Text Cesare Cunaccia
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«Capri c’est fini» – cantava anni orsono Hervé Vilard. Uno struggente tormentone estivo 1965 che sembra rispecchiarsi in un altro classico riferimento letterario, quello di Capri e non più Capri di Raffaele La Capria. Eppure, alla faccia di tutti, Capri davvero non muore mai. Ogni anno, la leggenda dell’Isola delle Sirene cresce di più, a dispetto delle ciabattanti e fastidiose masse turistiche giornaliere eruttate senza posa da colossali navi da crociera nel porto di Napoli e di un glamour e show-off strombazzato ormai piuttosto sopra le righe. Ogni mega-yacht del mondo, qui ci deve fare almeno una sosta, non ultimo il gigantesco Rising Sun, 138 metri di lunghezza, proprietà di David Geffen, alla fonda vicino ai Faraglioni solo pochi giorni fa. Difficile competere con un’escalation di notorietà, di lusso e di eccessi vari, di mance faraoniche e di flagship store al posto di vecchi bar e gelaterie, che pare inarrestabile e inevitabile. Molti nostalgici habitué lamentano la perdita dello charme d’antan, dell’anima profonda e ancestrale e dei ritmi antichi e avvolgenti di questo mitico scoglio.

È vero, verissimo che a Capri non si sono mai viste tante guardie del corpo come durante la recente visita della coppia del momento, ‘Ferragni-Fedez’, assediati da ragazzini urlanti, che si sono assiepati come un coro da tragedia greca per almeno un paio d’ore fuori dal Restaurant Aurora, dove i due stavano gustando la celebre e brevettata ‘Pizza all’acqua’, prediletta da schiere di VIP internazionali. Proprio lo stesso luogo, per inciso, dove qualche anno fa, Al Gore e Steven Spielberg, in short e flip flop, mangiando, conversavano amabilmente, seduti a un tavolino esterno, senza alcun bisogno di bodyguard o simili. Mona Bismarck e Jacqueline Kennedy Onassis o Maria Callas, si godevano quella forzata normalizzazione democratica che è parte del sogno caprese, passeggiando e facendo shopping come comuni mortali per le vie e viuzze isolane nei classici sandali locali flat o in espadrilles. Ben lontane dall’issare se stesse su zeppe da Kabuki o tacco venti di quelli che la sera inalberano certe fashioniste de noantri, orgogliosamente caracollanti per il teatrino della Piazzetta, dove se ne vedono d’ogni colore e look. Chiaramente o deliberatamente ignare dell’insidioso impiantito stradale e delle pendenze anche pronunciate che caratterizzano il centro caprese.

Ok, i tempi sono cambiati, ma Capri – e chissenefrega di matrimoni-monster cafonal-promozionali e di para-presenzialismo modaiolo – custodisce gelosa il suo spirito più autentico e profondo. Un humour corrosivo e uno snobismo che miscela sanguigna verve paesana e la sofisticazione estrema di chi per secoli ha visto passare ogni cosa. Basta uscire dal solito circuito turistico, perdendosi tra gli orti rigogliosi prima di Villa Jovis, rifugiandosi nel panorama mozzafiato di Villa Lysis e delle sue chiaroscurali memorie ‘d’amore e dolore’. A Capri esiste tuttora la biblioteca di Maksim Gor’ckij, che vi trascorse un lunghissimo periodo, si avverte prepotente il retaggio culturale dei Cerio e alligna l’eredità di charme aristocratico di figure quali Pupetto Sirignano, celata, quest’ultima, in un sublime e inaccessibile giardino murato da fiaba. E se Peppino (di Capri), talvolta accade, accompagnandosi al piano, all’improvviso vi intona Luna Caprese come lui solo sa fare, la magia, potete crederci ritorna a manifestarsi integra e più viva che mai.

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