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Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

Qualcosa è cambiato negli Academy. Già lo scorso anno la vittoria di un film-inchiesta nella categoria ‘miglior film’ aveva fatto riflettere su cosa gli spettatori, la critica, il grande pubblico volessero: era fame di verità, di storie di vita vissuta o abusata. Non cambia molto, quest’anno, ma il taglio è decisamente più duro. Sembra che la politica abbia fatto un’irruzione nella notte delle luci, a braccetto con quella voglia di sognare che conforta il cuore: La la land vince sei statuette, ma non quella di film dell’anno che viene assegnata all’educazione sentimentale contemporanea raccontata da Moonlight, scritto e diretto da Barry Jenkins. Il romanzo di formazione per immagini di un ragazzo omosessuale che vive a Miami segna il 2017, mentre la forza della diversità, degli stranieri, si impone sullo scenario di un’America tormentata tanto dal punto di vista sociale quanto da quello politico. Viola Davis e Mahershala Ali (primo attore musulmano vincitore di un Academy Award) sono i migliori attori non protagonisti, rispettivamente in Fence Moonlight. Il documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi sul dramma umano di Lampedusa, invece, nonostante i pronostici e l’importanza moderna della tematica, è stato scalzato da O.J.: Made in America, decretato miglior documentario. Jimmy Kimmel non perde l’occasione di movimentare gli animi inviando al Presidente Trump via Twitter i saluti di Meryl Streep, una delle donne che più hanno osteggiato la sua elezione. L’attacco più fermo e deciso, tuttavia, è arrivato dal regista iraniano Asghar Farhadi, che non ha presenziato alla cerimonia in segno di rispetto nei confronti di tutti gli immigrati colpiti da una legge dello Stato che non ha esitato a definire disumana prima ancora che discriminante. Gli italiani ci sono stati anche quest’anno: Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini hanno ricevuto il riconoscimento – insieme a Christopher Nelson – per il miglior trucco e acconciatura nel film Suicide squad. L’ombra di un’inchiesta della Price Waterhouse Cooper, società addetta al conteggio dei voti agli Oscar, si staglia su questa ottantanovesima edizione: un errore, uno scambio di buste al momento dell’annunciazione del miglior film ha fatto erroneamente dichiarare vincitore La la land al posto del legittimato Moonlight. L’imbarazzo dell’organizzazione è sfumato solo grazie alla classe dei cast, di Jimmy Kimmel (presentatore dell’evento) e degli incaricati della proclamazione, Warren Beatty e Fay Dunaway. Un nuovo impulso, dunque, dalla notte del cinema: l’attualità, la forza delle azioni e dei messaggi inviati dal sistema di comunicazione più influente dei giorni nostri e, infine, uno sguardo romantico a ciò che, in realtà, pensiamo che la vita sia.

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