.

La settimana seguente una comunità cattolica italiana aveva organizzato una preghiera per i malati di Coronavirus nel mondo e aveva invitato anche la comunità cattolica cinese di Milano alla celebrazione. Ho partecipato alla serata per scrivere un articolo, in cui erano presenti una decina di fedeli di origine cinese, la maggior parte residenti in Italia da tempo, uno o due venuti per incontrare un caro e bloccati qui a causa dell’annullamento dei voli da e per la Cina. Nei due giorni seguenti ho avuto, alla sera, due linee di febbre, che attribuivo alla stanchezza e allo stress per il lavoro. Sono tornato nel mio paese natale, in provincia di Brescia, e mi sono messo in autoisolamento precauzionale. Il primo contagiato in Italia, a Lodi, è stato scoperto il 21 febbraio, da quel giorno il numero di contagiati è sempre aumentato, arrivando in meno di 20 giorni a oltre 12mila.

Domenica 8 marzo è stato il primo giorno di blocco per la regione Lombardia. Era una giornata di sole. Le norme non vietavano di uscire a fare una passeggiata sul fiume: bastava mantenere il metro e mezzo di distanza da tutti. Altri avevano avuto la stessa idea, ma la pista ciclabile era abbastanza larga da permettere a chiunque di mantenere le distanze. I volti non erano quelli che di solito si incontrano passeggiando all’aperto in una giornata assolata. I sorrisi che di solito ci si scambia tra sconosciuti erano sostituiti da sguardi, come preoccupati nel veder avvicinarsi qualcuno dalla direzione opposta. Nel momento dello scarto l’istinto era quello di oltrepassarsi con cautela, quasi in apnea, nonostante gli oltre due metri di distanza. Molte persone che ho incontrato indossavano la mascherina. In quella passeggiata, per la prima volta ho percepito l’altro come un pericolo e, cosa ancora più strana, ho percepito di essere io stesso un pericolo per gli altri.

L’8 marzo era il giorno in cui al Teatro della Scala doveva andare in scena la prima rappresentazione di Salome di Richard Strauss con la regia di Damiano Michieletto. Non si sa quando i teatri saranno riaperti e se e quando questo spettacolo sarà riproposto a Milano. Al contrario di altre rappresentazioni, il teatro è impossibile su uno schermo, perché esso funziona quando un pubblico presente e un palcoscenico vivo si incontrano. Potremo restare chiusi in casa per mesi, senza che ci manchi all’apparenza nulla: ci mancheranno solo le passeggiate, gli incontri e gli abbracci.