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Quando io e Bea ci siamo trasferite in via Orti avevamo solo un letto a una piazza e mezzo e una cucina economica con quattro fornelli di dimensioni diverse. In quel periodo ho scoperto che Bea dormiva a bocca aperta, e che parlava, a volte: grugniva suoni disarticolati che sembravano provenirle direttamente dai reni. Avevo l’impressione di doverle infilare un amo in gola per aiutarla a tirarli fuori – e dar loro una forma di parole compiute. L’impotenza che provavo di fronte al suo sforzo mi teneva sveglia per ore, finché non smetteva e iniziava a russare piano. Allora mi giravo verso di lei e le accarezzavo la testa. Ho dormito sempre così, i primi tempi: con una mano sulla sua nuca. 

Bea aveva vestiti colorati che teneva appesi a una piantana davanti al letto e di cui era gelosissima. Erano pezzi unici che aveva scovato in certi negozi al metro, o che si era fatta cucire a mano dalla sarta di fiducia di sua madre: vestiti lunghi con fantasie che si confondevano l’una all’altra – ammassati a due o tre sulla stessa gruccia –, larghe cinture di stoffa e bottoni di madreperla grossi come noci. Aveva portato solo questo – da casa dei suoi –, era il suo modo per sentirsi a casa. Io avevo portato delle pentole di rame che erano appartenute a mia nonna e un paio di scatoloni pieni di libri. Bea si era fissata con questi libri: non capiva il senso di averli ammassati lì per terra, ai piedi di ogni parete, se tanto li avevo già letti. Il possesso di un libro sta dentro la tua testa – diceva. Aggiungeva sempre – come sei materialista. Il giorno in cui abbiamo iniziato a litigare era inizio luglio e io me ne stavo a letto con la finestra aperta, leggevo dei racconti di Coetzee ed ero di cattivo umore.

Bea è entrata in casa, ha lanciato la camicia che portava su una pila di vestiti che si era tolta col medesimo sdegno nei tre giorni precedenti, ed è rimasta lì in piedi a fissarmi, in mutande, con i gomiti aperti e le dita premute nei fianchi. Dopo molti secondi ha preso a gesticolare, farfugliava di sacchetti della spesa – mi si sono rotti a cinque metri da casa –, di generi alimentari sparsi per strada, uova rotte e clacson suonanti e – secondo te qualcuno si è fermato ad aiutarmi? Aveva lasciato tutto così, maledicendo la spesa, i passanti, i vicini di casa e ogni negoziante dell’isolato – senesbattonodinoi – ha concluso. Poi, visto che avevo iniziato a ridere senza commentare, ha stretto forte la mascella – lo fa sempre quando non sa dare una forma coerente ai suoi pensieri, o piuttosto quando ne coglie l’irrazionalità ma non riesce ad accettarla –, ed è sparita in cucina. Il suo sguardo, mentre mi voltava le spalle, mi puniva per la mia indifferenza, diceva – tenesbattidime

Da quel momento ha preso a odiare tutto: la gente del quartiere, il tram che prendeva la mattina, le ciabatte con cui andavo dal panettiere, il panettiere, i miei libri. Soprattutto i miei libri. Perché la facessero arrabbiare tanto lo capisco solo adesso che ho il tempo di ripensare a quel periodo con la tenerezza che allora mi mancava. Ci vedeva – in questi libri – un mondo che mi ero portata dietro dalla nostra vita precedente e che però non condividevo con lei: l’ennesima cosa da cui si sentiva esclusa. Li calciava di proposito, quando ci passava di fianco, come se potessero d’un tratto prendere vita e attaccarle bottone, e lei potesse finalmente sfogare la sua rabbia. Io, per parte mia, la istigavo in silenzio, e quando entrava in cucina e si lamentava che avevo finito il suo latte di soia, me ne rimanevo lì seduta con un ginocchio sul bordo del tavolo a leggere Simenon, e facevo spallucce. Lei si esasperava, lo sentivo dal modo in cui usciva di casa, sbattendo la porta, come se le stesse dando uno schiaffo.  

Mi sentivo in colpa, dopo. Avrei voluto correrle dietro e urlarle – io lo odio il latte di soya – e poi – hai il diritto di sentirti spaesata e di odiare tutto, per questo – che ero lì con lei. Invece, quando alla fine mi esasperavo anch’io, urlavo altre cose. Un sacco di parolacce. Nel frattempo si è fatto agosto: in ufficio non c’era più molto da fare e spesso uscivo a metà pomeriggio. Anche se Bea era in vacanza non c’incontravamo quasi mai, e io non avevo idea di cosa facesse tutto il giorno. Ma quando tornava, la sera tardi, si spogliava in silenzio e si accoccolava sulla mia schiena. La sentivo strizzare forte gli occhi – per vedere le lucciole – diceva sempre, era convinta che le facessero venire i bei sogni.  

Un giorno, mentre tornavo da lavoro a piedi, ho lanciato un occhio a una vetrina a cui non avevo mai fatto caso, l’ultima di via Commenda all’incrocio con via Orti. Dentro c’era una piccola stanza dal soffitto alto, tutta stretta: una scala portava a un soppalco con due poltrone foderate di velluto; tutte le pareti – e il bancone all’ingresso e certi pioli della scala – erano ricoperte di libri, come fossero essi stessi a sostenerne le fondamenta. Bea era lì, con il fianco all’entrata e un pollice infilato tra le pagine di un libro: leggeva muovendo piano le labbra e intanto si accarezzava il collo. 

La libreria si apriva su una seconda e poi su una terza stanza piena di vestiti e borse e poltrone imbottite, tra cui i mobili pieni di libri creavano dei piccoli percorsi; sul secondo soppalco ho intravisto uno scaffale di volumetti bianchi che mi hanno fatto pensare alle poesie di Maria Ladyhawke, e un divano su cui sedeva qualcuno, forse un uomo: potevo vederne solo le gambe accavallate e il gomito appoggiato sul ginocchio. In strada, alle mie spalle, una madre diceva – lo devi leccare così, altrimenti si scioglie –, un’auto suonava ripetutamente il clacson, qualcuno accendeva una radio in una finestra. Mentre Bea rimaneva lì, in piedi tra queste stanze che sembravano esserle state disegnate intorno – che ne avevano gli stessi colori e lo stesso aspetto disordinato e armonioso –, e tutto era calmo e silenzioso. Sentivo, senza capirne il perché, la stessa la sensazione che provo quando sono nell’acqua: la consapevolezza di riuscire a percepire la consistenza della sostanza in cui sei immerso. 

Quando ho bussato piano sul vetro, Bea ha alzato la testa dal libro e mi ha sorriso, ha spinto il collo verso di me, come a dire – ci vediamo lì –, poi si è sporta verso il soppalco e ha urlato qualcosa. Senza smettere di guardarmi, ha attraversato il negozio ed è uscita in strada. Mentre camminavamo verso casa mi ha raccontato tutta la storia. Fabio, il libraio, era un tipo un po’ burbero dai capelli bianchi e l’accento siciliano; aveva una libreria dall’altra parte di porta Romana: un Punto Einaudi nascosto in un cortile interno e frequentato da certi clienti fissi e affezionatissimi. Da molti anni era amico della proprietaria dell’atelier, che lì in via Orti aveva aperto non solo un negozio di abbigliamento, ma una sartoria in cui cuciva abiti su misura e organizzava laboratori per adulti e bambini. I due avevano deciso di condividere lo spazio e Fabio si era trasferito. Aveva raccontato a Bea dei lettori che l’avevano seguito e di quelli che aveva perso, e dei clienti che entravano per comprare un libro e ne uscivano con una borsa cucita a mano – addirittura con il divanetto su cui si erano seduti per decidere che romanzo comprare – e viceversa. Mentre parlava, Bea ripeteva – il posto perfetto per noi. La cosa del trasferimento, soprattutto, l’aveva colpita: ci vedeva un’analogia con il nostro trasloco – non è una coincidenza pazzesca – e rideva. 

Quando siamo arrivate sotto il portone ha allungato il libro – che teneva ancora in mano – verso di me e mi ha guardata dritta negli occhi. Ha detto – scusa – poi si è piegata sul mio collo ed è rimasta appoggiata lì, con la fronte sul mio sterno, a piangere un pianto di sole lacrime. Allora le ho accarezzato la testa e ho sussurrato – mi manca tanto casa. Lei ha sfiorato la mia guancia con la sua e ha detto – anche a me. Il libro era un regalo: i racconti di Coetzee. Gliel’ho lanciato dietro mentre scappava per le scale ridendo.


Teresa Righetti ha esordito nel 2018 con Se mi guardo da fuori edito da DeA Planeta Libri

Punto Einaudi

via della Commenda, via Orti, 28

Milano

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