Roger Corona, Kristine

Avere parecchie ore per fissare il soffitto può farti pensare di essere ancora innamorato dell’ultima persona che hai amato, o della prima, o dell’unica. Mi ossessiono ripercorrendo gli ultimi spasmi della mia ultima relazione, mi addormento sperando che in sogno mi si schiariscano le idee. Mi sembra di vederti, sul divano, mentre leggi una vecchia rivista. Cos’ha distrutto la nostra storia – la distanza, gli impegni? Mi manchi perché mi annoio, perché mi sento solo – o ti amo ancora? 

Ti amo, torno a casa con te / Milano, torno a casa con te. Ornella Vanoni canta nelle cuffie e mi asciugo la fronte, lasciandomi cadere sul sedile. L’ultima Freccia Bologna-Milano di domenica 23 Febbraio. Il panico di chi è corso in stazione dopo la fuga di notizie sul decreto che isolava la Lombardia non l’ho giudicato, ho avuto la stessa sensazione di terrore qualche settimana prima, quando Attilio Fontana già pensava di isolare la regione e le università emiliane erano chiuse. Non mi sono accorto di esser stato così avventato fino a quando non mi sono specchiato nel finestrino del treno. Mi sono accorto solo allora che la paura di non poter tornare a casa mi aveva fatto correre trascinando la valigia per due chilometri. Il panico non si controlla, il corpo ti spinge al riparo senza rendersene conto. Che non ero salvo l’ho capito nelle ultime settimane, non poter vedere chi ami è ancora più disturbante se a dividere sono pochi chilometri.

Nei mesi passati un cactus si è ammalato e la polvere ha coperto le pile di libri in camera. Dev’essere successo qualcosa alla caldaia, i caloriferi fanno rumori strani. La mattina decido di non seguire i consigli degli esperti che raccomandano di vestirsi di tutto punto per lavorare da casa. Mi trascino dal letto alla scrivania, in pigiama, controllo la posta sul pc e cerco di capire cosa c’è da fare. La giornata passa svelta, per alcune ore mi scordo anche di essere intrappolato in casa. Il sole aiuta, così come le sigarette sul terrazzino seduto in bilico sui gradini della scala di ferro. In una pausa meditativa ho scoperto che come il cactus anche le piante sul terrazzo sono morte. Mi sono sentito in colpa, ho preso coraggio e le ho buttate. Vederle nel cestino dell’umido mi ha impressionato. Mi sembra che nonostante il cielo azzurro, nonostante questo silenzio tutto stia cambiando. 

Vivo solo da quando ho diciannove anni, in un bilocale alle porte di Milano. Ho passato mesi a riempire i miei pochi metri quadrati, eccitato dalla possibilità di creare uno spazio solo mio. Non è passato molto prima che il mio piccolo appartamento diventasse un mausoleo. Mai avrei pensato che sarebbe arrivato il giorno in cui io, accumulatore seriale di biglietti, fotografie, scontrini e quadretti, sarei stato vittima delle mie pareti. Sono scappato da Bologna per la paura di rimanere in una casa in cui vivo da poco, per paura di soffrire di solitudine in una stanza vuota e mi ritrovo nel cimitero dei ricordi. Non c’è oggetto che non mi riporti alla mente qualcuno che non posso vedere. Qui, non succede nulla, c’è solo poca allegria per aria, non basta più un bicchiere di vino a migliorare una giornata, non basta riguardarsi nelle vecchie foto sorridenti al mare per stare un po’ meglio. Faccio quello devo, lavoricchio al pc, e il resto del tempo spero di non perdermi per aria. Dovrei allestire la camera oscura in bagno, dovrei svuotare alcuni cassetti, dovrei leggere dei libri noiosi. Non mi va di fare nulla. L’altra sera ho rivisto La Dolce Vita, non mi è piaciuto, e pensare che fino al giorno prima era uno dei miei film preferiti.