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Text Angelica Carrara
@misscarrieangie

Camice bianco, coppola e occhialetti tondi. Macchina fotografica in mano. Antonio Guccione stava componendo un tableaux vivant con i campioni della squadra locale di hockey sul ghiaccio nella vetrina di Franz Kraler. Indirizzo: Corso Italia 76, Cortina. Nuovo indirizzo dedicato alla moda maschile, dove, tra abiti e accessori ha inaugurato la mostra Fashion and Faces – Moda vs Arte, con le opere del fotografo. Lo abbiamo incontrato lì, in attesa di vedere la sua prossima esposizione a Milano, nel 2018 a Palazzo Reale.

Con cosa fotografi?
«Con tutto. Da una 2025 a una digitale».

E con il cellulare?
«Faccio fatica. Non per snobismo e nemmeno per il mezzo. Si può fotografare anche con una scatola di scarpe con il buco dentro». 

La fortuna di lavorare negli anni Ottanta.
«Quando lo vivi è solo un fatto: Milano era il centro del mondo dove Richard Avedon e Irving Penn venivano a lavorare al Superstudio. Non c’erano redattrici con la valigia che andavano a Parigi o a New York per scattare un servizio speciale. Lo ‘speciale’ succedeva a Milano».

E poi?
«Un crollo. Graduale, mai identificato. Moda e politica non erano in sintonia. All’inizio tutti sfilavano insieme in fiera, fino alla disgregazione. Era il gioco che aspettavano Francia e Stati Uniti per entrare in scena».

Versace, Ferrè, Moschino. Parlami di loro.
«Persone semplici. Nessuno di loro si è mai rivelato un alieno. Forse Iman era diversa. Del resto David Bowie se l’era sposata».

Andiamo con ordine.
«Gianfranco Ferrè aveva un difetto: si assentava dal set per correre dietro alle quinte dove c’era una torta. Franco Moschino era un pazzo. Ha voluto una donna cowboy come sfondo del suo ritratto. Fu uno dei primi a rasarsi a zero per mettere in mostra dove nasce tutto. Gianni Versace era mistico. Grazie a lui le mie prime campagne, i lavori per Vogue Italia. Gianni aveva quel qualcosa in più. Una sfumatura non troppo condivisa, che trovava una specie di disagio, come succede alle cose uniche».

Una pausa dalla moda, nel 2008.
«Sentivo il bisogno di prendere l’iniziativa, per lavorare in modo artistico mi serve carta bianca. Nessuno che mi dica cosa devo fare».

Questo è un lusso.
«I risultati sono quello che sono perché i fotografi sono al servizio di qualcuno. Non ci sono fotografi capaci di creare. Era Francine Crescent, (direttore di Vogue Francia), a dire a Helmut Newton cosa fare. Ero stanco di quel sistema». 

In quella pausa, con la macchina fotografica hai esorcizzato la morte: From Jesus to Yves Saint Laurent.
«Ci sono voluti otto anni. Ho iniziato con un teschio giocattolo. Stavo sistemando le luci ed ebbi l’impressione di rivederci Mussolini. Ho scattato, stampato e ci ho scritto sopra Benito Mussolini. Dopo averlo guardata per cinque minuti ho pensato di aver fatto una cazzata. Ho chiamato Francesca Pini del Corriere, che ha chiamato Claudia Gian Ferrari, grande collezionista, che ha comprato la foto e così sono andato avanti. Per un totale di quaranta personaggi».

I teschi li hai conservati?
«Memento mori, nulla resta. Dopo averli fotografati li ho distrutti».

Un teschio, la memoria della vita che è stata.
«Sono un ritrattista. Gesù, da Vinci, Pollock, Frida Kahlo, sono tra le persone che avrei voluto incontrare. L’occasione me la sono creata».

E ha funzionato?
«Ha conquistato il mercato americano, che ha una certa riluttanza nei confronti dell’utilizzo della morte. Halle Berry ha voluto il teschio di Jackson Pollock».

Se non un fotografo?
«Un musicista». 

Suoni?
«Ho fatto conservatorio per due anni. Suonare ti porta a essere solo con te stesso, i tuoi fantasmi e le tue insicurezze. È tutto in discussione, hai bisogno di equilibrio».

Dove trovi il tuo equilibrio?
«Nelle persone che capiscono il mio stato d’animo, un’alternanza di momenti di attesa e di creazione. Vago in una forma di delirio, senza essere ubriaco. Quando non creo sto male, mi viene la febbre».

Per dire l’artista.
«A trenta chilometri da Milano c’è un ruscello dell’Adda dove Leonardo da Vinci dipinse la Vergine delle Rocce commissionatagli dal Papa con tanto di contratto e pagamento anticipato affinché la consegna fosse assicurata il 22 dicembre. Mentre Leonardo dipingeva, una farfalla gli passò davanti. Fu ipnotizzato. Cominciò a inseguirla e dimenticò il dipinto. Il Papa lo condannò e Leonardo se ne andò in Francia, ad Amboise, con Gioconda e Vergine delle Rocce».

Il tuo ‘ruscello’ dove creare?
«Se il posto è troppo bello, non va bene. Se è troppo brutto, nemmeno. Devo stare al centro di qualcosa che non so dov’è».

Ma l’ispirazione?
«Se di vera creazione si tratta, non è spiegabile. Quando sei circondato da situazioni forti, la creazione viene soppressa. La creazione nasce dal nulla, anche da situazioni non rassicuranti. È una questione di cose che abbiamo dentro la testa. Ci sono artisti che hanno fatto grandi creazioni all’inizio del loro tempo, quando ancora avevano la fortuna di avere la testa vuota».

Parlando di moda in forma d’arte.
«Il rapporto con la società è cambiato. Per una nicchia è accessibile, per tutti gli altri è una copia di forma di espressione a costi popolari».

E la fotografia?
«Concettualmente non esiste più. Oggi si parla di cyber fotografi. Il digitale permette cose immense. È anche un pericolo, vedo cose vomitevoli».

Qual è il problema?
«Il gusto. La mancanza del senso di bellezza».

Un consiglio.
«Guardarsi attorno. Amare l’arte. Amare il bello. Avere cultura e conoscenza. Prendi in mano la macchina fotografica, che è il tuo occhio, fai uno scatto e quello è. Se pensi che la tecnologia ti risolva i problemi, sbagli».

Images courtesy of the artist
antonioguccione.com – @antonioguccione