From the exhibition ‘Franco Fontana, Sintesi’. Courtesy MAV Fondazione Modena Arti Visive

Ari Ronchi, l’architettura di Piero Bottoni.

Il ‘distanziamento sociale’ e il ‘divieto di assembramento’ sembrano negare l’ideale comune di una giornata in riviera. Gli stabilimenti balneari hanno da pochi giorni ricevuto il permesso dal governo per i lavori di manutenzione, ma restano gli interrogativi. A risentirne saranno i turisti, elementi per definizione passeggeri, i villeggianti, elementi ricorrenti –  e i luoghi stessi, chi li abita. Chi ogni anno vede la trasformazione delle proprie vie, entrare a nuova vita, con il primo sole per scendere in spiaggia.

Rituali di un tempo scandito, ogni anno, dall’attesa di una stagione estiva che diventa metonimia del luogo stesso. Ci fermiamo lungo un tratto di costa, in Toscana, Lin fronte alle Apuane, presso le cave di marmo, in provincia di Massa e Carrara. Spiagge, pini marittimi, macchia mediterranea di lecci, umidità e rovi di more. Una folla fedele dall’inizio del secolo scorso vi si trasferisce per qualche mese, saturandola di suoni e colori. Mix di pop con un certo elitismo, riuscendo a creare un panorama sociale attivo.

Ai Ronchi – lo si indica al plurale, per abitudine. Qui, a inizio Novecento ci si poteva imbattere in D’Annunzio, Ungaretti, Calamandrei. A godere della pace, della frescura, dell’incontro tra la natura benevola e le costruzioni eleganti. La borghesia del tempo vi richiamò architetti per progettare residenze discrete e appartate. I Ronchi compaiono sui libri di storia dell’architettura moderna perché nel 1960 Aldo Rossi erige qui la sua prima opera, in collaborazione con Leonardo Ferrari. Una villa, situata in via dei Fichi, dalla volumetria articolata e totalmente bianca, con citazioni loosiane. Testimonianza della prima estetica di Rossi, ancora legata a una sfera mediterranea e lontana dal lessico più sperimentale che adotterà in seguito e che lo renderà noto a livello internazionale.

Aldo Rossi, villa a Ronchi

Villa in via dei Fichi, ai Ronchi – architettura di Aldo Rossi

Un altro nome dell’architettura italiana si lega ai Ronchi. Si tratta del milanese Piero Bottoni: architetto, urbanista, designer, artista, accademico e anche politico. Una figura del Ventesimo secolo difficile da rinchiudere in una sola disciplina. Risale agli anni Trenta il primo contatto lavorativo di Bottoni con i Ronchi. È chiamato nel 1941 a progettare Villa Ludolf, assieme a Mario Pucci. Una struttura di stampo razionalista, ma pensata in dialogo diretto con il verde del contesto paesaggistico versiliano. Il progetto non viene realizzato, ma stabilisce un legame fra l’architetto e il luogo. Realizzerà qui la sua casa di vacanza, anticipando la scelta del nord della Toscana da parte di tanti milanesi che vi hanno trovato la loro dimensione estiva.

Bottoni, in ambito accademico, rivolge particolare interesse alle case per vacanze. Una ricerca che lo impegna dai tardi anni Venti fino al periodo della guerra – il progetto della Villa Latina alla Triennale di Milano del 1930, le Quattro case per vacanze alla Triennale del 1933 e altre ville, case e dependance. Raccontare la Casetta nella Pineta ai Ronchi a Marina di Massa significa parlare di Bottoni da un punto di vista più intimo. A cominciare dal momento del progetto. L’anno è il 1945. La seconda guerra mondiale si è appena conclusa. La scelta dei Ronchi diviene una dichiarazione di pace per se stesso e per la sua famiglia. Accanto all’architetto c’è la prima, indimenticata, moglie: la scultrice polacca Stella Sas Korczynska. Il nome Stella resterà per sempre legato alla città di Milano. A lei è intitolato il Monte Stella, rilievo artificiale che si trova nella zona nord-ovest della città, costruito nel 1946 accumulando le macerie provocate dai bombardamenti delle forze angloamericane con altro materiale proveniente dalla demolizione degli ultimi tratti dei Bastioni. Un monumento contro la guerra, che Aldo Rossi definirà ‘una grande architettura’. Piero Bottoni, poco dopo, accanto a questa collina artificiale progetterà il QT8, quartiere sperimentale che verrà presentato alla Triennale del 1947.

Il Monte Stella rappresenta quella riflessione sul paesaggio che Bottoni inaugura già con l’ideazione di Villa Ludolf. A questa si aggiunge il lavoro sia progettuale che teorico che Bottoni conduce in maniera più generale sul concetto di insediamento residenziale, di cui va a esplorare le invenzioni tipologiche, gli arredi, le politiche di gestione di una costruzione. Si potrebbe definire Bottoni come uno dei primi architetti italiani a progettare in maniera ecosostenibile, preferendo l’uso di materiali poveri e possibilmente provenienti dal luogo stesso, primo elemento del suo approccio progettuale. L’ambito sociale di riferimento per Bottoni è quello del ceto medio, in linea con i suoi principi politici democratici, ai quali mai rinuncerà. L’adesione al Partito Comunista Italiano nel maggio 1943 gli causerà difficoltà, soprattutto in ambito accademico. Ambisce ad assicurare una casa per le vacanze a tutti i lavoratori, senza abbassare la qualità formale degli insediamenti e valorizzando il paesaggio.

Monte Stella Milano

Milano, Monte Stella, 1960s

Nonostante il progettista sia ancora giovane quando la realizza, la Casetta nella Pineta ai Ronchi rappresenta un risultato maturo della sua carriera. Questo piccolo edificio è deriva da un’altra sua opera – il progetto, non realizzato, della Casa ideale su palafitte del 1942, probabilmente sollecitato dal concorso per la casa ideale indetto dalla rivista Domus in quell’anno. Dal punto di vista tecnico, l’opera era concepita come un open-space interamente in legno, ad eccezione di tubolari in acciaio di sostegno, con la struttura ben in vista, in linea con gli ideali funzionalisti. In questo primo progetto si possono vedere condensati gli esercizi sul risparmio di spazio di matrice futurista che Bottoni aveva condotto al Politecnico di Milano. Essendo un’ideazione nata durante il dramma del periodo bellico, si voleva dare un senso all’abitare: la vita sospesa sulle palafitte esprime il distacco dalla contingenza. 

La Casetta nella Pineta ne rappresenta un’evoluzione. La volontà, ora, nel dopoguerra, è di riaprirsi a una rinascita, a una nuova fase della storia dell’umanità. Questa costruzione sorge a circa duecento metri dal mare, immersa in un bosco di pini e lecci, in un terreno che misura circa mille metri quadrati. Le dimensioni dell’ingombro complessivo crescono leggermente, arrivando a 6,60×5,00 metri. L’articolazione dello spazio interno si basa sulla centralità di un volume multiuso a seconda dei momenti della giornata. Concepito come un pensatoio, come un guscio di isolamento e contemplazione.

La Casetta nella Pineta Piero Bottoni

Casetta nella Pineta, architettura di Piero Bottoni

Due muri paralleli in pietrame di fiume a vista, in corrispondenza dei lati più lunghi, costituiscono la struttura portante e racchiudono il volume abitabile che invece risulta aperto sugli altri due lati. Al piano terra, un vano a giorno, dallo stesso Bottoni definito ‘soggiorno aperto-coperto’, può funzionare come living esterno o come riparo per una piccola automobile del tipo della Fiat 500 Topolino con cui viaggiava. Da qui si accede, attraverso un disimpegno, a un piccolo bagno e a una camera dotata di due letti a castello e di armadio a muro. Il piano superiore, raggiungibile tramite una scala esterna dai gradini di pietra a sbalzo formati dalla sola pedata incastrata nella muratura, contiene il soggiorno-letto, la cucina, il bagno, lo spogliatoio-guardaroba. I materiali sono ancora una volta naturali, con la scelta principale della pietra (anacronistica in anni in cui il cemento armato cominciava largamente a diffondersi), abbinata al legno di abete Douglas per i serramenti e per rivestire alcune porzioni di muratura. Le superfici intonacate sono ridotte al minimo. La trasparenza del vetro si ritrova nella facciata principale, sul verde, e nella parete in vetrocemento sormontata da finestre apribili, orientata sul retro.

Bottoni rimarrà in possesso di questa casetta per poco più di dieci anni, abitandola saltuariamente nei rari momenti di pausa. La utilizzerà poco. Già all’inizio del 1949 pensa di venderla. Un possibile acquirente è Adriano Olivetti al quale, indicando un prezzo di 2.700.000 lire, scrive: ‘Venuto meno un programma di vasti lavori, di cui buona parte avrebbero dovuto essere i vostri, e che giustificavano la necessità di una residenza in luogo – cioè presso lo stabilimento Olivetti Synthesis di Apuania realizzato nella prima metà degli anni Quaranta su progetto dello stesso Bottoni (ndr) – il possederla è diventato un lusso’. In realtà, di lì a poco Bottoni verrà incaricato di progettare i servizi sociali dello stabilimento e l’ampliamento delle officine. Tali lavori lo impegneranno per diversi anni, ma Bottoni smetterà di vivere questo spazio nel 1956, anno in cui muore la moglie Stella. A questo punto vorrà allontanarsi del tutto da questo scrigno, voltare pagina. Cercando di convincere un acquirente fornirà persino un progetto di possibile ampliamento. In tale maniera si dichiarava pronto a tradire lo spirito monacale originario di un’opera caratterizzata da un minimalismo che, alle soglie del boom economico, era già fuori dalle nuove esigenze dell’abitare.

La casetta non ha mai subito ampliamenti. È rimasta nascosta e solitaria ancora oggi, protetta dalla pineta che la circonda. Simbolicamente, le prossime vacanze forse le assomiglieranno. Il dover rinunciare a certe forme di socialità ricorrenti di certo ci spingerà a cercare spaccati più discreti. Questo non può che instaurare un nuovo confronto con i luoghi e con i paesaggi, negli ultimi anni troppo spesso sopraffatti e abusati. Occorre trovare nuove forme di rispetto, senza dover rinunciare necessariamente al divertimento e a una fondamentale forma sociale. Ci rimarrà, si spera, la consapevolezza che la bellezza non è una invenzione dell’uomo, ma che prima di tutto viene dalla natura.


Nato a Milano nel 1903, Piero Bottoni si laurea in architettura al Politecnico della sua città nel 1926, frequentando parallelamente gli ambienti dell’Accademia di Brera. Studi eterogenei lo spingono a sperimentare più campi della trasformazione dell’ambiente fisico: dalla composizione architettonica all’urbanistica, dal product design all’architettura d’interni, mantenendo un legame con altre arti – pittura, grafica, fotografia e cinema. Si distingue fra i protagonisti del Razionalismo italiano e, nel successivo dopoguerra, della sua stessa revisione critica. Appena laureato, è chiamato da Giovanni Muzio a collaborare al suo corso nella Facoltà di Architettura, dal quale viene tuttavia allontanato, per motivi politici, la prima volta nel 1927 e ancora nel 1937. Partecipa alle Esposizioni di Architettura Razionale a Roma nel 1928 e nel 1931 e rappresenta l’Italia, dal 1929 al 1949, ai Congressi Internazionali di Architettura Moderna. È fra i redattori, nel 1933, della Carta di Atene, manifesto assoluto dell’urbanistica razionalista. Nello stesso periodo è tra i promotori della rivista Quadrante e membro del consiglio direttivo della rivista Metron. È tra gli autori di un piano che ha segnato la storia dell’urbanistica italiana: il Piano della Valle d’Aosta, promosso da Adriano Olivetti nel 1936. Convinto dei suoi principi radicali aderisce dal 1943 al Partito Comunista Italiano ed è poco dopo nominato membro della Consulta Nazionale. Dal 1956 al 1964 accetta la carica di consigliere del comune di Milano, sempre eletto nelle liste del PCI.

È un periodo di impegno istituzionale – nel 1953 diviene membro del Consiglio dell’Istituto Nazionale di Urbanistica – e accademico, che vede il ritorno al Politecnico di Milano. Prima come libero docente in urbanistica e, dal 1964, in qualità di professore incaricato di allestimento e museografia. Nel frattempo, dal 1954 al 1965, insegna Tecnica urbanistica alla Facoltà di Ingegneria di Trieste. Dal 1967 diviene professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano. Mantiene tale insegnamento fino alla sospensione disciplinare di tutti i docenti del Consiglio di Facoltà di Architettura, ordinata nel 1971 da Riccardo Misasi, allora Ministro della Pubblica Istruzione, contro la sperimentazione didattica in atto al Politecnico.

Muore a Milano nel 1973, senza aver più potuto riprendere l’amata attività di insegnamento.