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Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

«Nonostante i cambiamenti appartengo ancora a me stesso» – le parole di Tiziano Ferro ieri sera sul palco del Teatro Ariston. Vale per lui e vale per il Festival – sono sessantasette anni che Sanremo è tutto e il suo contrario, eppure Sanremo è Sanremo, in continuo mutamento e uguale a se, radicato nelle maglie della nazione con la stessa ostinazione di tutte le contraddizioni italiane.

Dal 1951 Sanremo si è evoluto, ha cambiato presentatori e direttori artistici, location e giurie, senza mai smettere di dividere l’opinione pubblica e fare – parlare di sè, tra miele e fiele, tra appassionati del genere e radical chic, che dichiarano con orgoglio sui social di non guardare Sanremo dal 1984 e anzi, avete visto che bel film c’è su quell’altro canale, stasera?

Comunque, Sanremo c’è, anche quest’anno, puntuale e inesorabile come un difetto.

Undici i ‘big‘ in gara nella prima serata – altrettanti si esibiranno stasera. Certo fa un po’ strano vedere Fiorella Mannoia in scaletta tra Lodovica Comello e Alessio Bernabei, o Clementino dopo Ron, ma tant’è.

Il ”sanremese” è una categoria sociologica a sé, in cui il numero di partecipazioni al Festival di un artista risulta inversamente proporzionale alla diffusione delle sue canzoni in radio o su You Tube, insomma IRL (in real life). Nel ”sanremese” ci sono due elementi basilari: musica melodica e testo in cui si sposano cuore e amore. A molti cantanti questa forma espressiva viene naturale – Albano docet –, ad altri un po’ meno, ma per poter salire sul palco del Festival che vuoi che sia qualche rima baciata in più? Poi ci sono i casi di chi riesce a calcare il palco dell’Ariston senza conformismo né intenti provocatori, ma rimanendo fedele a se stesso, come ha fatto Samuel dei Subsonica ieri in questa prima serata del Festival, che si è aperto con l’omaggio di Tiziano Ferro a Luigi Tenco, morto suicida proprio a Sanremo nel 1967. La sua cover di ‘Mi sono innamorato di te‘, il duetto con n Carmen Consoli –l’emozione è stata palpabile.

Tra gli altri ospiti, una scarica di energia è arrivata da Ricky Martin, che ha portato al Festival i suoi tormentoni evergreen– e pazienza se qualcuno ha detto che sembrava un maestro di zumba: avercene di maestri di zumba così, a quarantasette anni.

Infine – o meglio all’inizio – lei: Maria De Filippi, per tutti #QueenMary, la novità dell’anno in affiancamento al Carlo nazionale, ‘i promessi sponsor’ in un ‘Festival delle larghe intese‘, come ha ironizzato Maurizio Crozza.

Soffermiamoci un attimo su #QueenMary e sul fatto che in quest’edizione di Sanremo non ci siano vallette brune né bionde – a dire il vero i maligni hanno cinguettato che la valletta in quest’edizione sia Carlo Conti – perché in fondo qualcosa da dire ci deve esser sempre e quello che si dice, soprattutto su Twitter, se non è adulazione è critica. Se vogliamo scomodare il tema del empowerment femminile, #QueenMary ne è un esempio. Sì, è vero, nel 1986 la conduzione fu di Loretta Goggi e in tempi più recenti ci sono state Simona Ventura e Antonella Clerici, ma quest’anno c’è stato qualcosa di più: la quasi totale assenza di sfarzi, di strascichi, di paillettes, l’assenza anche della mitologica ‘discesa della scalinata’, usata ieri sera come il consueto ‘scalino di Maria’, più che come feticcio di ingressi trionfali – e sull’abitudine di #QueenMary di sedersi sullo scalino su Twitter ci si è sbizzarriti, a partire da un account dedicato: @scalinodimaria.

Che lo si voglia o no, Sanremo è lo specchio dell’Italia: quasi tutti lo vedono, e in pubblico lo snobbano, perché dài, mica guarderai Sanremo? È la nostra manifestazione televisiva più famosa, eppure quasi ce ne vergogniamo. Mica siamo americani, o francesi. Siamo nazional popolari ma non nazionalisti. In quanto italiani siamo bravi a criticarci ferocemente e a continuare ostinatamente a fare in prima persona ciò che critichiamo.

Images of photographer Marco Piraccini