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Nelle campagne inglesi due sorelle vanno per boschi raccogliendo foglie secche, ramoscelli, sassi e detriti, che poi ripongono con cura sulle mensole della loro camera da letto, in una di quelle casette che popolano i libri delle fiabe, col giardino delle essenze, il fumo che esce dal comignolo, le English Rose rampicanti e i paioli in rame. Anche i nomi delle due sorelle sembrano usciti da una fiaba: Faye e Erica Toogood. La loro nonna era una sarta che durante la guerra usava la stoffa dei paracadute per cucire biancheria. 

L’amore per la materia, per tutto ciò che è arcaico e tutto ciò che è in divenire. La magia di un’infanzia in bilico tra il reale e il fantastico la si può ritrovare nel lavoro di Faye Toogood, oggi figura di spicco nel mondo del design e dell’arte considerata la più poetica tra le artiste del minimalismo. Faye ha opere esposte in permanente al Philadelphia Museum of Art, al Dallas Museum of Art, al High Museum of Art di Atlanta, al Corning Museum of Glass di New York, alla National Gallery of Victoria di Melbourne e al Fabergé Museum di San Pietroburgo. Il suo lavoro è apparso al Victoria & Albert Museum di Londra, alla Triennale di Milano e al D Museum di Seoul. Eppure, o forse proprio per questo, Faye si definisce un tinker, uno stagnigno ambulante, come gli zingari che un tempo giravano per i villaggi rappezzando pentole e tegami. Erica ha ereditato lo spirito della nonna sarta e le sue dita lunghe e sottili. Ossessionata fin da bambina dalle forme, dalle proporzioni e dai drappeggi, all’età di otto anni si posiziona davanti a una vecchia Singer e utilizza una manica a vento per fabbricarsi una maglia. Oggi modellista esperta, lavora per diversi marchi di moda, oltre a confezionare capi su misura per i suoi clienti e realizzare costumi per il teatro. Insieme le due sorelle gestiscono – o piuttosto, abitano – la House of Toogood, uno spazio poliedrico imbevuto delle loro passioni, la materia per Faye e la forma per Erica. Tinker and Tailor, stagnino e sarto. 

La House of Toogood è, a tutti gli effetti, una casa. Si entra dal garage suonando il campanello, si attraversa un piccolo cortile interno, e si riceve su appuntamento. Pur essendo, almeno in parte, un negozio, lo spazio è chiuso durante il weekend. Si trova a Shoreditch, nell’East End, all’angolo tra Club Row e quella Redchurch Street un tempo anima dei bassifondi e oggi mecca dello shopping di lusso e dei marchi di nicchia. Una casa vittoriana di quattro piani, vertiginosamente stretta, con le pareti esterne dipinte di nero; fino a poco tempo fa era uno dei tanti squat che popolavano l’East End – edifici occupati nel tentativo (fallito) di combattere la gentrificazione e l’aumento esponenziale del costo degli affitti. Il piano terra  è adibito a negozio, showroom e spazio espositivo, mentre i piani superiori sono occupati dagli atelier e dagli uffici. Qui lavorano una quindicina di persone: oltre a tinker e tailor ci sono fabbro, falegname, tappeziere, organizzatore di eventi… La House of Toogood accoglie tutti quelli che non vogliono radicarsi in un’unica disciplina, l’architetto che vuole curiosare tra i mobili, il grafico amante della moda e chiunque non si rispecchi in una natura univoca. Pur essendo il quartier generale di un marchio affermato, e nonostante gli interni siano stati ripuliti dal loro recente passato di anarchia, l’edificio non ha perso la sua aria da residenza privata, un po’ diroccata, con finestre al posto delle vetrine e il parquet dissestato. In otto anni la House of Toogood ha cambiato sede sei volte. Anche se la maggior parte dei suoi lavori vogliono trasmettere un senso di permanenza, a Faye – stagnino ambulante – piace spostarsi. Le progettazioni delle case georgiane che realizza per i suoi clienti possono durare anni, ma nella vita accetta di buon grado la sfida di creare per i suoi dipendenti un ambiente di lavoro fertile e accogliente nell’arco di una notte: mi piace che le cose siano comode ma non troppo comode.

Le creazioni di Faye Toogood sono atemporali, come dei fossili. Non le interessano le tendenze, la moda, le convenzioni dell’estetica. Infatti predilige un’idea di spaesamento, di insicurezza: le guardi e non sai più in quale parte del mondo e in quale era geologica ti trovi. Le sue sculture e i suoi oggetti di design racchiudono al tempo stesso qualcosa di preistorico e qualcosa di futuristico – una sedia il cui schienale ricorda il manico di una pala, tazze panciute, poltrone rigide dalla forma concava, tavoli levigati e geometrie tridimensionali. Mentre a Londra i designer di interni verniciavano le pareti di bianco e cercavano di dare luce e vita alle vecchie residenze in mattone, lei, seguace di Anselm Kiefer, sale alla ribalta attraverso muri color fango e gabbie di metallo al posto delle librerie. Recentemente i suoi lavori si sono fatti più organici e meno cupi complice forse, come ha dichirato al New York Times, la nascita delle sue due gemelle, che l’ha portata ad osservare il mondo con gli occhi dell’ingenuità.

Le creazioni tessili di Erica prendono ispirazione dagli abiti da lavoro pre-industrializzazione, in una ricerca costante di quell’individualità che si definisce attraverso l’uniforme. Lo scultore, l’apicoltore, il meccanico, il carpentiere… più la divisa è sporca, sgualcita, macchiata di olio da motore e impasto per il cartongesso, più diventa autentica, personale. Il risultato sono abiti dal genere indefinito con tessuti che si rinnovano ad ogni stagione, dall’alpaca, al lino, all’organza. Tutti i cartamodelli vengono custoditi nell’archivio e trasferiti di volta in volta ad ogni cambio di indirizzo. Alcuni capi, tra i quali un paio di pantaloni, vengono rielaborati e riproposti in tessuti diversi per ogni nuova collezione. Lo definisce il ‘guardaroba del bohemien’, nel quale arti e mestieri diventano abiti. Le salopette da muratore diventano la divisa degli scrittori, i tessuti tecnici da saldatore vanno a rivestire gli artigiani. Maestra nell’arte della modellistica, le forme realizzate da Erica sfidano le leggi dell’anatomia e le regole della sartorialità – del resto questa è Shoreditch, non Savile Row. C’è anche una linea di jeans, quattro modelli diversi, rigidissimi: il primo denim a cimosa realizzato nel Nord dell’Inghilterra, nel Lancashire, vengono lasciati grezzi in modo che possano adattarsi alla signolare forma del corpo di chi li indossa. Tra i distributori dei vestiti di Toogood ci sono i Dover Street Market di Londra, New York e Tokyo. Capita che una cliente si innamori di un tessuto, o di un’idea. A quel punto Erica trasforma l’idea in un abito tagliato e cucito combinando il suo estro col desiderio di chi commissiona.

Toogood ha stipulato una convenzione di quattro anni con il proprietario dell’edificio in Redchurch Street, dopodichè probabilmente si trasferirà di nuovo. Per questo motivo l’area espositiva della House of Toogood  – legni biondi e linee pulite – ha qualcosa di effimero, come se chi la abita fosse lì in vacanza e avesse cercato di personalizzare lo spazio il più possibile senza però snaturarlo o stravolgerlo nel caso il proprietario decidesse di fare una visita a sorpresa. Qui sono esposte, tra le altre cose, le opere realizzate da Toogood in collaborazione con altri marchi – 1882 ltd, Calico Wallpaper, cc-tapis e Teixdors giusto per citarne alcuni. Qui si organizzano anche le mostre di artisti contemporanei, tra i quali Sarah Kaye Rodden, collaboratrice di Comme des Garçons. E si presentano anche le collezioni durante la settimana della moda, attraverso tableau vivant realizzati posizionando i modelli nei vari anfratti dello studio, ricreando di volta in volta atmosfere in linea col mood della collezione. I clienti vengono a prendere il te, a vedere le ultime novità e le produzioni ancora in cantiere, oppure a respirare l’atmosfera eterea che caratterizzata la House. Quando non sono rinchiuse nei loro studi, o in giro per il mondo a progettare installazioni (come quella da poco realizzata per il nuovo negozio Carhart a Londra), ogni tanto compaiono anche Faye e Erica, con i capelli corti e gli abiti da lavoro, sospese nel tempo e nello spazio.


House of Toogood

71 Redchurch, Shoreditch, Londra

E2 7DJ, Regno Unito

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