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Era il 1987 quando il Rapporto Brundtland rese per la prima volta formale il concetto di sostenibilità – il documento era stato rilasciato dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (WCED) e così recitava: ‘Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente, senza compromettere le possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri’.

Il nome del rapporto si deve alla coordinatrice del WCED Gro Harlem Brundtland, prima donna ministro della Norvegia nel 1981 (nonché la persona più giovane ad aver mai ricoperto la carica), che due anni dopo l’elezione fu invitata dall’allora Segretario generale delle Nazioni Unite Javier Pérez de Cuéllar a istituire e presiedere la commissione. Our Common Future, questo l’altro nome con cui il rapporto è conosciuto, pose le basi del Summit della Terra del 1992, nonché dell’Agenda 21 che in questo contesto venne elaborato – un piano d’azione delle Nazioni Unite per raggiungere lo sviluppo sostenibile globale –, laddove 21 si riferisce al 21esimo secolo. Una politica, quella di Brundtland, che alla sostenibilità affiancava la persecuzione della pace – durante il suo terzo ministero, nel 1993, il governo norvegese sponsorizzava colloqui segreti tra Rabin e Arafat, che diedero esito agli accordi di Oslo – e la salvaguardia della salute – come direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità nel 1998, in prima linea per l’abolizione del fumo di sigarette.

Erano trascorsi poco meno di quindici anni dalla crisi petrolifera del ’73, che oltre a sconvolgere l’economia mondiale evidenziava i limiti dell’uomo contemporaneo: la dipendenza da fonti non rinnovabili, utilizzate anche come armi di difesa e attacco in politica. Fu allora che i vari Paesi iniziarono ad adottare politiche di austerità per limitare il consumo di energia e a ragionare su quali potessero essere le fonti rinnovabili cui attingere. Un anno prima il Club di Roma, un’associazione non governativa di studiosi e politici fondata nel 1968 da Aurelio Peccei e Alexander King, la cui prima riunione si svolse a Roma, presso la sede dell’Accademia dei Lincei alla Villa Farnesina. Commissionava e pubblicava il rapporto The Limits to Growth: era l’esito di una simulazione al computer delle interazioni fra popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse nell’ipotesi che queste stessero crescendo esponenzialmente con il tempo. Cento anni di tempo per esaurire le risorse a disposizione, questa la profezia scientifica che emergeva dallo studio.

Altra funesta profezia scientifica è quella della Global Fashion Agenda, che ha riferito che se l’industria della moda non cambierà, il suo impatto sul clima aumenterà del 60% entro il 2030. Mentre da quarant’anni a questa parte si combattono la sovrapproduzione e le minacce derivate dall’aumento della popolazione attraverso innovazioni tecnologiche, un secolo fa la sostenibilità era ‘inconsapevole’. Era la naturale risposta a una mancanza di denaro e risorse. Quasi sessanta anni prima di Our Common Future, negli anni Venti, c’era chi nella moda – la seconda industria più inquinante – offriva un esempio di sostenibilità ante litteram. Salvatore Ferragamo maturava l’interesse nella ricerca di materiali mai utilizzati per le scarpe in quel tempo: la carta, la corteccia d’albero, la rafia, la pelle di pesce, il cellofan. Una speculazione che nacque anche da necessità e contingenze. Lo aveva incoronato ‘Calzolaio delle Stelle’, grazie alla fortuna ottenuta presso il gotha dell’industria cinematografica statunitense, dal suo Hollywood Boot Shop, che aprì i battenti nel 1923. Ogni materiale poteva essere modificato e dare luogo a soluzioni dotate di estetica e funzionalità. In quegli anni Ferragamo ideò Wedge, la zeppa di sughero costruita con la corteccia di un albero diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, che sostiene l’arco plantare e facilita la respirazione del piede.

Tornato in Italia, nel clima fascista di propaganda nazionalista e a causa delle sanzioni economiche imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni nel 1935, sono la pelle di pesce e la canapa – questa tradizionalmente riferita al tessile – i materiali su cui Ferragamo si concentra. A Firenze, proseguì ricorrendo alle tecniche artigianali del luogo – il ricamo in seta e cotone, il merletto ad ago prodotto nelle campagne limitrofe, gli intrecci di paglia. La calzatura italiana è stata diffusa in America in una superba edizione grazie all’iniziativa di Salvatore Ferragamo, le cui attività non diminuiscono ora per il rarefarsi delle materie prime […], ma acuiscono lo spirito inventivo dell’artista – anzi lo spingono ad utilizzare i materiali autarchici più disparati, si leggeva sulla stampa estera dell’epoca.

Durante il secondo conflitto mondiale, Ferragamo impiega anche cellofan della carta delle caramelle, feltro da cappelli, l’ortica. Il 1947 è l’anno del sandalo invisibile – o metafisico, come lo definì la giornalista Emilia Kuster Rosselli su Bellezza. Nasce dall’incontro di Ferragamo con un suo dipendente di ritorno da una partita di pesca. Il nuovo tipo di lenza fatta di nylon utilizzato dall’operaio è il materiale che va a costituire la scarpa – e che gli vale il Neiman Marcus Award di quell’anno.

Bethany Williams, No Address Needed to Join Coat, 2018. Courtesy Bethany Williams, London


La mostra

L’attività di Ferragamo è il perno della mostra Sustainable Thinking, di scena fino all’8 marzo 2020 presso il Museo Salvatore Ferragamo a Firenze. L’esposizione traccia un itinerario che partendo dalle intuizioni del fondatore arriva a documentare le recenti sperimentazioni. Un progetto ideato da Stefania Ricci, Direttore del Museo Salvatore Ferragamo e della Fondazione omonima, con contributi di Giusy Bettoni, l’anima di C.L.A.S.S. e Marina Spadafora di Fashion Revolution Italia, tra gli altri. Interpreta il tema specifico della sostenibilità tramite un percorso culturale che ne riassuma successive evoluzioni. Vi sono due sezioni situate all’esterno di Casa Ferragamo, fruibili fino al luglio prossimo, presso la Sala delle Udienze di Palazzo Vecchio e al Museo del Novecento. Entrambe curate da Sergio Risaliti, Direttore del Museo fiorentino dedicato al Secolo Breve, che si trova in Piazza Santa Maria Novella.

L’itinerario espositivo comincia con un’opera di Pascale Martine Thayou sul paesaggio contaminato, cui fa da specchio quella di Michelangelo Pistoletto, ricoperta di una superficie composta da tessuti sostenibili. Il testimone che Salvatore Ferragamo, nei primi decenni del Ventesimo secolo, lancia a chi verrà dopo di lui, in un’epoca nella quale l’emergenza ambientale ancora non era una realtà riconosciuta, nella mostra di Firenze si estrinseca nelle proposte di vari stilisti e brand – fra i quali Wräd, Ecoalf e Bettany Williams. Chiude il cerchio l’abito creato da Paul Andrew, direttore creativo di Ferragamo dal febbraio 2019, in jersey derivante da bottiglie di plastica riciclate. Il ponte tra le ricerche di Ferragamo e il presente è Rainbow Future, un modello creato nel 2018 nella collezione Ferragamo’s Creations sui principi della sostenibilità e ispirato al sandalo del 1938 Rainbow, originariamente realizzato per Judy Garland con tomaia in capretto, intersuola e tacco a strati di sughero ricoperti di camoscio. Oggi ha una zeppa in legno rifinita a mano ed è realizzata artigianalmente in cotone organico lavorato all’uncinetto, con fodera in pelle rifinita senza emissioni di anidride carbonica o consumo di acqua.


Il fondatore

Nato a Bonito, piccolo centro dell’Irpinia, in Campania, nel 1898, ritorna in Italia nel 1927, dopo tredici anni di attività e il successo raggiunto negli Stati Uniti, dove era emigrato nel 1914 in cerca di fortuna. Apre il suo laboratorio a Firenze, città-simbolo del Rinascimento, polo di shopping fin dai primi del Novecento ed erede di una tradizione artigiana, dove sceglie di installarsi al 57 di via Mannelli. Negli anni Cinquanta, conclusa la seconda Guerra mondiale e dopo il trasferimento, nel 1938, nella sede di Palazzo Spini Feroni, nella centrale via Tornabuoni, l’atelier Ferragamo diviene meta prediletta di celebrità internazionali e di stelle della Hollywood sul Tevere.