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I gelsomini – dalla sfaccettatura olfattiva animalica, fruttata, di fiori bianchi – secondo una leggenda sono stelle precipitate sulla Terra. Il cipresso, dalle note ambrate, erbacee, veniva piantato dai Persiani in prossimità dei templi per la sua forma che ricorda una fiamma. Simboleggia verticalità, immortalità, le sue radici crescono solo verso il basso e per questo è usato nei cimiteri. La violetta – profumo verde, acquatico, legnoso – veniva coltivata nei giardini dei re di Francia sin dai tempi di Enrico IV, essiccata si cospargeva sul corpo perché assorbisse gli odori. «Un libro così un po’ mancava a me quando ho iniziato», dice Giorgia Martone a proposito de La grammatica dei profumi, appena uscita per Gribaudo. Suo nonno è Vincenzo Martone, fondatore di Marvin, suo padre Roberto Martone, il nome dietro ai successi commerciali dei profumi degli anni Ottanta: «Un giorno portò a casa i profumi creati per That’s amore di Gai Mattiolo. Quando si decidono i profumi con gli stilisti c’è una rosa finale di tre o quattro profumi e mio padre ci portava le provette da sentire. M’innamorai di Ghost – l’aveva fatto Sophie Labbé, con note di peonia, cashmeran, musk, sandalo, che sono i miei ingredienti. Dissi a mio padre che doveva essere quello, in effetti fu scelto. Il mio profumo è una sorta di nota olfattiva trasparente, fiorita, muschiata, legnosa»

L’olfatto è tra i cinque sensi il più vicino all’immaginazione. Lo stimolo olfattivo diventa un messaggio nervoso che passa prima per l’ipotalamo, suscitando emozioni e associazioni, poi raggiunge la neocorteccia, la parte del cervello legata al ragionamento. Giorgia colleziona libri sui profumi, ha iniziato da piccola. Nei suoi viaggi ha avuto accesso a biblioteche insolite: «Ci sono libri in francese, scritti bene ma frammentati, fascicoli, studi scientifici per spiegare l’estrazione delle materie prime, fonti tecniche per gli addetti ai lavori, ma non c’era una grammatica dei profumi». Nel tempo ha costruito una biblioteca privata che ha messo a disposizione nei laboratori di LabSolue, creato con la sorella Ambra. Una palette di sessanta ingredienti, divisi in tre classi: legni, resine, radici e balsami ambrati; arbusti fioriti e aromatici; arbusti fruttati e agrumi. «Ogni profumo di LabSolue è ispirato a un ingrediente olfattivo, quelli di cui parlo nel libro sono gli stessi per cui i quali abbiamo sviluppato un’essenza». La Grammatica dei Profumi è una mappatura della profumeria come dottrina. 

I natural raw materials, l’alcol – «la più grande delle innovazioni e delle rivoluzioni» – le molecole di sintesi: sono gli elementi di base. Quella olfattiva è una piramide, fatta di note di testa, di cuore e di fondo. Fu Aimè Guerlain a usare per la prima volta l’immagine della piramide per descrivere la gerarchia delle note volatili che compongono un profumo. Era il 1889, Guerlain creava il profumo Jicky. Fare un profumo è come dipingere. «C’è un olio essenziale – spiega Giorgia – che è una miscela di altri olii estratti dalle piante o ricreati chimicamente. Il ‘naso’ è colui che compone il quadro in base a un’idea olfattiva, attingendo alla sua palette di ingredienti. L’olio essenziale viene miscelato all’acqua e all’alcool e così inizia il processo di trasformazione. L’olio viene fatto prima maturare da solo perché tutti gli ingredienti si leghino fra loro, poi viene fatto macerare nell’alcol perché prenda l’aspetto che conosciamo, di una nebula. In seguito viene filtrato per liberarlo da tutti gli elementi impuri»

Sono nove le famiglie olfattive di base: legnosa, aromatica, fiorita, esperidata (ovvero agrumata), fruttata, muschiata, orientale, chypre, cuoio. Le note di testa vengono percepite per prime, quelle di cuore arrivano all’olfatto al dissolversi delle prime, dopo circa due ore, le note di fondo dopo otto ore. Le note di fondo sono per lo più legnose, orientali, ambrate, le note di testa fiorite o agrumate. Nella profumeria, come nella musica, è il pubblico a decidere cosa funziona: «Non ci sono errori, ogni profumo ha la sua storia, non importa che sia più o meno artistico. L’olfatto è un enigma, ci sono profumi che piacciono e il perché resta un mistero». Con Angel, Thierry Mugler inventò l’accordo gourmand usando note zuccherose per rievocare il mondo dell’infanzia. Era il 1992, un profumo, piaccia o meno, che ha segnato un decennio. C’è peraltro un equivoco sull’accordo gourmand, che viene spesso associato alla frutta ma in realtà comprende, come spiega Giorgia nella Grammatica, «tutto ciò che si gusta che non sia frutta fresca». Ci sono capostipiti come Acqua di Giò di Giorgio Armani o Shalimar di Guerlain, che nel 1925 diede origine alla famiglia olfattiva definita orientale.

La famiglia olfattiva chypre nacque nel 1917 con la fragranza Chypre di Francois Coty. Di questa fa parte l’accordo cipriato, l’odore della cipria delle nonne, nota olfattiva dominante l’iris, accordo inaugurato da Guerlain, Heure Bleu, nel 1900: iris, bergamotto, rosa, gelsomino, vaniglia, fava Tonka. «Ricordo bene il profumo di Marvin, lo abbiamo ripreso per LabSolue, è il nostro fil rouge. Per me è un mix tra il cosmetico e il profumo. Marvin aveva anche saloni di bellezza. È un odore di un rossetto, una nota di iris amplificata dall’alcol, come quelle colonie degli anni Sessanta-Settanta in cui sentivi l’odore di barberia. Mio nonno è morto giovane, non l’ho mai conosciuto», racconta. «Ha iniziato con la farmaceutica, poi ha differenziato con una linea di cosmetici ipoallergenici. Il suo profumo mi è stato raccontato, l’ho immaginato. Era un innovatore, negli archivi trovo ingredienti che stupiscono nasi e profumieri»: come le foglie di betel, masticate anche in funzione antifatica, da cui Giorgia sta sviluppando un profumo. «Mio papà invece è il profumo del successo, i best seller degli anni Ottanta: Balestra, Trussardi Black, Versace Jeans. Erano gli anni d’oro della profumeria italiana, prima di allora la produzione dei profumi, anche italiani, era in prevalenza francese. Ha ereditato l’azienda in un momento difficile e ha avuto l’idea di fare le licenze con i brand italiani»

L’incontro da piccola con Sophie Labbé – il naso che ha creato Organza di Givenchy, Jasmine Noir di Bvlgari, Parisienne di Yves Saint Laurent – e, dopo l’università, New York, dove ha conosciuto il maestro Maurice Roucel e Fabrice Penot, founder di LeLabo (poi acquistata da Estée Lauder) cui è stata legata per tre anni. Giorgia immagina un futuro alla ricerca di ingredienti, molecole e sinestesie: «Con Yann Vasnier abbiamo creato un profumo da bere, è in fase di sperimentazione. Non si tratta di un drink olfattivo, è un profumo, come quello che indossi ma da bere». Magna Pars Suites è il primo hotel à parfum del mondo, in zona Tortona a Milano, dove un tempo sorgeva la fabbrica di famiglia. Ospita oggi il corner di LabSolue: «A Lodi abbiamo un laboratorio. Dal nostro DNA familiare legato ai profumi possono nascere infinite potenzialità. L’apporto di questa creatività si vede anche nell’hotel, dove ogni suite ha un ingrediente olfattivo diverso. L’idea è guardare a quello che si può fare ancora, alle collaborazioni, non fermarsi al profumo ma rendere l’olfatto più importante, come ho provato a fare nel libro. È uno dei sensi più dimenticati, forse il più difficile da esportare in altre esperienze»


Giorgia Martone, La grammatica dei profumi, Gribaudo 2019, con illustrazioni di Michele Rocchetti

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