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Un capo poco costoso è gettato dopo tre post su Instagram. Ogni anno, solo negli USA, quattordici milioni di tonnellate di vestiti vengono cestinati: la moda è la seconda industria più inquinante dopo quella petrolifera, consumando risorse naturali e umane. Secondo la Banca Mondiale è la causa del 20% dell’inquinamento idrico globale. Il risultato di un sistema che ci ha portato a pensare al capo di abbigliamento come usa e getta. La Global Fashion Agenda ha riferito che se l’industria della moda non cambierà, il suo impatto sul clima aumenterà del 60% entro il 2030.

«Avevamo tutti e tre carriere avviate con brand di moda, ma ci siamo licenziati e abbiamo iniziato a lavorare assieme», – racconta Matteo Ward, che insieme ai co-fondatori Victor Santiago e Silvia Giovanardi ha lanciato WRÅD, un marchio che vuole trasformare un problema globale in nuova opportunità. «Il nostro scopo inizia a prendere forma durante un inter-rail in Europa, nell’estate del 2015. Victor e io abbiamo creato una pagina Instagram per comunicare il reale costo ambientale e sociale della moda. Da lì ci siamo evoluti in movimento educativo, poi nel 2016 con il supporto di Susanna Martucci, fondatrice e CEO di Alisea Recycled & reused Objects Design e inventrice di Perpetua abbiamo avviato il nostro programma di R&D Innovativo». Nel 2017 WRÅD è diventata una Focus Design company, che oggi lavora per offrire servizi attraverso i prodotti, in linea con le esigenze del pianeta e della società.

Nel 2013 Ward è da Abercrombie. Lavora nel CSR come co-amministratore del Global Stores Diversity and Inclusion Council. È in quel ruolo che ha iniziato a scoprire il reale costo sociale e ambientale dei vestiti. «Più dell’8% di tutti i gas serra emessi nella nostra atmosfera sono prodotti dal settore moda e più della metà dei nostri vestiti è in parte o composta di fibre derivate dal petrolio, la cui produzione ha un impatto negativo sull’ambiente e sulla salute – per essere poi cestinati dopo un ridotto utilizzo». Ogni tonnellata di vestiti che vengono riciclati evita un’emissione di 20 tonnellate di CO2 – come se 7,3 milioni di auto fossero eliminate dalle strade. «I designer hanno la responsabilità di progettare vestiti pensando al post-life – un tema che nelle scuole di fashion design oggi si affronta. Sono fiducioso: vedremo meno abiti non riciclabili»

I Tre co-fondatori di WRÅD, insieme a Susanna Martucci, hanno ideato GRAPHI-TEE™, che definiscono non una t-shirt ma un servizio per l’ambiente e per la salute – la pelle non è esposta a tinture chimiche. Il progetto ha trovato il sostegno di Starbucks che ha deciso di inserire il brand WRÅD nelle Starbucks Reserve Roasteries di Milano, New York e Seattle. «L’idea è nata da una domanda di Susanna Martucci:  ‘Matteo, ci sono tonnellate di polvere di grafite – sottoprodotto inevitabile della produzione di elettrodi – che finisce in discarica tutti i giorni. Non esiste un’applicazione per questo materiale anche nell’industria tessile?’». 

Matteo Ward, co-founder WRÅD

Da questo input è iniziato il nostro percorso: «Silvia ha scoperto che gli antichi romani più di duemila anni fa già tingevano con la grafite, che estraevano da una miniera oggi ancora visitabile a Monterosso Calabro. Da una chiacchierata con il Sindaco abbiamo scoperto che le donne di questo paese, da secoli, si tramandavano la ricetta di tintura minerale con grafite. Una tradizione orale nascosta, che stava per scomparire con l’ultima generazione che ancora l’aveva adottata e che ci è stata insegnata nel nostro primo viaggio a Monterosso». Questa storia è diventata l’ispirazione che li ha spinti a re-immaginare l’antica ricetta, utilizzando non la grafite naturale della miniera di Monterosso ma quella scartata oggi dalle industrie del tech in dinamiche di economia circolare. «Una volta messo a punto il processo, abbiamo deciso di veicolarlo attraverso un prodotto manifesto: GRAPHI-TEE appunto, il primo ed unico prodotto ad essere tinto e trattato con questo processo innovativo chiamato g_pwdr technology, che conferisce al tessuto un tono di grigio minerale». WRÅD is not a brand, it’s our call to action’ è questo lo slogan che appare sul loro sito, un manifesto da indossare.

La maggior parte delle persone veste di nero, nonostante questo sia il colore più inquinante. «Non dobbiamo demonizzare il colore, ma investire in ricerca e sviluppo per minimizzare l’impatto delle tinture chimiche sull’ambiente e sulla nostra pelle. Noi stiamo cercando di arrivare al nero attraverso l’utilizzo di grafite riciclata in fase di tintura».

La coltivazione del cotone richiede un ingente utilizzo di acqua. Si valutano tessuti alternativi. «Il lino è una soluzione, come la canapa, che a parità di territorio consuma fino al 50% in meno d’acqua, non necessita di insetticidi/ pesticidi per crescere e produce fino al 250% in più di fibra. Si stanno affermando sempre più filati e tessuti bio-based o lab-grown, frutto di filiere circolari e che facilitano poi il corretto riciclo del capo. I filati riciclati migliorano di qualità, si impiegano già in una certa percentuale nel mondo denim». Anche per realizzare i jeans si impiegano grandi volumi d’acqua. Entro il 2020 l’intera linea di jeans UNIQLO sarà prodotta con una nuova tecnologia, la Blue Cycle Denim, che utilizza lavatrici laser per l’ozono nanobubble che riduce il consumo d’acqua fino al 99%. I filati riciclati invece li sta utilizzando la HNST, che ha realizzato una collezione con filati ottenuti con il 50% di denim vecchio riciclato (cotone) e 50% Tencel®. È la percentuale più alta di fibre riciclate tecnicamente possibile ad oggi. Il filato viene tinto indaco dal partner italiano PureDenim con la tecnica SmartIndigoTM, che non richiede sostanze chimiche pericolose per rendere l’acqua indaco solubile. «Per il nostro denim trattato in grafite riciclata (un progetto endorsed by Perpetua), utilizziamo quello organico trattato con chitosano da PureDenim». 

La moda sostenibile non è economica, «ma la salvaguardia del pianeta e della nostra salute hanno un prezzo? Dovremmo essere disposti a pagare di più per garantire a noi stessi e alle generazioni future di vivere in un mondo fondato sul rispetto delle risorse naturali ed umane».