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Il bookshop del Palais de Tokyo, realizzato tra il 2016 e il 2017 dallo studio di architettura belga Office Kersten Geers David Van Severen, nasce dalla collaborazione di Walther König e Cahiers d’Art. Fondata nel 1926 da Christian Zervos nel quartiere di Saint Germain des Prés, Cahiers d’Art è stata una casa editrice, galleria e rivista letteraria e d’arte che ha dato spazio, proprio nel momento successivo alla nascita delle avanguardie storiche, ad artisti vissuti in Francia nella prima metà del ventunesimo secolo. Acquistata e riaperta nel 2012 dal collezionista svedese Staffan Ahrenberg in collaborazione con Samuel Keller, Hans Ulrich Obrist e Isabela Mora, prosegue nella promozione di libri d’arte, cataloghi ragionati, edizioni limitate e litografie originali. Cahiers d’Art ha pubblicato il catalogo completo in 33 volumi delle opere di Pablo Picasso e coinvolto in articoli, interviste e illustrazioni figure come Henri Matisse, Max Ernst, Paul Klee, Man Ray, Jaques Lacan, Samuel Beckett, Marc Chagall, Moholy Nagy.

Con punti vendita in tutta Europa, la casa editrice Walther König si colloca nel campo delle arti visive, architettura, design, moda e cinema. Fondata a Colonia nel 1969 come piccola casa editrice specializzata, era al contempo un punto d’incontro intellettuale in una città che in quel momento stava vivendo un’attività in fermento che oggi potremmo incontrare nuovamente a Berlino. Fin dagli esordi Walther König, insieme al fratello Kasper, ha pubblicato libri di Ed Rusha, Gibert and George, Fischli/Weiss, Hanne Darboven, Gerhard Richter; tutte figure con le quali il libraio tedesco ha lavorato intensamente per lunghi periodi di tempo.

Il connubio di questi due soggetti come poli di due momenti storici differenti, contemporaneo e moderno, enfatizza la versatilità della libreria stessa, non solamente per le interdisciplinari scelte editoriali di cui si compone, ma anche per il programma di eventi e attività a cui essa si associa. Un esempio è Paris Ass Book Fair che il Palais de Tokyo ospita già da tre anni al suo interno. La fiera internazionale che esplora i tabù e le questioni di genere, unisce editori, artisti e designer che, in un programma di tre giorni, presentano e vendono libri, fanzine, progetti di letteratura intersecandoli a talk e workshop.  In aggiunta il Palais de Tokyo è esso stesso una casa editrice che si impegna nella pubblicazione di progetti monografici in relazione alle mostre ospitate dall’istituzione, in modo tale da prolungare l’esperienza e l’approfondimento sul lavoro dei singoli artisti ospitati nelle sale espositive. Accanto a questa produzione si inserisce il progetto del magazine PALAIS fondato da Marc Oliver Wahler, storico e critico d’arte contemporanea e direttore di Chalet Society, e oggi diretto da Christopher Miles.

In principio il semestrale si occupava di prelevare in ogni numero diverse tematiche da campi disciplinari diversi, mettendo in luce una possibilità di lettura articolata di una selezione di progetti artistici. Il quindicesimo numero del 2012 merita una menzione particolare poiché segna l’inizio della sua formula rivisitata e propone un approfondimento sulla storia del Palais de Tokyo e delle sue mostre in un periodo di oltre settant’anni di vita. Questo a partire dalla sua costruzione nel 1937 in occasione delll’Exposition Internationale con il fine di ospitare il Musée National d’Art Moderne, articolando poi la propria forma attraverso diverse aperture, multiple ristrutturazioni e usi dell’edificio. La nuova versione si concentra con una prospettiva approfondita sul programma espositivo enfatizzando le molteplici modalità d’espressione degli artisti coinvolti e rimanendo aperta ad altre discipline e temporalità così da costruire uno strumento di lettura del presente.

Al Palais de Tokyo lo spazio in cui si raccolgono metaforicamente e non tutte le attività sopracitate è la libreria, risultato, come già anticipato, di un progetto concepito dallo studio di architettura belga Office Kersten Geers David Van Severen.

Fondato nel 2002, lo studio indirizza le proprie ricerche architettoniche e nel campo del design in una cornice dove la tendenza principale è quella di ridurre all’essenziale la forma e le esigenze del progetto in un minimalismo industriale senza fronzoli.

Il bookshop di 450 m2 è un open space circoscritto da un perimetro a griglia che partecipa alla costruzione dell’identità dell’istituzione. Questo anche per i suoi orari di apertura che, dalle dodici a mezzanotte, permettono la consultazione, lettura e acquisto di libri. Gli scaffali, unità di 2×4 metri ciascuna in legno laccato ocra brillante, sono stati inseriti da Kersten Geers e David Van Severen nello spazio esistente senza manomettere la struttura architettonica. La libreria segue parzialmente il profilo delle sale, procedendo in totale libertà in alcune sezioni, curvandosi e costruendo uno spazio ovale.

L’intervento che con implicazioni architettoniche non intende parlare di architettura, si traduce in un’opportunità di plasmare lo spazio. Per lo studio belga, infatti, le linee di demarcazione, i perimetri e gli ambienti secondari rappresentano un punto di interesse. A dimostrarlo è anche un progetto che ha anticipato quello del bookshop francese e che ha preso forma all’interno della libreria della facoltà di Architettura e Urbanistica dell’Università di Ghent in Belgio. Nuovamente una struttura di ferro colorata e forata si inserisce come elemento supplementare nella fisicità dello spazio preesistente, trasformando un vero e proprio elemento di arredo in ciò che si potrebbe interpretare come un padiglione.

A ciò si aggiunge il concetto di pratico e comune, ereditato dalla formazione all’interno della Escuela Técnica Superior de Arquitectura di Madrid e in particolare dai docenti Iñaki Ábalos e Juan Herreros, e diventato un modello metodologico che rende nuovamente evidente lo statuto del progetto all’interno del Palais de Tokyo. La filosofia architettonica che fin dagli esordi e ancora oggi caratterizza Office è il concetto di economia dei mezzi. Per il duo di architetti questo significa da un lato, prendere il budget disponibile come base assoluta del progetto e, dall’altro, come già rimarcato, utilizzare un vocabolario ridotto di forme e materiali. Con questa attitudine e principi prende forma la progettazione.  La sua complessità e il suo processo di realizzazione ricadono su scelte pragmatiche. Il vocabolario ridotto, caratterizzato da materiali da costruzione a vista, spesso grezzi e con poche finiture, permette una più facile lettura dello spazio che ci circonda nelle sue molteplici aree disponibili. Le influenze opposte si concretizzano chiamando in causa le architetture più moderniste, dall’alto della loro purezza, o al contrario la Pop Art o il Rinascimento italiano.

La parete curva ci viene restituita come un palcoscenico e al contempo una scenografia, come una trama che trasversalmente presenta diversi temi, pubblicazioni, magazine, oggetti teorici e di attualità, e, al contempo, potrebbe chiamare in causa l’extended field of vision del grafico e artista austriaco Herbert Bayer, un campo della visione che non si distribuisce in maniera orizzontale, ma che supera questa convenzionale dimensione distribuendosi in tutte le aree possibili della scena che abbiamo difronte. Il profilo della trama si identifica nella dinamicità di questo anti-museo in continua trasformazione, così lo definisce il direttore Jean de Loisy. Spazio di sperimentazioni e continue traduzioni, compreso lo stesso sito storico, il Palais de Tokyo, che ancora oggi incontriamo nell’ala ovest, è nato nel 1999 dopo una lunga e iniziale fase di incontri e discussioni che lo hanno portato a essere definito come Site de création contemporaine. L’istituzione, creata dallo Stato ma non legata ai suoi mezzi, ha inventato una nuova dimensione a completamento delle proposte di spazi culturali offerte a Parigi. Per questo motivo il Palais de Tokyo si identifica a priori come sito di creazione e non immediatamente come luogo dell’esposizione.

L’atteggiamento di fronte agli artisti e alle possibili esigenze e tipologie di pubblico. Si tratta di uno spazio più vicino al concetto di studio o di atelier, più vicino alle relazioni e esperienze, un vero e proprio incrocio di generi che consolida e attualizza il concetto di craftship. Questo significa articolare uno spazio e un programma per le arti visive in grado di rivelare e restituire le potenzialità del craft in termini di formazione, processualità, approfondimento, provocazione e capacità comunicativa. Palais de Tokyo è un luogo per vedere e al contempo per produrre conoscenza. Dal 2002 al 2017 il Palais de Tokyo ha fornito agli artisti la possibilità di una residenza, il Pavillon Neuflize OBC, vero e proprio laboratorio di creazione e di esplorazione delle pratiche artistiche. Nell’arco di un anno di residenza gli artisti selezionati sono stati invitati a realizzare un progetto multidisciplinare, un progetto collettivo in collaborazione con un’altra istituzione francese e una personale in dialogo con il curatore mentore.

La disponibilità al dialogo tra diverse discipline è parte integrante della ricerca e dei progetti espositivi dell’istituzione. La mostra L’Usage des formes presentata nel 2015 in occasione delle Journées Européennes des Métiers d’Art esplorava la consolidata relazione esistente tra i coloro che creano e i propri personali strumenti. L’ambiente concepito dal designer Robert Stadler riuniva tutte quelle figure che incarnano l’acquisizione e la trasmissione del virtuosismo tecnico. Artigiani, designer, artisti visivi e architetti come Charles Eames, Yngve Holen, Maurice Marinot, Ettore Sottsass e altri ancora, riuniti in un unico dialogo che vede il processo come centrale per la sua capacità di estrazione di informazioni, di misurazione e la quantificazione della ricezione dell’oggetto finale, sia esso un prodotto d’uso o un’opera d’arte.


Palais de Tokyo – The Bookshop

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