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L’ereditiera Nan Kempner si presenta in tuxedo a una cena in un ristorante di Manhattan. Quando le si fa notare che le donne non potevano sedersi al tavolo in pantaloni se li toglie, rimanendo solo con la giacca. Per tutta la durata della sua campagna presidenziale, Hillary Clinton indossa sempre completi giacca e pantaloni. Quando Saint Laurent muore nel 2008, il Financial Times cita la Clinton come esempio del cambiamento apportato da Saint Laurent nella vita delle donne lavoratrici. La libertà delle donne passa attraverso la riappropriazione del corpo. Muoversi secondo il proprio ritmo, avere consapevolezza della propria fisicità. La libertà è attitudine, essere liberi oggi non significa poter fare o dire quello che si vuole – significa poter esprimere una personalità. In una civiltà mediatica e occidentale, la libertà dei costumi può essere a disposizione di tutti: decidere di essere liberi è una questione di coraggio. 

Oggi come allora, i vestiti corti, gli shorts, la pelle nera di Saint Laurent riconoscono alle donne la libertà di decidere come e se mostrare i loro corpi. I blazer maschili e i completi giacca e pantaloni continuano a incoraggiare le donne ad attribuirsi lo stesso potere degli uomini, partendo proprio dalla loro femminilità, senza aver paura di giocarci, di sconvolgerla. La maestra profumiere Anne Flipo firma il nuovo Libre, che riesce a riassumere la modernità di una libertà che pochi esseri umani hanno saputo raccontare con la propria vita. Una lavorazione durata sette anni e oltre millecinquecento variazioni. La lavanda della bassa Provenza, un tempo utilizzata per le fragranze maschili; l’ambra grigia, che odora di animale; la Vaniglia Bourbon dai toni al tempo stesso dolci e balsamici. Dal Marocco, arriva l’assoluta di fiore d’arancio, estrazione nobile della pianta – come dice Anne Flipo, così ricca da diventare quasi carnale. Il profumo e il potere del sesso restano nelle stanze e tra i cuscini di Saint Laurent. Realizzato insieme al naso Carlos Benaim, originario di quella Tangeri, Libre sboccia tra la Francia e il Marocco, in una terra dove i serpenti li vedi lì a terra – cobra reali e vipere soffianti, che siano sedati o ammaestrati ai turisti non conviene osservarli a lungo. Terre d’Africa con la cultura del Louvre, dove polvere giocava nell’aria, la luce al tramonto si imbarazza in arancione. Quel sapore – di calore, sabbia e terra, dei frutti di un’oasi che fioriscono tutto l’anno. All’orizzonte, sopra le baracche e le casupole, la neve sui monti dell’Atlante – le vette superano i quattro mila metri, questa si chiama libertà. Lungo i pendii scendono ruscelli che fanno crescere i boschi prima del deserto. Provocazione, quella sensualità femminile vestita in abiti maschili. Ambiguità e consapevolezza – Libre si costruisce sulla tensione. Sul vetro del flacone, la designer Suzanne Dalton si prende la libertà di giocare con la Cassandra: una fusione tra elementi – metallo, vetro e profumo. 

Nel 1972, Capote faceva parte del Rolling Stone American Tour. Non semplici concerti ma vera espressione culturale – Mick Jagger era epitomo di un’energia carnale che lasciava sparire i Beatles, moltiplicando quello che loro avevano inventato. Gli alberghi non erano in grado di fornire programmi di sicurezza per il controllo dei fans e dei maniaci, così a Chicago, il gruppo fu ospitato da Hugh Hefner, proprietario di Playboy, e si fantasticò su quattro giorni di orgia continua. Capote era con loro in tour, per scriverne la storia. Come il suo personaggio voleva, si fece accompagnare dalla sua principessa Radziwill – era lo scrittore la cui popolarità si confrontava con quella di una rock star. Quasi fino alla sua morte, Capote sarebbe rimasto il migliore amico delle donne – le stesse donne che vestivano Saint Laurent. La gonna diventa mini non per mostrare le gambe ma per permettere una nuova dinamicità – la donna Saint Laurent si muove veloce. Catherine Deneuve, Paloma Picasso, Loulou de la Falaise, Liza Minelli e Lauren Bacall. Bianca Jagger si sposa con addosso un completo giacca e pantaloni Yves Saint Laurent. A Parigi, sotto alla luce fioca di un lampione, una figura androgina con addosso uno smoking nero e una camicetta bianca, i capelli lucidi e scuri pettinati all’indietro. Lo sguardo distaccato rivolto verso il basso, le gambe divaricate, una mano in tasca e nell’altra una sigaretta. Al suo braccio una donna vestita solo di un paio di scarpe col tacco nere. In quest’immagine, scattata nel 1975 per Vogue Francia, Helmut Newton riassume tanto la visione di Saint Laurent, bellezze impenitenti. Abiti per donne che vogliono una doppia vita. In Europa, c’era Lady Diana. La regina Elisabetta vietò alla nuora di presentare Rock and Royalty, ma sua madre comparve fra le pagine del libro, in una foto di Cecil Beaton. «Some people are born royal, others become queen on their own» scrisse Elton John. Corona e microfono, il rock, l’underground, lo street style. Tutto era glam, tutto era possibile, tutto era un veicolo mediatico, pubblicità. Classic e Funk, Michael Jackson, metallo, tessuto che profuma, blady, tattweed. L’eterosessualità un limite, l’omosessualità pure. Immagini provocanti fecero smaniare una femmina e vacillare il maschio etero, portando entrambi a febbre e a desiderio. Fottersene. È una regola che vale – nella moda come altrove, nella vita di tutti i giorni come in amore. 

La vita di Saint Laurent è dominata dagli eccessi e dalla fragilità dei suoi nervi – Pierre Bergé ironizza sul fatto che è nato con un esaurimento nervoso in corso. Ama lo scandalo, la provocazione – una sorta di dipendenza che lo spingeva a osare sempre di più, una costante ossessione di libertà. Ama il silenzio dei vestiti, che a suo dire andavano presentati senza scenografie pirotecniche, quanto la bellezza classica della nudità: niente è più bello di un corpo nudo. Rottura, di gabbie e di schemi – voglia di libertà. Un corpo sussulta nel bustino, evoca fragilità e timidezza e non è né libero né potente. Precursore del genderless, a lui dobbiamo la reinterpretazione in chiave femminile del trench, della sahariana, dei pantaloni da safari e, soprattutto, del tuxedo – presentato nel 1966 all’interno della collezione Pop Art come alternativa all’abito da sera. Gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta ebbero in comune l’espressione della libertà sessuale: una libertà che nacque come esigenza, divenne provocazione, scoppiò in rivoluzione, per mostrarsi poi come ostentazione. Dalla cultura di Londra, ai campi di Woodstock, esplose a Parigi tra studenti.