Photography Roberto Patella feat. Giove Taioli @ Brave Models, Editor in Charge Alessandro Fornaro

Text Micol Beltramini

 

C’era una volta la ricerca dell’anima gemella. A scuola, sul lavoro, per strada. Ci si guardava intorno con una certa quota di struggimento, come se dovesse trovarsi lì, da qualche parte, nascosta. Prima o poi ci saremmo incappati, era cosa certa; anzi, meglio non cercarla, sarebbe arrivata da sola, più in fretta. Il sesso casuale era questione di status, per l’uomo; per la donna, a volte, un problema – o meglio, un problema il giudizio degli altri. Sugli anni Novanta incombeva l’ombra lunga dell’HIV; persino in Italia si era più cauti e prudenti del solito. Poi è arrivato Internet: blog, forum, mail, chat. Abbiamo avuto la possibilità di chiacchierare con persone che altrimenti non avremmo mai incontrato. Le abbiamo conosciute prima di conoscerle. Intimamente. La protezione dello schermo ha fatto sì che ci aprissimo molto; innamorarsi, in gran parte dei casi, è stato inevitabile. Lo spazio condiviso, finché è durata, sembrava una festa per pochi. Poi sono arrivati i social network, Facebook e Instagram davanti agli altri. L’importanza delle foto ha surclassato quella dei messaggi; inoltre, eravamo invitati al giudizio: mi piace? Dall’apprezzamento estetico a quello triviale è stato un attimo: mi piace questa ragazza? è figa? Abbiamo iniziato a scorrere le foto più velocemente: con chi esce stasera? dove va? Quelle che prima si chiamavano agenzie matrimoniali sono diventate portali di incontri; quando si sono ulteriormente trasformate in app abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo – molto meno sbattimento. Siamo diventati parte di un catalogo, merce esposta in vetrina: è avvenuto consensualmente, non hanno nemmeno dovuto chiedercelo. Di certo qualcuno ci sta browsando anche in questo momento: varremo un mi piace, un cuore, addirittura un messaggio?

Una volta, non ricordo più dove, ho letto una verità che mi ha colpita: ogni cosa, lasciata a sé stessa, tende ad andare a male. Una stanza a sporcarsi; un fuoco a spegnersi; un amore a darsi per scontato, a perdere il suo potenziale romantico. L’unico antidoto all’incuria – la cura, appunto – richiede impegno. Come ci si difende dall’incuria relazionale? Di cosa ci si arma contro la non giustificata rozzezza? Proviamo a delineare le dinamiche di un approccio non offensivo, un primo appuntamento gentile. Bisogna innanzitutto – non è cosa scontata – che l’altra persona ci piaccia davvero. Che la consideriamo degna di stima e amicizia: perché frequentarla, altrimenti? Avremo poi cura che la comunicazione avvenga in modo chiaro e corretto: per nessun motivo l’altra persona dev’essere illusa, o tenuta in sospeso – si risponde sempre ai messaggi che richiedono risposta, anche un semplice adesso non posso. La scelta di dove incontrarsi cadrà su un luogo che faccia sentire entrambi a proprio agio, liberi di andarsene in qualunque momento: è preferibile un invito a bere qualcosa rispetto a una ben più impegnativa cena. Nel corso dell’appuntamento si dovrà osservare il reciproco linguaggio del corpo: se l’altro evita il contatto, non sorride, si guarda intorno o accampa pretesti, andrà semplicemente lasciato andare. Per nessuna ragione al mondo sarà lecito ricorrere al ricatto, né sentimentale – vorrei che restassi, né materiale – ti rendi conto di quanto ho speso stasera?. Le prime impressioni possono e devono essere rinegoziate fino all’ultimo: l’intimità sessuale è la questione più delicata che ci riguarda, abbiamo il diritto di ripensarci o di tirarci indietro. La decisione di chiudere una serata a letto con qualcuno, infine, dovrebbe essere non solo consensuale, ma entusiasta: le altre opzioni, inevitabilmente, rasentano la molestia o lo squallore.

La prevenzione, in teoria non ci sarebbe bisogno di dirlo, è la forma di educazione sessuale e sentimentale più importante. I dati diffusi nell’ultimo anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono allarmanti: la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili, dall’AIDS alla sifilide, è aumentata fino a quattro volte – soprattutto tra i più giovani, gli adolescenti e i ventenni. Il preservativo, dal canto suo, sembra diventato un optional. Le donne, più portate per natura a proteggersi, si ritrovano in condizione di dover chiedere all’uomo di indossarlo: le risposte che ricevono sono per lo più prive di senso – la colpa viene data al costo, alla difficile reperibilità, ma soprattutto all’apparente scomodità intollerabile: ne va del rapporto, pare. Da anfratti anni Ottanta dimenticati da Dio e dagli uomini vengono fuori scuse quali sono allergico al lattice o non esistono preservativi della mia misura. Resistenze di questo genere sono contrarie a ogni forma di civiltà: indossare un preservativo prima di un rapporto sessuale a rischio – dove per a rischio si intende con chiunque si conosca poco – dovrebbe essere un gesto automatico come lavarsi i denti prima di dormire. Non c’è niente di eccitante nel giocare alla roulette russa con la propria salute e con quella degli altri. È questo il messaggio di Shake your love, la campagna di educazione sessuale lanciata da Lampoon nel febbraio 2018. Che il sesso sia libero, sfrenato, audace: ma, prima di ogni altra cosa, rispettoso.