Milano, Piazza Duomo. Image: Filippo Ferrarese

Sono da poco passate le nostre prime ventiquattro ore di lockdown e la giornata è filata via liscia. Tina si è svegliata alle 8.30, quindi tardi, ha giocato, abbiamo fatto colazione, ha rigiocato, ci siamo vestiti, siamo andati fuori in balcone a stendere una lavatrice e io ho persino finito e consegnato dei video che avevo in sospeso. Poi abbiamo pranzato, guardato un cartone (Sammy 2, la storia di una tartaruga), Mirko ha montato il cassettone del letto nuovo che le avevamo comprato prima di partire e abbiamo parlato al telefono con molti dei nostri amici: videochiamate ovviamente. Abbiamo guardato il telegiornale e in un attimo era ora di cena. Passato e mela per lei, solo passato per me, pasta aglio olio e peperoncino per Mirko. No, non sono a dieta, ho recuperato poco fa con latte e pan di stelle. Il frigo langue ma ci penseremo domani. Se fossero tutte così le prossime giornate – quante poi? Quindici? Ventuno? – sarebbe un sogno, ma temo che le cose andranno diversamente, presto saremo stanchi, annoiati, litigheremo e batteremo i piedi per terra. Fino a ieri ci è andata bene. Fino a ieri eravamo a Londra, dove scuole e negozi sono aperti, le metropolitane traboccano a qualunque ora, domeniche comprese, gli scoiattoli saltellano nei parchi e al momento quasi nessuno parla di fermarsi, anzi. Incoscienti? Gli inglesi, e noi anche – è difficile rinunciare alla libertà se nessuno te lo chiede, ordina, intima. Così come è difficile prendere sul serio da subito qualcosa che non si vede.

A fine febbraio, quando il Nord iniziava ad essere guardato con sospetto, sono scesa per lavoro a Lamezia Terme. Dovevo intervistare un sacerdote, presidente di una fondazione dedicata alla cura di gravi disabilità. Mentre ero all’aeroporto che aspettavo la macchina presa a noleggio per raggiungerlo, una telefonata mi avvisa che l’intervista l’avrei potuta fare rispettando le distanze di sicurezza, che avrei potuto appoggiare il microfono per terra – il sacerdote l’avrebbe preso per agganciarselo addosso, erano le disposizioni del direttore sanitario. All’inizio mi sono arrabbiata, qualcuno poteva impedirmi di fare il mio lavoro, dopo un viaggio iniziato tra l’altro alle cinque del mattino. Quando sono arrivata davanti al sacerdote l’ho salutato da lontano, gli ho sorriso e abbiamo mantenuto le distanze. È stata una dimostrazione di rispetto per lui, per il suo di lavoro che conta quanto, se non più del mio, e per tutte le persone di cui si occupa in una regione che fino a tre giorni fa aveva i letti di terapia intensiva già occupati dai pazienti ordinari e non ha le risorse per affrontare questa emergenza.

Pandemia è una parola che fa vagare la fantasia, suggerisci scenari, dà adito a teorie. Io, come faccio con Dio, sospendo il giudizio. Credo per chi crede, perché voglio che vivano e siano felici nell’aldilà e perché egoisticamente spero che così sarà anche per me, e rispetto le regole per chi potrebbe pagare care le conseguenze della mia leggerezza, sperando di non doverle pagare io stessa né nessuna delle persone che amo.

Prima di andare a letto, Tina ha dipinto con gli acquerelli una casetta di legno, un’opera iniziata prima della nostra partenza e che probabilmente vedrà il suo compimento domani al risveglio. Pucciava il pennello nel colore cantando a modo suo Hanno ucciso l’uomo ragno. Poi si è fermata e mi ha detto: «È bello essere a casa». Così, come se la città, fuori dalla finestra della sua camera, non fosse vuota e spaventata, come se gli aerei non avessero smesso di volare, come se le persone, negli ospedali, non stessero soffrendo. Così, come se fosse normale, essere a casa ed essere felici.