CARTIER CARAT – PH. ALEXANDER BECKOVEN

Text Angelica Carrara
@angelicarrara

Cartier Carat non è solo un profumo, è un modo di indossare un diamante: un gioiello olfattivo. L’ultima creazione di Mathilde Laurent – direttore creativo e primo naso donna in-house di Cartier dal 2005 – è una fragranza alla quale è stato applicato lo stesso fenomeno ottico del diamante: la diffrazione dei colori. Carat – un nome puro, come vuole la natura della sua gemma. In un flacone adamantino Art Déco, cattura la luce e diffrange i colori dell’arcobaleno in un gioco caleidoscopico. Di una freschezza semplice, la metafora olfattiva del diamante sa di fiori bianchi.

Floralia. Un nuovo fiore fatto di altri sette fiori. Un fiore che nessuno conosce. Non ha un nome, è un’astrazione reale. Fresco, mantiene l’aspetto acquoso dei suoi mille petali. Violetta, Iris, Giacinto, Ylang-Ylang, Narciso, Caprifoglio e Tulipano. «Sono fiori fake in realtà – si tratta di diffrazione olfattiva. Come i sette colori dell’arcobaleno creano la luce bianca, così ho selezionato un bouquet di fiori che messi insieme ne creassero uno solo, bianco e astratto», racconta Mathilde. Tra i suoi fiori preferiti ci sono quelli di campo e la Peonia. Mentre Rosa, Gelsomino e Tuberosa – no, non sono interessanti, non per creare: «Se mai dovessi usarli, li trasformerei in qualcosa d’altro. Sono fiori troppo semplici da usare in profumeria».

«Se la natura è d’accordo con te», il tempo non aggiunge alcun valore, quando si tratta di creare un profumo. A volte basta una settimana. Per Carat ci è voluto un anno – il giusto compromesso, abbastanza per sperimentare nuove idee e non troppo col rischio di perdersi, «gli artisti apprezzano la mancanza di tempo, sei costretto ad attivare mente e corpo». Forse la qualità di un profumo è data dai suoi ingredienti. No, «è solo una scusa»: se non sai come metterli in scena e come assemblarli tra loro è inutile. «Il segreto sta nell’audacia» e nell’immaginazione. Mentre gli ingredienti sono sostegno della creatività per permettere al naso di dare un messaggio: «Luce» è quello di Carat. La metafora olfattiva del diamante, «è come un raggio di sole che ti entra dentro, fatto per le persone che vogliono un carato interiore. Per brillare». Non si abbina a un uomo o a una donna, «non in Cartier. Avere un target è troppo basic. Le nostre fragranze non sono mai ‘sexualizzate’». Abbandonata qualsiasi direzione di caricatura olfattiva di gender, riassume così: «Carat è solo fiori, nient’altro».

Shock olfattivo? La Corsica, dove Mathilde è nata. Cresciuta a Parigi, trascorreva ogni estate sull’isola con la nonna. Il primo ricordo di un odore – o forse il primo odore di un ricordo –, è «forte come uno schiaffo. Il profumo della macchia mediterranea quando si apriva la porta dall’aereo. Ricordo perfettamente quell’immagine, avevo cinque anni». Ancora oggi, la Corsica è il suo rifugio, «Di fronte all’acqua mi sento rilassata». Come un girasole, a Parigi va alla ricerca della luce, «salgo sul terrazzo sopra al mio ufficio, la Fondation Cartier, da dove vedo la città, la foresta, il sole sorgere. Vado lì a meditare, in silenzio». In silenzio olfattivo? «Certe cose non profumano, ed è bello». Non ha un odore preferito – «non posso averlo», per non correre il rischio di creare sempre lo stesso profumo. È il dovere di un profumiere, usare gli ingredienti che servono, e non quelli che si amano. Amore – «l’odore di mia figlia. Il patchouli è la mia passione».

A ogni odore, una foto. «Nella testa di un profumiere, un odore è un’immagine. Quando annusi, vedi». Succede nel medesimo istante. «Devi avere tutto in mente. Una fotografia che traduci in profumo». È quando si tratta di traslare una Maison in boccetta che il gioco si fa duro, «ci vuole audacia», per decodificarne lo stile, adattarlo al Ventunesimo secolo e quindi inventare il momento successivo della serie. «Pensare a un futuro che sia in accordo con il passato, in un momento presente e che sia senza tempo per le generazioni future».

«Par asard». È successo per caso. Dopo aver creato ventiquattro fragranze per Cartier, Mathilde parla ancora di inconsapevolezza. Non voleva diventare un naso, «passavo la mia vita a fare fotografie». Eppure captava odori in ogni dove e in ogni cosa. Dopo due anni di studi in chimica, ha scelto la profumeria, «volevo una nuova sfida, più misteriosa». Lo stage da Guerlain – «Mai cedere. Mai scendere a compromessi in termini di qualità», è l’insegnamento ricevuto da Jean Paul Guerlain, che ancora oggi si ripete. Ama ancora la fotografia, e a proposito di inconsapevolezza – «forse tra dieci anni farò la fotografa!».

Mathilde non indossa alcun profumo – «non posso» – perché ‘sui profumi’ ci lavora, e il naso deve essere pulito. Fin dall’era preistorica, l’odorato è un alert innato per fiutare il pericolo. «Per questo dopo un’ora che indossi un profumo, il tuo naso non lo sente più, ne è saturo, per poter sentire quello che è nuovo». Ha una dipendenza: il tè. Jukro, un tè nero coreano con note di cacao e carne grigliata che si è portata da Parigi. «Il tè è un profumo che puoi bere. Bevo il tè perché mi permette di bere le tigri».

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