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Text Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Intervista all’archistar Stefano Boeri, curatore di Milano Arch Week.
Il suo lavoro spazia dalle visioni urbane alla progettazione di architetture e aree aperte con una costante attenzione alle implicazioni geopolitiche e ambientali dei fenomeni urbani.

 

Il verde sviluppato in verticale. Secondo lei basta questo per risolvere l’eccessivo inurbamento? E’ soltanto un palliativo o potrebbe essere un punto di riferimento per il futuro?

«Al fine di intervenire in modo significativo sulle grandi questioni del cambiamento del clima è necessario l’aumento delle superfici vegetali nella città. Gli alberi, in generale il verde, hanno una grandissima capacità di assorbimento della CO2. Di cui il 70%, che è presente nell’atmosfera, è la principale causa del cambiamento climatico ed è prodotto dalle città. Mentre le grandi foreste del pianeta che ogni anno perdono quasi il 5% a causa di un processo graduale di erosione ne assorbono il 35/40%. L’obiettivo dei prossimi anni è di portare il verde, gli alberi, i boschi dentro le città.

Credo che in futuro bisognerà parlare di città che crescono in altezza. Non solo di sviluppo del verde in orizzontale attraverso parchi, giardini, colline e prati. È doveroso anche ragionare su architetture che abbiano il verde come una loro componente essenziale. In questo caso, non si tratta più di mettere del verde per abbellire le facciate, ma di utilizzarlo in qualità di architettura che sviluppa il mondo biologico e vegetale.

Il bosco verticale di Milano ha 21mila piante e 800 alberi, ovvero l’equivalente di 2 ettari di bosco pari a 20.000 metri quadri. Se poi aggiungiamo anche gli arbusti arriviamo circa a 3 ettari, che su una superficie di terreno di 2.000 metri quadri è l’equivalente di un bosco di 30.000 metri quadri.

Avere delle architetture verdi in altezza significa portare dentro alle città l’equivalente di grandi superfici boschive, quindi dare un contributo enorme alla situazione del cambiamento climatico. Gli alberi, il verde e le foglie producono ossigeno e assorbono CO2 e le polveri sottili del traffico che sono quelle più dannose all’inquinamento».

Qual è stato il suo primo progetto pubblico?

«Una centrale geotermica per l’Enel a Bagnore, sul monte Bianco. È stato un tentativo di trasformare l’impianto di una centrale in un’architettura che avesse minor impatto visivo possibile sul contesto circostante, cercando di dargli una dignità architettonica e di migliorare la sua presenza nel paesaggio toscano».

Citta e civiltà derivano dalla stessa parola. Così come anche politica e città. Qual è l’aspetto politico del suo mestiere?

«Sia architettura che politica modificano lo spazio. Entrambe sono discipline che si occupano di cambiare spazi abitati e quindi da questo punto di vista hanno delle grandi affinità. C’è una dimensione politica intrinseca all’architettura, poiché essa si occupa del bene collettivo e di intervenire su spazi che riguardano un’intera comunità. Così come nella visione politica c’è una direzione architettonica, considerato che anche le politiche più astratte del territorio, le politiche sul bilancio e sull’architettura determinano dei cambiamenti dello spazio fisico».

Ha appena ricevuto un importante incarico da Vasco Errani, il Commissario alla ricostruzione delle aree terremotate: ripopolare un territorio cancellato dalle mappe come Amatrice. Crede che le periferie debbano essere ricostruite com’erano oppure in un modo in cui moderno e antico coesistono? 

«La mia sarà una consulenza. La priorità nonché la grande sfida resta la sicurezza. Se per ottenerla sarà necessario costruire ex novo oppure aggiungere degli elementi di contemporaneità, poco importa. Un occhio di riguardo sarà comunque riservato a quella che era la posizione dei monumenti artistici simbolo della comunità».

Da cosa nasce la sua ispirazione come architetto? e la sua passione per il verde?

«Mia madre è una designer – architetto. Non ho mai lavorato con lei ma è da lei che ho imparato tutto – attraverso la sua vita, le sue relazioni, i suoi lavori. Ho sempre vissuto l’architettura come una grande corrente che mi attraeva e attrae a lei. La passione per il verde deriva da ricordi di quand’ero bambino. Dai romanzi che ho letto, come il Barone Rampante di Gaudino. Dal lavoro fatto da Joseph Beuys a Documenta VII nel 1982. Dalla canzone di Celentano Un’Albero di trenta piani. E dall’amore per i boschi e per gli affreschi».

Milano Arch Week: come nasce e con quali obiettivi?

«Da un lato vuole raccontare come Milano sia diventata una delle capitali mondiali dell’architettura. Negli ultimi anni sono state fatte opere molto importanti e non a caso tutti gli architetti più interessanti del mondo oggi lavorano a Milano. Dall’altro vuole essere anche un modo per portare in città studi, progettazioni, architetti e designer».

Images courtesy of Press Office.
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