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Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

Giuseppe della Badia, alias Gedebe. Stile audace, opulento e scintillante quello degli accessori del designer napoletano tanto amato dallo star system.

Retifismo?

«L’idea mi fa sorridere! Per certi versi sono molto feticista. Ci sono oggetti che mi trasmettono un forte potere seduttivo, tra cui le scarpe».

Gedebe – l’acronimo

«Del mio nome, che pur piacendomi, ritenevo troppo difficile da memorizzare, troppo lungo sulle etichette, e forse anche troppo altisonante per un ragazzo poco più che ventenne che provava a capire la moda. Oggi, forse, avrebbe più senso firmare le collezioni con il mio nome, ma anche Gedebe è una mia creazione, e il fatto che le mie creazioni non portino il mio nome mi aiuta a mantenere una visione obiettiva, a non impersonificarmi con il brand».

Lo stile

Opulento ma raffinato.
«C’è una storia fatta di passione per il decorativismo. L’arte dell’elaborato ha sempre esercitato un forte fascino su di me. Ci sono le mie mani che un giorno mi hanno rivelato l’abilità di saper ricamare e creare con il filo trame e intrecci di pietre che fino ad allora avevo solo disegnato».

Il minimalismo, quello sconosciuto.
«Sembrerà paradossale ma io amo il minimalismo. Io stesso sono minimal. Di solito vesto solo di un colore ed evito gli eccessi. La mia casa è minimal. Tutto è simmetrico e maniacalmente ordinato. Credo sia un’esigenza mentale: essere minimale e pulito per poter spaziare con la fantasia. Erroneamente si pensa che un accessorio ricco si abbini a donne barocche, è un’interpretazione distorta. Sono tante le donne minimal che amano Gedebe».

L’armonia dei dettagli forti.
«A inizio collezione, il momento in cui apro tutte le cartelle dei materiali è magico. È quando le pelli, i colori e i tessuti devono sposare i ricami, i cristalli e le forme. Tutto deve essere bilanciato, in modo armonico ma originale, ricco ma portabile. È un gioco di equilibri, in cui anche l’elemento emozionale gioca il suo ruolo. La mia costante, nonché la mia sfida continua, è mantenere l’armonia».

La donna musa

Di carattere.
«Femminile, coraggiosa, ironica. Tre caratteristiche che amo. Si è sempre più lontani dall’idea che una donna elegante non possa osare o divertirsi con la propria immagine. Le donne hanno acquistato sempre più sicurezza, non hanno paura di farsi notare e usano la propria esteriorità in modo disinvolto e intelligente. Penso che quella di oggi sia una moda senza ruoli. Quando creo, immagino qualcosa che sia bello per me e che piaccia alle donne».

Uno switch di carriera

Dai codici di legge a quelli della moda.
«Un percorso trasversale. Sono approdato alla moda passando per una laurea in legge. Ho studiato per puro senso del dovere, in realtà progettavo un futuro lontano dai tribunali. Ho avuto varie esperienze nella moda, dalla vendita allo stile. Ho collaborato con grandi brand. Ero giovanissimo e facevo il prototipista. Mi divertivo a creare e a ricamare, a sperimentare nuove tecniche e materiali. Poi un giorno vidi un mio lavoro su una borsa icona. Capii che forse avrei potuto farlo io quel lavoro. Iniziai a creare accessori per le mie amiche. Poi per i primi negozi. E poi il resto è venuto da sé».

L’haute couture – l’ispirazione

La tua scarpa è couture – parliamo della haute.
«Sono nato negli anni Ottanta e cresciuto sfogliando le riviste degli anni Novanta. Anni magici per la moda. Le donne erano belle e imitavano le top model. Sulle passerelle sfilavano gli abiti più femminili che la moda avesse mai creato, nati dai bozzetti e dalle mani di grandi sarti e stilisti: Valentino, Versace, Gaultier, Saint Laurent. Rubavo con gli occhi il loro modo di disegnare e mi affascinava l’idea di come le mani di sarte e ricamatrici potessero creare. Mi sono fatto una cultura di moda studiando proprio loro, i couturier, e carpendo i loro codici stilistici. Quando ho iniziato non potevo che farlo ripensando a quello che i miei occhi avevano ammirato per anni. Oggi la couture ritorna a far sognare. Grazie a nomi come Valli, Chiuri, Elie Saab. Allievi del passato destinati a diventare maestri del futuro».

Il mercato

«Oggi Gedebe è presente in circa duecento punti vendita su territorio mondiale. Nel Middle East dove vendiamo di più, abbiamo spazi dedicati nei Mall più belli. Così anche in Cina e a Hong Kong. Nelle ultime due stagioni abbiamo ricevuto molte richieste dagli Stati Uniti. In Europa siamo nei migliori multibrand, a Parigi, Londra e Ginevra. In Italia abbiamo buyer davvero bravi e sensibili al bello».

E quello online?
«In questi anni mi sono dedicato a creare una rete commerciale e a consolidare rapporti importanti con i clienti. Nel 2018, apriremo l’e-commerce con solo una selezione della collezione, progetti speciali e custom made».

Accessori ma non ready-to-wear – è un progetto futuro?
«Quando qualche anno fa ho intrapreso questa strada, l’idea di fare accessori e non abiti mi sembró la via più facile per poter creare qualcosa di facilmente fruibile. Credo che il tempo mi abbia dato ragione. Ma il mio progetto non puó fermarsi qui. Parlavamo di couture prima?».

Sulla moda

«Molti mi chiedono della mia esperienza nella moda e di come vada in questi anni. Rispondo sempre dicendo che sono nato in tempi di crisi della moda e non riesco a immaginare come sarebbe lavorare in tempi di non crisi. Ma credo che la moda rappresenti sempre una grande opportunità per chi abbia qualcosa da raccontare e che sappia farlo. Credo che la figura di uno stilista oggi sia diversa rispetto a quella del passato. Oggi essere un designer non può prescindere dall’essere anche un imprenditore, un venditore, un pr ed un osservatore attento del costume. Io stesso sono lontano dalla figura dello stilista che crea nella sua torre d’avorio. È un’idea passata e chi ancora si atteggia a stilista in tal senso credo sia ridicolo. La moda oggi cambia di continuo, si evolve, starle dietro non è semplice. In un momento in cui nascono trend ogni giorno, costruire e mantenere una propria identità personale è vitale.

Il mio rapporto con il digital è molto controverso. Fatto di amore – ossessione, e al tempo stesso distacco e reticenza. Non nego che è anche grazie al digital e a questa ‘democratica’ forma di pubblicità, che ho costruito il successo del mio brand. Ma al tempo stesso mi spaventa come il digital riesca a creare dei fenomeni e talvolta a distorcere la realtà. Così creazioni improbabili diventano oggetti di culto, influencers diventano opinion leaders e designers. Non è facile mantenere il giusto coinvolgimento in certe dinamiche, ma è necessario esser misurati per non diventare un fenomeno momentaneo. Io continuo a raccontare la mia storia». 

E sul lusso

Cos’è il lusso e cos’è sexy?
«La parola lusso non mi piace. Preferisco il bello. Vivere luxury per me è vivere nel bello. Lo stesso vale per le mie creazioni. Cerco di creare qualcosa che sia bello, che abbia forme sinuose, colori intriganti, materiali brillanti e belli da toccare. Che siano realizzati con cura. E che non siano per tutti. Questo è luxury. A cui si collega il mio concetto di sexy. Sexy è tutto ciò che mi attrae. Sono attratto da tutto ciò che è bello e dai forti contrasti».

Images courtesy of Gedebe
gedebe.it – @gedebe