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Text Sara Kaufman

È il 10 settembre del 2004 quando al numero diciassette di Dover Street, Londra, trova luogo un’idea di Rei Kawakubo e del suo socio, compagno di vita e traduttore ufficiale Adrian Joffe. L’edificio è un esempio di architettura brutalista, tra il 1950 e il 1968 era la sede dell’Institute of Contemporary Arts: vi furono esposti Francis Bacon, Lucian Freud, Pablo Picasso e Jackson Pollock. Oggi a Dover Street ci sono Victoria Beckham, Acne, Louboutin e Jimmy Choo – ma non c’è più il Dover Street Market che Kawakubo ha trasferito a Haymarket in una via parallela a Lower Regent Street, parte del distretto dei teatri di Londra (l’affitto in Dover Street era aumentato del 200%).

Rei Kawakubo nasce nel 1942 a Tokyo. Studia arte e letteratura alla Keio University, inizia a lavorare in pubblicità per l’azienda tessile Ashai Kasei – e poi come stylist a partire dal 1967. A ventisette anni apre il suo marchio di abbigliamento: lo chiama Comme des Garçons, ‘come i ragazzi’, in francese, senza apparente ragione se non l’apprezzamento per il suono della combinazione di parole. Negli anni successivi definisce la sua estetica rivoluzionando i volumi ed elevando il nero a colore della creatività per definizione. Quando debutta a Parigi nel 1981 ha già un gruppo di adepti, chiamati Corvi, coi quali comunica attraverso la potenza visiva della rivista Six. La sua Apocalisse in nero sconvolge l’Europa. Oggi Kawakubo è un’imprenditrice: diciotto marchi sotto l’etichetta CDG, un fatturato annuale di circa 300 milioni di dollari, 35% dei quali proveniente da Dover Street Market.

Dover Street Market si sviluppa secondo le regole dei mercati rionali: libertà di azione purché non si disturbino i vicini. Comme des Garçons si stabilisce al piano terra e invita altri a occupare le restanti aree. Il risultato viene descritto da Kawakubo come bellissimo caos, in una delle rare interviste che ha rilasciato, su Dazed nel 2004. Tutto è mescolato con tutto, in linea con lo spirito anarco-punk della sua ideatrice. Gli artisti si accavallano in un calderone confusionario ma coerente. Se inizialmente il mondo impallidisce, nel 2007 Vogue definisce DSM Il miglior negozio del mondo. Tutto quello che viene proposto si basa su una visione estetica: come per i suoi vestiti, Kawakubo vende un’idea, non un prodotto. Le prime collaborazioni sono con Raf Simons, Hedi Slimane, Alber Elbaz e Azzedine Alaïa. Nel 2009 arriva Phoebe Philo. Seguono JW Anderson, Vetements e Simone Rocha. Tra gli ultimi arrivati c’è Gosha Rubchinskiy.

Il termine Concept Store – che definisce DSM – viene coniato da Francesco Morace per 10 Corso Como. Associare il bellissimo caos ai gelsomini e al Feng Shui del negozio milanese sembra assurdo, ma il rapporto tra Carla Sozzani (fondatrice di 10 Corso Como) e Kawakubo si perde nella notte dei tempi. Influenzata dalla sorella Franca, nel 1990 Carla inserisce Comme des Garçons tra i primissimi marchi di 10 Corso Como, insieme a un Alaïa ancora sconosciuto in Italia, alla prima collezione donna di Prada e a Margiela. Nel 2002, 10 Corso Como apre a Tokyo in collaborazione con CDG: tutto, dalla moda al design e all’arte viene scelto e realizzato da Carla Sozzani insieme a Rei Kawakubo – solitamente entrambe vestite di nero.

Oggi DSM conta sei sedi. All’apertura di Londra nel 2004 seguono Tokyo (2012), New York (2013), Singapore (2017), Pechino e Los Angeles (entrambe 2018). Business of Fashion ne riporta un’imminente apertura a Parigi dedicata al beauty. Tutti oggi vogliono aprire a Tokyo, ma Kawakubo aspetta ben otto anni prima di tornare nella sua città natale.

Il DSM di Tokyo si trova a Ginza, quartiere noto per il lusso più conservatore, dove hanno sede anche la Armani Ginza Tower appena rinnovata e la Bvlgari Tower. Nonostante i dubbi su come il mercato giapponese avrebbe potuto accogliere il caos, Kawakubo si preoccupa di come ricreare l’ambiente del DSM in un edificio del 1946 che odora di uffici e burocrazia. La soluzione sta nell’intervento di dieci artisti che rompono i confini tra galleria d’arte e negozio. All’interno dell’ala ovest del Ginza Komatsu (l’ala est è occupata da Uniqlo), si installano pian piano Balenciaga, Sacai, un distributore di magliette, i giganteschi insetti di Michael Howells e un elefante.

L’elefante, in particolare, arriva insieme a Louis Vuitton e dà vita alla Elephant Room, una stanza che cambia faccia in base a chi se ne appropria. Qui si avvicendano Craig Green, Moncler, Burberry, Prada e Fornasetti. Nel 2015 Alessandro Michele tappezza stanza ed elefante con la stampa floreale del GG Blossom. L’anno successivo porta le farfalle, le coccinelle e i serpenti del Gucci Garden. La sinergia tra Gucci e il DSM nasce, oltre che per ragioni commerciali, dall’ascendente di Kawakubo su Alessandro Michele. Se Raf Simons e Ann Demeulemeester attingono dalle creazioni della stilista, Michele si lascia ispirare dal suo universo culturale: nomina sue muse Roland Barthes e Walter Benjamin, collabora con l’androgina performer Silvia Calderoni e con Zumi Rosow e dedica una mostra a Leo De Berardinis. L’anima da bazar di DSM gli concede di creare capsule informali, sceglie la sede di New York per il lancio di Disturbia – il libro realizzato da Schlesinger nel 2018 con gli scatti della pre-collezione autunnale – e lo inserisce nell’elenco dei distributori di Dapper Dan’s Harlem, il viaggio fotografico di Ari Marcopolous nella Harlem di Dapper Dan pubblicato da Gucci. Nel 2018 i due marchi realizzano insieme una borsa che mischia lo stile decorativo di Gucci con l’approccio eclettico di Rei Kawakubo.

Se la Ginza di Valentino, di Fendi, dei diamanti, delle ostriche e del Veuve Clicquot deve ancora riprendersi dall’arrivo del Dover Street Market, l’impatto sul mercato nipponico dimostra che Joffe e Kawakubo avevano ragione: Tokyo era pronta.


doverstreetmarket.com