‘A Century in Flux’. On display at the Barjeel Art Foundation, Sharja, until the 30th of March

La casa è un bilocale di cinquanta metri quadri. Tutti devono lavorare – il bambino di due anni, da intrattenere. I genitori si scambiano su Facebook consigli per come gestire la prole. Il bambino in questione, il mio, è nato prematuro. Ha bisogno di terapie riabilitative. Dal Niguarda è arrivata la telefonata che aspettavo: sospensione di tutte le attività che non siano strettamente necessarie alla sopravvivenza. Niente fisioterapia, niente ippoterapia – e niente psicoterapia per la madre, ovvero io. Mi è stata proposta la videoseduta via skype – in diretta dal bilocale, un’orgia di riservatezza.

Si potrebbe giocare alla guerra, come quando eravamo bambini: noi siamo i buoni, voi i cattivi e ci lanciamo i sassi. In guerra, quando si vuole fare la resistenza, si fa quello che ora è proibito: ci si riunisce, si sta insieme, si va a cena fuori tra le macerie, si va al museo sotto le bombe, o al cinema sfidando l’allarme antiaereo. Ho appena finito di guardare i video della rivolta al carcere San Vittore di Milano – prima è toccato a Modena, a Frosinone, alla casa circondariale di Foggia e al carcere di Bari. A Poggioreale, Napoli, alla rivolta dei detenuti si è unita quella dei loro familiari che protestavano all’esterno della prigione. Mio padre è volontariato a San Vittore. Da settimane ha sospeso l’attività: ha paura di entrare in contatto con persone che vivono in strutture dove le norme igenico-sanitarie non sono una priorità. I detenuti protestano perché sono state sospese le visite dei parenti, oppure perché vogliono misure che prevengano il diffondersi del virus all’interno delle carceri. Protestano perché hanno paura, come tutti – a differenza di mio padre non possono scegliere di non andare in carcere per un po’.

La mail dal nido di mio figlio avvertiva della sospensione delle attività didattiche. Ho chiamato il mio compagno – è israeliano, in Israele è abituato a ben altri allarmi. Quando ha visto la gente con le mascherine ha iniziato a raccontarmi della guerra nel Golfo – aveva nove anni e girava come tutti con la maschera antigas sempre legata in vita (la sua l’aveva decorata con un fumetto). Siamo andati avanti, limitando gli impegni e le uscite con l’idea che in un paio di settimane tutto sarebbe tornato alla normalità. Elal, la compagnia aerea israeliana, ha bloccato i voli diretti con l’Italia e imposto la quarantena a chiunque arrivi dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia. Se succede qualcosa ai genitori del mio compagno – perché il virus c’è anche in Israele – io e mio figlio non potremmo partire. Il mio compagno si, ma dovrebbe fare il giro del mondo con scali in Ucraina o in Romania per poi mettersi in quarantena appena atterrato a Tel Aviv. Mia madre ha settantadue anni, ed è una sociologa. Vive a Roma, ma al momento si trova a Milano. Le chiedo se vuole tornare a casa. Italiana, cattolica per nascita e poi atea per scelta, si è da qualche anno convertita all’Islam. Il Profeta impone di non lasciare un luogo dove è in corso un’epidemia. Che poi non sarebbe partita comunque – da madre e da nonna non avrebbe lasciato la figlia e il nipote. Da sociologa non avrebbe lasciato il posto più discusso del momento. Sono giorni che scrive. Io faccio fatica anche a leggere, colpa del troppo silenzio.