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The Fashionable Lampoon
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armani

Emporio Armani Caffè
la tradizione si rinnova

Emporio Armani Caffè e Ristorante, first floor. ph. Davide Lovatti
Emporio Armani Caffè e Ristorante, ground floor. ph. Beppe Raso

Emporio Armani Caffè e Ristorante riapre a Milano, in via Croce Rossa. Inaugurato nel 2000, il locale testimonia il legame di Giorgio Armani con Milano, fatto di gesti e iniziative che di volta in volta valorizzano la città.

Lo spazio è stato ridisegnato per accentuare la varietà dell’offerta. L’esterno dell’edificio anni Trenta si mantiene inalterato, con la novità di un secondo dehors che si aggiunge a quello già esistente.

Al piano terra, diviso in due parti collegate tra loro ma indipendenti, si trova il bar caffetteria dove è possibile gustare e acquistare sia pasticceria fresca di produzione propria, sia prodotti Armani/Dolci by Guido Gobino. Seconda area è quella di un locale con cucina, cui si accede da via Giardini, aperta per colazione, pranzo, cena – il ritrovo dell’aperitivo.

Al piano superiore è ospitato il ristorante, aperto a pranzo e a cena, con ‘champagne bar’ all’ingresso. La cucina è visibile grazie al vetro effetto sfumato. La cucina è mediterranea, con un menu tutto italiano.

Emporio Armani Caffè e Ristorante 

via Croce Rossa 2 | Milano

A|X Armani Exchange rinnova
il progetto st_ART per il 2019

Design by Maggie Cole
Design by Francesco Vullo
Design by Janice Sung
Design by Kentaro Yoshida
Design by WIA - WhatIsAdam

A|X Armani Exchange rinnova la collaborazione con il mondo dell’arte attraverso la quarta edizione del progetto #st_ART. La selezione per la stagione Primavera/Estate 2019 comprende t-shirt da uomo e da donna, che gli artisti scelti hanno usato per realizzare le loro illustrazioni.

WIA –WhatIsAdam, Francesco Vullo, Kentaro Yoshida, Janice Sung e Maggie Cole sono i cinque nomi selezionati: illustratori, creativi e digital artists che raccontano sui capi A|X la loro visione della cultura metropolitana e urban.

La collezione sarà disponibile in store e su armaniexchange.com da marzo 2019.

Armani/Silos ospita una Film
Series ispirata a Fabula

Palombella Rossa by Nanni Moretti, 1989
Beau Travail by Claire Denis, 1999
Spirited Away by Hayao Miyazaki, 2001
The Village by M. Night Shyamalan, 2004
Moonrise Kingdom by Wes Anderson, 2012
Toni Erdmann by Maren Ade, 2016

La nuova edizione di Film Series, ospitata negli spazi di Armani/Silos, avrà inizio il 13 febbraio.

La rassegna prende spunto da Fabula, di Charles Fréger, una mostra fotografica che raccoglie un lavoro di ricerca sull’umanità, sul senso di appartenenza e sull’individualità, attualmente in esposizione all’Armani/Silos.

I film, selezionati dallo stesso Charles Fréger, riflettono ed espandono il percorso narrativo del suo lavoro, creando connessioni con le immagini che compongono la mostra. «Penso di essere diventato fotografo essendo un pittore mancato, o un regista che non ce l’ha fatta. Sono affascinato dalle possibilità di scambio che esistono tra fotografia e cinema,» afferma Fréger.

In Palombella Rossa, Nanni Moretti gioca con gli effetti metaforici e narrativi di una perdita di memoria. La gelosia sconvolge ordine e abitudini in Beau Travail, diretto da Claire Denis, mentre Spirited Away di Hayao Miyazaki è una storia soprannaturale intrisa di tradizione giapponese. Nel film The Village di M. Night Shyamalan, l’amore è la forza che rompe i codici di una comunità trattenuta nella morsa di una falsa mitologia e Moonrise Kingdom di Wes Anderson racconta una storia d’amore adolescenziale che si svolge in una surreale ambientazione naturale. Infine, Toni Erdmann di Maren Ade parla di legami familiari attraverso il filtro della resistenza e della libertà.

«Guardando alcuni di questi film, ho l’impressione di conoscere i personaggi, i paesaggi e l’entusiasmo che ha dato vita a queste immagini. Sono molto attratto dal cinema e resto sempre colpito dalla colossale macchina che sta dietro alle riprese di una semplice scena,» ha detto Fréger.

Haute couture: chi se ne frega.
Ciò che conta è il sogno

Anna Cleveland walks the runway during the Jean-Paul Gaultier
Haute Couture Spring Summer 2019 fashion show
Dior Haute couture
Dior Haute couture
Chanel Haute couture
Chanel Haute couture
Giorgio Armani Privé
Giorgio Armani Privé
Schiaparelli
Schiaparelli
Jean Paul Gaultier
Jean Paul Gaultier
Giambattista Valli
Giambattista Valli
Iris van Herpen
Iris van Herpen
Valentino
Valentino

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

A Parigi, come sempre accade a fine gennaio, fa un freddo d’inferno. Quest’anno forse di più. La città sembra racchiusa in se stessa, struggente, come perduta in una forma di meditazione che è ben congeniale alla neve che ne ha imbiancato i tetti, i campanili e le strade, con un magico effetto Truffaut.

Ieri pomeriggio, da Christie’s Paris, è andato all’asta il colossale guardaroba YSL di Catherine Deneuve, quarant’anni di storia dell’alta moda francese. Cala il sipario su un’epoca, ma il rituale dell’Haute couture è on stage in tutta la sua gloria e con le sue mille contraddizioni. Si parla tanto di libertà concettuale, di fantasia al potere, ma i riferimenti, almeno nella maggior parte dei casi, appaiano sempre gli stessi. Archetipi, ovvero la mistica dei volumi di don Cristóbal Balenciaga, il gioco tra contrasti pittorici e stilizzazione di Yves Saint Laurent nei Sessanta e Settanta, una certa onirica nostalgia neo-settecentesca di Christian Lacroix. Non si può che avvertire un vago sapore di anacronismo, visto il tempo che oggi viviamo. È un ossimoro, quest’haute couture, che si divide tra la magniloquenza teatrale e una spinta verso una contemporaneità talvolta irraggiungibile e difficile da identificare. In fondo, chi se ne frega. Quello che conta davvero è il sogno, la fuga in direzione di territori favolosi e appassionanti come un romanzo d’appendice o in uno di quei feuilleton televisivi di Netflix che ti tengono incollato allo schermo notti intere. Si sono viste ovunque, per esempio, quelle smisurate robes-meringa, concrezioni e bozzoli di tulle a strati, che sono emblematiche del segno di Giambattista Valli, che prosegue senza esitazioni o tentennamenti la sua personale parabola di couturier puro e duro.

Lunedì 21, ha aperto le danze Dior, dove Maria Grazia Chiuri ha messo in scena un défilé che definisce ‘Parade’, con evidente riferimento a Pablo Picasso, in un tendone circense costruito da India Mahdavi nel giardino del Musée Rodin. Le acrobate del gruppo Mimre formano piramidi umane e archi sotto i quali sfilano le mannequin. Maria Grazia dichiara una nuova felicità formale, è molto nella sua pelle. Ci sono tanti corti, camicie in organza dai colli sfilacciati, jodhpurs affilati, inedite bluse in lana bouillie montate come fossero taffetà, tailleur-pantaloni e cappotti in ottoman o cachemire bordeaux, che ti fanno capire che l’haute couture è sì rappresentazione teatrale, ma che ispirano portabilità e, finalmente, la voglia di costruire un intero vestiaire.

Proprio come succedeva un tempo, vestiti hc per ogni ora, codice ed occasione, l’idea di red carpet era ben lungi dall’esistere. I costumi dei clown da Dior vibrano di milioni di sequin e si trasformano in sovrapposizioni di tulle cosparse di cristalli luminosi o percorse da bande di satin multicolore. Il circo come metafora del mondo, dove c’è posto per tutti, senza pregiudizio o discriminazione. Fellini e la malinconia di Bernard Buffet, fino alle tenues di scena per Dalida e la Bardot inventate da Gérard Vicaire. Per la prima volta, Chiuri utilizza le paillettes, che siglano i boots, gli stivaletti e i sandali e dispiega, attraverso quell’asciuttezza linguistica che le è propria, l’eccezionalità del savoir-faire della Maison.Tutti conoscono la fotografia di Richard Avedon ‘Dovima e gli elefanti’, scattata al Cirque d’Hiver nel 1955, è un frammento simbolico dell’heritage Dior. Sono acrobazie del cuore, quelle del Grand Cirque Dior.

Chanel, nella solare cornice di una villa italiana – strano, intorno alla piscina c’erano quei pot d’Anduze che fanno così Provenza –, o mediterranea che sia, ha presentato una collezione che guarda al Settecento, periodo storico prediletto del couturier di Amburgo, che è stato un grande collezionista di mobili, oggetti e dipinti Louis XV e Louis XVI. Un secolo dei Lumi sublimato e mai costumé, con qualche tocco e riferimento anni Quaranta e Ottanta. Gonne longuette, ampi caban, abiti da ballo a palloncino di grazia rocaille. Una nuvola la jupe-culotte in marabù, che contrasta col blouson rock su bustier a volant. La ricchezza dei ricami di Lesage non è mai ostentata, filtra dai tessuti ripiegati e doppiati come origami. Un lusso sotteso e allegorico. Lusso vero. Il rosa Pompadour sfuma nel mauve, in un bouquet di gialli giunchiglia e azzurri Tiepolo, si scompone nel tweed, mai così leggero e perlaceo. Sulla corolla rovesciata di un abito bianco a micro paillettes, sono applicati con infinita pazienza centinaia di fiori in ceramica che ricordano quelli rocaille delle Manifatture di Meissen, di Sévres e Capodimonte. Poesia, che altro dire. Nel finale, si manifesta la sposa balneare di Vittoria Ceretti, ninfa regale in velo candido e costume ricamato in paillettes d’argento.

È uno show che diviene elogio della leggerezza significante. Kaiser Karl è l’ultimo Leone, l’eterno monarca di un regno fatato. Questa volta, affaticato e febbricitante, non è venuto a salutare il suo pubblico, ma è stato in backstage fino a tarda ora la sera precedente, per la cerimonia dell’ultimo fitting con amici in visita. Virginie Viard è apparsa da sola, mentre l’annuncio ufficiale rimbalzava in un improvviso silenzio, sotto la nave di vetro del Grand Palais. Un’assenza che risuona di mito e che ha conferito all’avvenimento un sapore storico e straniante. Intenso anche il trucco di Lucia Pica, che, su suggestione di Karl Lagerfeld, ha incrociato silhouette settecentesche con un’attitude lunare e Settanta alla David Bowie.

Chanel Haute Joaillerie medita ancora una volta sull’immaginario emblematico della fondatrice e della Maison. La collezione infatti si chiama ‘1 Camélia. 5 Allures’. La camelia vi si declina in ogni possibile forma: compare tra le dita come anello, diventa borchia – usabile come broche – di un collier a sciarpa in diamanti marquise e perle. Si tratta di cinquanta pezzi di cui ventitré trasformabili, in un tourbillon di diamanti, rubini, zaffiri rosa e di forme leggere e aeree. I prezzi si possono solo sussurrare. Il rigore delicato del fiore favorito di Coco Chanel incarna la maestria dei laboratori di alta gioielleria del brand. Mentre li ammiriamo, fervono trattative. Alcuni gioielli sono già stati venduti. Altri, discretamente, sono stati riservati ancora in fase di realizzazione.

Il fluviale show Armani Privé, all’Hôtel d’Evreux in Place Vendôme, ha un accento cinematografico. Prende avvio dal chiaroscuro parigino anni Trenta de Il Conformista di Bernardo Bertolucci, che sovrappone a citazioni di una China déco, sensuale e ‘Shanghai Express’. Silhouette slanciate, profumo di intrigo e di mistero, superfici curve e ruches di lacca rossa con dettagli bluette e blu elettrico, che introducono un tema orientale. Quasi in contraddizione con la classica poetica di Giorgio Armani, le piccole giacche hanno spalle assai costruite, definite e aguzze, con interno e paramonture totalmente a ricamo. Deflagrano broderies e motivi esotici su abiti e bustier, che ripercorrono gli elementi decorativi delle potiche orientali e le textures policrome bordate di nero delle vetrate art déco. Madame Wellington Koo incontra Marlene Dietrich e Madonna, per un the al Peninsula di Hong Kong, in un tempo che non c’è. Pantaloni svasati, frange dinamiche in seta, cristalli e broderies tridimensionali. A pagoda i cappelli con veletta rigida, di aspetto quasi metallico, mentre le cloche-lustre anni Venti, riflettono la luce grazie a migliaia di sfere in vetro. Celine Dion siede in prima fila vicino a Juliette Binoche e Uma Thurman versione mamma. Magrissima, ha uno spesso maquillage effetto sabbiato, che si riga di lacrime quando Giorgio Armani, in tuxedo di velluto nero, si ferma davanti a lei durante la passerella finale, che, a differenza di sempre, il designer ha voluto compiere fino in fondo.

Chez Schiaparelli, Bertrand Guyon racconta una storia traboccante di stelle e di fiori. Titolo: Florea Ursae Majoris. Lo zio di Elsa era l’astronomo Giovanni Schiaparelli. Qui, il suo imprinting scientifico e la sua voglia di cielo, si sovrappongono a una digressione astrologica di marca surrealista e all’elemento floreale, visto attraverso l’occhio di Dalì e Leonor Fini, intimi sodali della couturière. Stelle – talvolta schematiche e ingenuamente infantili –, zodiaco e comete si manifestano sul nero o sul cady perla. Seta vichy, crêpe e e taffettà sono percorsi da ramages e aggregazioni di corolle, da patterns botanici e astri celesti. Cappe fitte di piume sontuose, ricami Moghul, strisce di paillettes su un parato a roseto o un damasco opulento. Una bella esercitazione, questa di Guyon, puntuale specie nei tailleur e nelle giacche smilze e puntute, un fit molto radicato nella poetica di Mme Schiap, che per la sera esplodono di galassie e nebulose policrome ricamate a minuti sequins o di elementi ceramici. Non può che venire in mente Elsie de Wolfe, ovvero Lady Mendl. che gioca al Settecento nella sua dimora a Versailles, Villa Trianon. La modernità di Schiaparelli però è come congelata e probabilmente troppo iconica per permettere cambi di itinerario e abbracciare nuove ermeneutiche davvero significative. Forse occorre farsi coraggio e dare un taglio netto alla memoria, imprimendo una rotta diversa e indipendente da qualsiasi osservanza, pur colta e brillante, del suo vocabolario. È la vera qualità e il limite di questo marchio dalla storia in fondo breve, ma così fondamentale nel Novecento.

Jean Paul Gautier, in questa stagione ritrova integra la gioia della creazione. JP è padrone al massimo di ogni linfa, tecnologia e segreto del mestiere dell’alta sartoria, che unisce alla sua verve scanzonata e provocatoria, coltivata nella Parigi anni Ottanta, durante ‘les anneés Palace’. Il tema è marino, acqueo, fluttuante, con tutti i quoti e le possibili suggestioni esotiche che arrivano da terre lontane come il Giappone, l’Africa delle civiltà Ashanti e Benin, dalle coste bretoni di Gauguin e della talassoterapia o dal blu intenso del Mediterraneo ellenico. Il défilé inizia sulle note iconiche de La mère di Charles Trenet, le rielabora, le strapazza con il gelo barocco del Cold Song di Purcell, versione Klaus Nomi. Fino a un’ ipnotica e irridente sonorità manga. Vero divertimento, anche grazie alla morbida carnalità di Dita von Teese e all’estro danzante di Anna Cleveland, in abito da sposa, che ‘interpreta’ da protagonista la passerella finale. Le strutture si alzano ardite, si espongono nude, gonfiano come soufflée. Sono intagliate, aeree, incrociate di linee e di apporti tessili. I colori sfidano l’improbabile, osando una dissonanza stridente che diventa armonia. La proverbiale marinière Gaultier – i pantaloni e la blouse rigata rivelano un taglio magistrale – sfuma in crinoline trasparenti da meduse, nei filamenti incandescenti delle attinie, in applicazioni ‘coquillage et crustasex’, cito. Una festa per gli occhi, un vento salmastro d’allegria e la rivelazione dogmatica di quanto ancora vuol dire Haute Couture.

Giambattista Valli è coerenza. Piaccia o non piaccia, il suo universo estetico, non fa sconti e va dritto per la sua strada. Lo tacciano di anacronismo, di snobbery, ma giustamente non ne tiene conto e persegue la sua caratura poetica timeless. Il suo show al Centre Pompidou, iniziato con un ritardo di un’ora circa, nella serata più gelida dell’anno, era un omaggio alla couture francese e a Yves Saint Laurent in particolare. Drammatici e scolpiti i volumi, di enfasi barocca e racée. Matriochka e fez marocchini, fragranze Helmut Newton e boleri ricamati, concrezioni di marabù candido sulle maniche. Aritmie in lungo-lungo o corto-corto, mentre fluttuano nell’aria strascichi moirée Grand Siècle o Impero, bordati a volant. Sferzano la notte i pepli color fuoco, le tuniche ciclamino e gli abiti di tulle a strati ieratici, gateau-mariage dalle cromie di caramelle fluo, che però custodiscono qualcosa di paradossalmente sexy ed inquieto. Tutta roba sua. Giamba va compreso, bisogna spingersi oltre la superficie per afferrarne l’essenza.

Iris van Herpen, olandese dal temperamento assai sperimentale, ha presentato la sua idea di Haute couture con Shift Soul, diciotto look lievi e scultorei insieme, al Musée des Beaux-Arts, il 21 gennaio. Il plot viene dall’antica cartografia e dalle sue rappresentazioni di chimere astrologiche e nella mitologia. In particolare, rivisitava le tavole dell’atlante Harmonica Macrocosmica, opera del cartografo seicentesco Andreas Cellarius, curiosamente citato anche lungo gli excursus astrali dell’ultima collezione Schiaparelli. Dev’essere il suo momento. Focus: i Cybrids, ovvero ibridi umano-animali, frutto dei più avanzati e inquietanti studi sul DNA. Ce n’è per ogni gusto, dall’identità mutante nella mitologia giapponese alle anamorfosi, fino al lavoro di artista e fotografo dell’americano Kim Keever, un ex ingegnere spaziale Nasa. L’approccio è quello bidimensionale, contorni sezionati e fluidi, quasi ossessivi nelle grafie concentriche che sembrano fotogrammetrie, estrapolati da spessori imponenti. Una specie di flair Capucci tra arcaico e futuribile, ma svuotato di ogni tangibile volumetria. Una fuga fantomatica affidata a strati di organza traslucida, siglata da stampe multi-dimensionali e origami tessili. Anatomie rese surreali grazie a sete dipinte a nuvole o incorniciate da mylar – un film trasparente di polietilene tereflatato –, tagliato a laser allo spessore minimale di 0,5 millimetri. Palpitano farfalle giganti e fenici senza tempo, incedono sferoidi costruiti di plissée piegati a mano e apparizioni eteree di kimono dai sortilegi optical. La palette è calda di ocra e vermiglio, di porpora di Tiro, incardina cenere di rose a sfuggenti tonalità di blu indigo, blu notte e Delft.

Infine, Valentino, il 23 pomeriggio alle sei, nella cornice Secondo Impero dell’Hôtel Salomon de Rothschild, ideale chiusura di questa breve tornata di haute couture parigina. Pierpaolo Piccioli parte da un’immagine indelebile, la foto scattata da Cecil Beaton nel 1948 per Vogue US che immortala un gruppo di jeune filles wasp, vestite per il debutto in società da Charles James in un mood Winterhalter. Le modelle, questa volta, sono soprattutto nere o meticce. C’è chi ne ha contate almeno una ventina. Tra loro, alcune icone di oggi, quali la sudanese Adut Akech e la stilizzata Akiima Ajak, australiana ed ex rifugiata, molto militante politicamente, a dispetto dell’allure astratta da maschera Fang o Benin. Accanto c’erano Natalia Vodianova – cui Pat McGrath aveva applicato delle piccole piume intorno agli occhi, ripensando al make-up di Isa Stoppi inventato da Pablo Manzoni e fotografato da Barbieri nei Sessanta – e la sempre intensa Mariacarla Boscono. A suggello della passerella, le lacrime copiose di una monumentale Naomi Campbell, in trasparenza black, cui facevano riscontro quelle profuse da Celine Dion, evidentemente una specialista della commozione, che dispensa con imparziale generosità ad ogni défilé cui presenzia. In pianto anche ‘the real Valentino’ e Giancarlo Giammetti. Volumi e drappeggi plastici fuori norma, cappe teatrali, i colori tenui di un bouquet floreale, al quale alludono molti dei nomi delle uscite. Un contrappunto possente di giallo Castellani, di fucsia, di faille rosa lampone per la robe ‘Ibisco’ con cappuccio, dalla matrice YSL Sessanta. Cromie che rapprendono la forma e la incapsulano, che la incastonano come una monade. Un trionfo di gazar e piume, di petali tessili e volants, di dentelles laminati e ricami, uscito dalle mani inimitabili che sono patrimonio dell’atelier romano. La grande bellezza, con don Cristóbal e lo stesso Charles James quali numi protettori. Mentre il tableau vivant si compone, davanti al camino di marmo verde e bronzo dorato e tra romantici rami fioriti, ti prende la mente The First Time Ever I Saw Your Face, sul filo soul della voce di roberta Flack. Applausi e standing ovation. ‘Tutto gira, ruota, si evolve, si ripete. E sboccia.’ PPP dixit.

Lea Seydoux arriving at Boucheron dinner
January 20, 2019, Paris. Ph. Jacopo Raule
Diana Rouxel at Chanel Haute Couture show
Sebastien Tellier, Amandine De La Richardiere at Chanel Haute Couture show
Lisa Fries at Chanel Haute Couture show
Anna Brewster at Chanel Haute Couture show
Carole Bouquet at Chanel Haute Couture show
Alma Jodorowsky at Chanel Haute Couture show
Kristen Stewart at Chanel Haute Couture show
Marine Vacth at Chanel Haute Couture show
Kristine Froseth at Chanel Haute Couture show
Kristen Stewart at Dior Haute Couture show
Stacy Martin at Dior Haute Couture show
Monica Bellucci at Dior Haute Couture show
Melanie Thierry at Dior Haute Couture show
Kristin Scott Thomas at Dior Haute Couture show
Kit Graham at Dior Haute Couture show
Freya Mavor at Dior Haute Couture show
Bianca Jagger at Dior Haute Couture show
Alice Isaaz at Dior Haute Couture show
Uma Thurman at Giorgio Armani Privé show
Michelle Dockery at Giorgio Armani Privé show
Juliette Binoche at Giorgio Armani Privé show
Elodie Yung at Giorgio Armani Privé show
Dakota Fanning at Giorgio Armani Privé show
Céline Dion at Giorgio Armani Privé show
Amber Heard at Giorgio Armani Privé show
Virginie Efira at Giorgio Armani Privé show
Roberta Armani at Giorgio Armani Privé show

Connected

Emporio Armani presenta una nuova generazione di smartwatch touchscreen. Design dinamico e una progettazione che onora la tradizione del marchio nel campo dell’orologeria di precisione, i nuovi Emporio Armani Connected sono dotati del sistema operativo Wear OS di Google e del SoC di Qualcomm, Snapdragon Wear 2100 – compatibili con i telefoni iPhone e Android. È Shawn Mendes – nuovo volto della Maison – ad essere ritratto con addosso lo smartwatch dal quadrante digitale, una cassa in acciaio inossidabile e un display Amoled da 1,19 pollici con sensore ambientale per ottimizzare la durata della batteria.

 

armani.com 

Courtesy Press Office

armani.com 

Milan loves Martin Garrix

Si è concluso venerdì scorso – in Piazza VI Febbraio a Milano – il tour del tram personalizzato A|X Armani Exchange. Trenta i fortunati fan di Martin Garrix che hanno avuto la possibilità di incontrare il DJ e produttore olandese durante il Meet&Greet – che si è tenuto a bordo del tram, prima del suo concerto del 29 giugno all’Ippodromo di San Siro. 

Per tutta la settimana il tram ha attraversato le vie della città, fermandosi ogni giorno per due ore in Piazza Castello, offrendo la possibilità di acquistare capi A|X e di partecipare al contest per conoscere Martin Garrix, testimonial del brand. 

 

armaniexchange.com 

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armani.com@giorgioarmani

Il beach volley veste EA7

Partirà da Piazza Castello a Milano – il 6, 7 e 8 luglio – il secondo appuntamento estivo EA7 Summer Tour 2018. Ancora una volta Emporio Armani, in qualità di sponsor tecnico, firmerà le t-shirt di tutte le coppie di atleti in gara. Un progetto che dimostra il forte legame di Re Giorgio con il mondo dello sport e rientra nel più ampio accordo con FIPAV – Federazione Italiana di Pallavolo – partito due anni fa, dopo la medaglia di beach volley conquistata ai Giochi Olimpici di Rio 2016 dalla coppia Lupo – Nicolai. Il tour proseguirà tutta l’estate con le tappe di Cervia e Catania e comprenderà diverse attività collaterali per il pubblico; oltre al Beach Volley infatti, ci saranno spazi dedicati a Stand Up Paddle, Yoga e Running. 

 

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armani.com@giorgioarmani

 

Armani Exchange in Milan

Uno strano tram circola per Milano in questi giorni. É la nuova trovata di A|X Armani Exchange, che vede come protagonista il dj Martin Garrix, testimonial del marchio. Fino al 28 giugno, infatti, un tram personalizzato A|X Armani Exchange si muoverà per tutta la città, fermandosi ogni giorno per due ore, dalle 17.00 alle 19.00, in Piazza Castello. Durante la sosta si potrà salire sul tram, completare il proprio look acquistando, nel corner dedicato, uno dei capi iconici del brand e farsi scattare una foto nel photo booth allestito a bordo. Tra tutte le foto scattate, ne saranno estratte trenta. I vincitori potranno incontrare personalmente Martin Garrix durante il Meet & Greet previsto sul tram nel pomeriggio di venerdì 29 giugno, in Piazza VI Febbraio (City Life), prima del concerto che terrà la sera stessa all’Ippodromo San Siro. 

 

armaniexchange.com

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armani.com@giorgioarmani

Rose d’Artiste

Text Federica Serrano

@federicaserrano

 

Un omaggio diretto a una femminilità audace. Un concentrato di iris mescolato ai fiori d’arancio, mirra e incenso per conferire leggerezza. La nuova fragranza Rose d’Artiste di Giorgio Armani – disponibile in una limited edition di milletrecento pezzi in tutto il mondo – richiama allo stile della Maison. Si presenta con un flacone trasparente, quasi cristallino, e rivela all’interno i suoi colori vivaci che prendono ispirazione dalla collezione Primavera Estate 2018: rosa, fucsia, blu e viola. 

 

armani.com

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Armani – Gilet e doppiopetto in passerella

La passerella di Giorgio Armani a Milano per la collezione Primavera Estate 2019 durante la fashion week mostra come portare il doppiopetto tutti i giorni, a petto nudo o con una t-shirt. Spuntano, poi, anche elementi del workwear – gilet da ranger e pantaloni con le bretelle. Tra gli ospiti della serata, Alessandro Preziosi, l’attore americano Darren Criss, il regista Luca Guadagnino, l’attore gallese Taron Egerton, l’attore giapponese Hidetoshi Nishijima – nuovo testimonial della campagna Armani Giappone –, il tennista Marco Cecchinato, il pianista cinese Mu Wu Ye, e His Highness Maharaja Sawai Padmanabh Singh Ji Bahadur of Jaipur, membro della famiglia reale dello stato di Jaipur, nel Rajasthan, India. 

 

armani.com

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armani.com@giorgioarmani

Armani – Acqua for Life

Text Lampooners

 

Per il nono anno consecutivo, Acqua for Life continua il suo programma di sviluppo incentrato sull’accesso universale all’acqua potabile nelle regioni con scarsa disponibilità idrica. Fino a oggi ha investito oltre 5,5 milioni di euro in progetti in tutto il mondo a partire dal 2010, rendendo fruibili 880 milioni di litri d’acqua a vantaggio di 130.000 persone che vivono in 146 comunità in tre continenti. Al fine di raggiungere ancora più beneficiari, dal 2018 collabora con WaterAid, ONG con sede nel Regno Unito, e con i suoi partner storici, Unicef USA e Green Cross International. Il programma aiuta a realizzare punti d’acqua, servizi igienici, punti di raccolta dell’acqua piovana, sistemi di filtraggio e depurazione in aree prive di acqua, elemento naturale fondamentale per la vita. Questo significa che le persone hanno acqua a disposizione per bere, preparare il cibo quotidiano, lavarsi, innaffiare il raccolto e mantenere il bestiame. I bambini possono frequentare la scuola con più regolarità. Le donne hanno più tempo da dedicare ai figli, alla propria alfabetizzazione e a essere produttive per l’intera comunità. Con Acqua for Life si rivendicano il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienici. «La questione dell’ambiente coinvolge tutti profondamente: dovrebbe essere affrontata in modo concreto. Non possiamo ignorare in alcun modo che il futuro delle prossime generazioni dipende dalle nostre scelte», Giorgio Armani.

 

armani.com

Courtesy Press Office

armani.com – @armanibeauty

Haute Couture Fall Winter 2017-18

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Si è appena conclusa la settimana dell’haute couture parigina con tutto il suo carico simbolico e di prestigio. Chanel ha narrato un plot avvincente fatto di tweed e gonne in gazar, solcate da pieghe scultoree costruite mirabilmente. Volumi ampi e applicazioni di piume intrise nelle textures tessili. Gonne longuette e mini-abiti finestrati disegnati sul corpo per sofisticate jeune filles. La sera procede per astrazioni e riflessi lunari. Karl Lagerfeld proprio non invecchia mai. Un’evocazione di temi squisitamente Chanel. E di Parigi, la sua. Incarnata dalla Tour Eiffel che dominava la nave colossale del Grand Palais, perdendosi in un cielo filato di nubi chiaroscurali. E Parigi, tramite il sindaco Anne Hidalgo, ha ricambiato la dichiarazione d’amore di Kaiser Karl con il conferimento, commovente davvero, della Médaille Grand Vermeil de la Ville de Paris, la massima onorificenza cittadina, alla fine del défilé.

Dior affascina per coerenza e complessità. Maria Grazia Chiuri, direttore artistico della maison, impagina un viaggio alla scoperta del mondo. Dell’heritage Dior e di se stessa. Un ritorno alle origini che si nutre di tessuti maschili in chiaroscuro, di chiffon tortora e tulle impressionista. Di sete rosa cenere e di velluti dai colori profondi e notturni. Fiori e tarocchi a ricamo che si rispecchiano nella volta celeste e nella terra immaginate da Pietro Ruffo. Quanto sia brillante questo itinerario di Maria Grazia Chiuri, lo si comprende ancor più visitando la splendida e complessa mostra ‘Dior couturier du rêve’ – al Musée Les Arts Décoratifs, fino al 7 gennaio 2018, celebra i 70 anni dalla fondazione della maison.

Valentino, per Pierpaolo Piccioli, si trasfigura nel valore più astratto e concettuale dell’haute couture: il non visibile. Liturgie ieratiche, linearità monacale, bianco e nero domenicano, casule, cappe, cappucci e piviali. Poi intarsi, taffetà rosa mistico, mussolina incenso e chiffon nero. Ornati romanici da medioevo iberico, medaglioni araldici in lana cerata e ricami sovrapposti. Esplode d’un tratto una pulsazione barocca e classicista ‘Grand Siècle’ – sarebbe piaciuta alla Montpensier durante la Fronda, e anche a Madame de Montespan a Versailles – in un fluttuare di organza volantée di un cremisi sacrale e sensuale. Rossy de Palma ruota come un derviscio nell’atrio marmoreo dell’Hôtel Salomon de Rothschild, mentre Marisa Berenson e Rosario Nadal, Daphne Guinness e Sofia Coppola conversano amabilmente nel Salon IV.

Armani Privé, al Palais de Chaillot, combina geometrie e vertigine decorativa colorista. Un rigo musicale si apre sul ‘Liebestodt’ del Tristano e Isotta di Richard Wagner, eseguito al piano nella versione di Liszt. Sotto l’occhio attento di Sophia Loren e Naomi Watts, incedono lente le incuranti modelle del violinista star britannico Charlie Siem e di Isabelle Huppert.

Fendi Haute Fourrure è un miracolo di maestria in continuo superamento. Pellicce non pellicce, di una duttilità quasi aerea. Il ‘Prélude à l’après-midi d’un faune ’ di Claude Debussy su fondale simbolista e fiorito in penombra. Trame di geometrie, arcobaleni cromatici, accrochage floreali, pointillisme e loriche microscopici. Intrecci, ricami, sottrazioni, tricot a rete, broderies e intagli. Alla fine Karl Lagerfeld, peraltro in forma smagliante, è costretto da una standing ovation, mentre la sala entusiasta scandisce il suo nome, a ripresentarsi ben tre volte sul palco del Théâtre des Champs Elysées. Il CEO Pietro Beccari sorride accanto alla moglie Elisabetta e Bernard Arnault. Non si è mai visto tanto affabile e ben disposto a rilasciare dichiarazioni e interviste. Un vero successo.

Armani Together Stronger

Text Angelica Carrara
@missangiecarry

 

William Shakespeare
Romeo & Juliet

Act 1, scene 5

Juliet – Because of you 

Romeo – I’m stronger with you

Juliet – My two lips are standing here for you

Juliet – Because of you. One hand against another hand is like a kiss for another kiss

Romeo – You know — saints and pilgrims have lips too

Juliet – You, pilgrim—they have lips that they’re supposed to pray with

Romeo – But I’m stronger with you. And saints let lips do what hands do

Juliet – Because of you. Saints never move

Romeo – Then don’t move when I’m kissing you

 

Si tratta di amore. Di chi si vuole. Si cerca. Si trova – Because it’s You. Stronger with You – E’ una promessa. L’incanto che unisce lei a lui e lui a lei, nel segreto di un viaggio. Fatto di corse, e di rincorse. Uno sulla scia dell’altro. Che sa di vaniglia. Di rosa.«Che cosa c’è in un nome?» si chiedeva Shakespeare.«Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo». Il profumo. La porta aperta sul meraviglioso. Una questione di pelle. Di emozione. La magia in diretta. Il dialogo, l’unico, che non è fatto di parole. Non ha voce. Effimero. Impalpabile. Etereo e nell’etere. Per sempre. Together Stronger.

Nel 1981 Giorgio Armani immagina Emporio Armani. Lo crea. Un brand urbano, innamorato della gioventù e della libertà. La versione più sperimentale del suo stile. Per gli uomini e le donne che sono liberi. Di fare, creare e amare.

Nel 1998 Giorgio Armani ha creato le prime fragranze Emporio Armani. Stesso stile. Stesso approccio moderno. Quest’anno ritorna – Because it’s You. Stronger with You. Questa è una nuova storia. D’amore, del 21° secolo.

Directed by Amaranta Medri and Juanjo Vega

Special thanks to Armani Fragrances
www.armanibeauty.it

#StrongerWithYou | #BecauseItsYou | #EmporioArmani

 

MILAN FASHION WEEK: A POINT OF VIEW

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifica la moda maschile. Si può dire quel che si vuole, sulle collezioni femminili di Armani, sulla rilevanza attuale di Milano – ma quando si tratta di moda maschile, Armani rimane a dir poco primario. Con il casting migliore – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduce definendo la prossima stagione: scarpe grandi con suole alte e massicce ma leggere verso la caviglia restandone al di sotto, senza diventare boot (che se in italiano lo chiami stivale non rende). I pantaloni morbidi, e larghi. Lane calde, tessuti spessi, sempre morbidi lungo tutta la gamba (qui da Emporio sono a volte corti, mentre il mercato li vorrà lunghi). Poi felpe, maglioni, chiodi – tutti sopra la vita e stretti intorno al busto – perché se la gamba è morbida e ampia, il busto rimane strutturato. Compaiono i pattern, così presenti per la moda femminile, invaderanno presto anche le collezioni dell’uomo. Mina e Celentano nel soundtrack cantano Amami – Armani.

Christian Pellizzari ha idee potenti, dalle giacche damascate alle scarpe borchiate. La ricerca dei tessuti deve puntare a una morbidezza maggiore – sì, la morbidezza è il massimo comune denominatore oggi – e a un taglio più artistico. Il potenziale c’è ed è solido. Neil Barrett rende orgogliosi. A Bangkok è tra gli stilisti più venduti. La sfilata ha una presenza notevole di buyer più che di stampa – buyer internazionali, appunto, soprattutto asiatici. Una sfilata di quasi cento capi, logicamente più commerciale che creativa per quanto notato prima, ma l’identità di riferimento è precisa: una moda maschile tra l’Asia e la Germania, con riferimenti a Raf Simons e ai sei di Anversa, con un twist su inserti di colori, grafiche e segni e forme geometriche cosi precisi da creare un codice.

Marcelo Burlon è considerato come uno dei momenti più interessanti. Lo show riesce meglio della collezione. C’è una coerenza estremamente precisa sui riferimenti alla Patagonia, al guerriero che balla in un rave sotterraneo, a un eroe digitale costruito di terra – ma c’è il rischio che tutto diventi un costume. La basi ci sono e sono fondamenta, ma sembra manchi la fantasia per esplodere, per divertirsi – che pensando al designer, appare come un vero controsenso.

Marni ha perso la direzione e non l’ha ritrovata, con una comunicazione troppo legata alla labilità dei cosiddetti web influencer che degrada il brand a un’azienda di secondo ordine. Moschino è ormai ripetitivo – non è immaginifico, non è più irrisorio. Gli inserti di pelliccia da Santoni sono patetici – una voglia di essere internazionale porta a una scopiazzata da Gucci (un peccato, considerando che si tratta di scarpe italiane tremendamente belle). Una delle immagini peggiori è la ressa al Mandarin Hotel per il cocktail di Lamborghini, i piatti sporchi ammassati sui davanzali delle finestre.

Federico Curradi è una buona promessa. Pantaloni morbidi quasi poetici come lo show. Frasi scritte al posto della fascia da smoking laterale che ormai è dettaglio per il pantalone quotidiano (a considerare che i modelli sfilano senza scarpe e che parte della bellezza di una pantalone si comprende proprio nel contatto con la scarpa). Fili sfilati come decoro. Il soundtrack all’inizio commuovente, alla fine ridondante.

Andrea Pompilio possiede la capacità di giocare con le linee e i volumi, riuscendo a spingersi a un’elettricità e a un’ingegneria che altri, nel suo stesso metodo, non trovano. Linee rilassate nelle forme e geometriche delle stampe – questo è Pompilio. La ricerca dei tessuti, la banda da smoking sulla vigogna, una garza di lana infeltrendosi ha prodotto una texture rigata e morbida.

Ferragamo con una nuova direzione artistica di Guillame Meilland. Le scarpe sono bellissime, presentano borchie basse tagliate dal pavimento. Dettagli di colore su grigio e nero – una maglia rossa fuoriesce dal giubbotto di panno ed è un tocco di genio. Felpe e golfini su pantaloni formali.
Un maxi cappotto con un enorme bavero blu navy è l’uscita finale. Sarebbe bello un lieve twist di moda, anche fosse solo per lo show, in mezzo alla qualità imprescindibile di ogni capo.

Damir Doma – a parte alcuni influencer ancora più brutti di quelli a cui siamo abituati – qui vediamo come i a pantaloni larghi si alzano sopra la vita. Il primo cappotto è lungho e morbido e stupendo. Ricorda Haider Ackerman ma più consistente – gli stessi riflessi blu petrolio e rosa amaro arancio arrugginito su velluto. Le maglie sdrucite e bucate sono già viste. All’inizio dello show la collezione è potente, poi si perde via.

Da Missoni ci sono troppi blogger che ispirano una stupidità che stride con la cultura e la tradizione nobile della casa. Quest’anno vediamo appliques tipiche di Dries van Noten – ma non si tratta d’altro se non di una legacy che spetterebbe a Missoni di pieno diritto. La prima maglia sa di spettacolo – poi ce ne sono altre che si mescolano a tanto, forse a troppo, tartan. La morbidezza qui da Missoni non può che toccare meraviglia.

Daks e la sfilata teatrale. Hai modo di vedere tutta la collezione insieme – ma rischi la noia che la fretta della sfilata scansa. Daks è fuori dal coro, parla di Matthew Goode in Downton Abby: un pilota di macchine negli anni Trenta che sposa una contessa altera. Vestiti tagliati sul corpo, comodi perché aderenti – ma non rilassati – c’è una distanza del discorso di moda di oggi.

Prada. Lily Collins. I modelli somigliano tutti a Clement Chabernaud – che sfila verso la fine. Maglioni in patchwork: quel senso di nonna che Prada sa sempre tirare fuor. La nonna borghese della casa in città, non in campagna – no, non è la nonna – qui c’è la zia borghese che era giovane quando tu avevi quattro anni e che resta nei tuoi occhi ogni domenica pomeriggio di novembre. Il color ruggine su vigogne e pelle – molta pelle, come le lenzuola in pelle delle sedute alla sfilata. Sotto il ruggine, un verde acceso di prato bagnato, mocassini rosso sangue. I pantaloni sono tipici di Prada, una sigaretta che si apre in fondo ma senza diventare zampa, e avvolgono il sedere potenziandone le rotondità. Un cappello di pelo viola, una giacca di pelo rosso sangue bordo. Appliques su lana sono belle come da Missoni. Peccato che davanti a tutto questo, una fila di ragazze, la migliore selezione di Prada, non fa altro che scattarsi selfie in coppia come fanno le bambine sul muretto della metropolitana.

Moncler. Lo show è immaginifico, al limite del cinematografico, epocale, con rimandi al temibile, al cupo, all’apocalittico. Una fila di uomini legati da cime da barca, portate in montagna tra la neve funi da risalita libera – è l’unione tra amici in uno stesso destino. Lo show è immagine, pathos leggenda – in showroom trovi pezzi che vorresti mettere sempre. Tornano in mente gli show di una volta di McQueen forse, e il dettaglio forte è che non so tratta di couture ma di sportswear.

Dsquared2. Un pattern di fiori ricamato scintillante a margherite per il giubbotto. La donna e l’uomo sono quasi vestiti uguali. Totalmente fuori dal tempo, ma coerenti con questa loro immagine di canadesi sportivi, mascotte del Montana trasportati su un tappeto rosso, e ricoperti di diamanti.

Fendi ritorna sobrio – ma sulle giacche c’è scritto Fantastic Fendi, Think Fendi. Pensateci – non c’è niente di più fantastico, scientificamente parlando, dell’intelletto. Giacche corte. La banda da smoking sale azzurra sulla giacca. Non più blogger, ma fotografi. Non più streetstyle, ma lusso pieno. Appare un cappotto iper-colorato a righe che va sul bavero gigante – pantaloni a vento, la striscia sulla manica è un’idea bella più che mai.

Apre Emporio, chiude Giorgio Armani. Il verde è sui velluti e sa di boschi e di smeraldi. Le giacche corte, le lane morbide – tutto è morbido, anche se i pantaloni si sono stringono un poco rispetto a tutto quanto visto in questo giorni, per ritrovare un classicismo formale che Armani vuole mantenere per la sua prima linea uomo forte di un visual tra gli anni Trenta e Richard Gere alla fine degli Ottanta. La donna ha le scarpe basse come vuole la sobrietà di Armani.

Text  Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

Armani codifies menswear. Anything can be said about Armani’s womenswear collection, about Milan’s current relevance – but when we’re talking menswear, Armani is still leading, to say the least. Hiring the best cast – Ton Heukels, Fabio Mancini, Alessio Pozzi – Emporio introduces and defines the next season: big shoes with chunky, high soles, but lighter around the ankles, without becoming actual boots. Pants are wide and loose. Cozy wool, thick fabrics, loose along the whole leg (here at Emporio pants are sometimes cropped, while the market will want them longer). And then sweatshirts, jumpers, biker jackets – all cropped and fitted around the chest – while the leg is loose and wide, the chest is still structured. Patterns crop up, just like for womenswear, they will soon invade men’s collections, too. Mina and Celentano, from the soundtrack, sing Amami, Love me – Armani. 

Christian Pellizzari displays some powerful ideas, from the damask jackets to the studded shoes. The research on textiles must focus on a greater looseness– yes, looseness is the constant thread today – and on a more artsy cut. There is potential here, and it is solid. Neil Barrett makes us proud. He is one of the best-selling brand in Bangkok. His show is attended by buyers rather than the press – international buyers, that is, in particular from Asia. A collection of almost a hundred pieces, reasonably more commercial than creative, due to what I was saying before, but the references are accurate: men’s fashion between Asia and Germany, with references to Raf Simons and to the Antwerp Six, with inserts of colors, graphic motifs and signs and geometric shapes so precise they create a new code.

Marcelo Burlon is considered one of the most interesting moments. The show is more impactful than the collection itself. There is an extremely precise consistence in the references to Patagonia, to the warrior dancing at an underground rave, to a digital hero made of soil – but the risk is that it all becomes mere costume. The premises are there as solid foundations, but what seems to be lacking here is the imagination to explode, to have fun – and, knowing the designer, this appears like a true contradiction.

Marni has lost its direction and hasn’t found it yet, communication is too much dependent on the ephemeral nature of the so-called web influencers that downgrade the brand to second-rank company. Moschino is becoming repetitive – it’s not imaginative, it’s not derisive. The fur inserts spotted at Santoni are pathetic – a desire to get an international image leads to a bad copy of Gucci (it’s a shame, considering the brand crafts tremendously beautiful Italian shoes). One of the worst sights is the hordes amassing at the Mandarin Hotel to attend the Lamborghini cocktail event, the dirty dishes piling up on the window sills.

 Francesco Curradi looks promising. Loose pants, almost as poetic as the show. Slogans in place of the tuxedo side band, now a detail for everyday pants (just think that models are not wearing shoes and that the beauty of a pair of pants is partly appreciated observing how they touch the shoes). Snagged threads as embellishments. The soundtrack is touching at first, then becomes redundant. 

 Andrea Pompilio has the ability to play with lines and volumes, successfully achieving an electricity/energy and engineering that others with his same method cannot find. Relaxed shapes and geometric prints – this is Pompilio. The research on textiles, the tuxedo side band on the vicuna, a matted wool gauze makes a striped, soft texture. 

 New creative director Guillame Meilland makes his debuts at Ferragamo. The shoes are stunning, they feature studs embellishing the lower part of the soles, touching the ground. Color accents on gray and black– a red sweater peeps out of a wool cloth jacket, and it’s a touch of genius. Sweatshirts and little jumpers are sported over formal pants.
A navy blue maxi coat with huge lapels is the final outfit. A slightly trendy twist may have been a good thing, even just for the show, amidst the inescapable quality of each garment.

 At Damir Doma – apart from a few influencers even uglier than those we’re used to – the wide pants become high-waisted. The first coat is long and loose and magnificent. It reminds of Haider Ackerman but it’s more substantial – the same petrol blue and acid pink and rusty orange reflections on velvet. The stretched out and distressed tops are nothing new. The collection is more powerful at the beginning of the show, then it loses it.

 At Missoni too many bloggers inspire a sense of stupidity that clashes with the house’s elevated culture and heritage. This year we spot appliqué which are signature Dries van Noten – but it’s only a legacy that would pertain to Missoni by right. The first sweater is spectacular – followed by others mixed with lots of tartan, maybe too much of it. Softness here at Missoni can only be marvelous to touch.

 Daks and the dramatic runway show. This way one can sell the whole collection – but risks generating boredom that the fast-paced show avoids. Daks stands out from the crowd, the collection is inspired by Matthew Goode in Downton Abbey: a race car driver in the Thirties who marries a haughty countess. The clothes adhere to the body, they are comfy because they are fitted – yet not relaxed – distancing themselves from the trend du jour.

 Prada. Lily Collins. All the models look like Clement Chabernaud – who takes the runway towards the end. Patchwork sweaters: evoking your grandma the way only Prada does every time. The bourgeois grandmother living in the town house, not in the countryside – no, it’s not the grandma – it’s rather the bourgeois aunt who was young when you were four years old, whose image stuck in your mind every Sunday afternoon of November. The rusty tone of vicuna and leather – lots of leather, like the leather sheets on the seats at the show. Underneath the rust lies a bright, wet grass green, oxblood loafers. The pants are signature Prada, a cigarette silhouette that opens up at the bottom without flaring out, and envelop the rear, enhancing its curve. A purple fur hat, an oxblood fur jacket. The appliqué on wool is beautiful just like Missoni’s. It’s a shame that, with all this going on, a few girls sitting in a row, Prada’s best selection, keep taking selfies in pairs, like little girls waiting to get on the subway. 

 Moncler. The show is highly imaginative, verging on the cinematic, epoch-making, hinting at the fearsome, the ominous, the apocalyptic. A row of men tied together by nautical ropes, brought up in the mountains like climbing ropes – friends sharing the same destiny. The show is evoking, poignant, legendary – on display at the showroom are pieces one may want to wear forever. It calls to mind maybe McQueen’s long-ago shows, and the strongest detail is that I’m aware it’s not couture, it’s sportswear.

 Dsquared. A scintillating daisy pattern embroidered on a jacket. Men and women are almost dressed alike. Totally out of time, yet consistent with this image of sporty Canadians, like mascots from Montana transferred onto a red carpet and covered with diamonds.

 Fendi is back to understatement – yet the jackets feature slogans like Fantastic Fendi, Think Fendi. Think about it – there is nothing more fantastic, scientifically speaking, than the intellect. Cropped jackets. The tuxedo side band is blue and climbs up the blazer. No more bloggers, but photographers. No more street style, but total luxury. A super-colorful coat that goes over the big lapel – windbreaker pants, the stripe on the sleeves is an amazing idea.

 Emporio opens, Giorgio Armani closes. The green tones on the velvets bring to mind forests and emeralds. The cropped jackets, the soft wools – everything is soft, although pants are slightly tighter than all we have seen these days, going back to a formal classic style that Armani wants to keep for his menswear main line, inspired by visual references going back to a period between the Thirties and Richard Gere to the late Eighties. The women wear flat footwear, as in classic, understated Armani.

 

Images from photographers Giulia Mantovani  – Marco Piraccini – Carlotta Coppo and Pinterest

FROM MFW #2

Testo Chiara Gheller @chiaragheller   La quarta giornata nel calendario della moda uomo milanese è stata inaugurata dal giovane marchio Miaoran. A conferma di una vocazione con sincerità priva di genere, uomini e donne sfilano insieme ricoperti di strati di velluto e lana spessa – cascanti, sovrapposti, grigi, con qualche apertura nel rosa, nell’indaco e nel senape. Cédric Charlier ha scelto Milano per il suo debutto nella moda maschile. Una collezione minimale, quasi fredda – l’uso del colore va dai tocchi di limone fino al prugna e al mandarino. Etro è il suo ossimoro: porta in passerella un’eleganza selvaggia, una tribù di guerrieri discesi dalle montagne armati di scarponcini da trekking, kilt, velluto riccamente lavorato – il motivo paisley diventa fantasia tribale, gli zigomi dipinti di fango. N°21 ribadisce una cifra stilistica fatta di eccentricità e accostamenti che non ci si aspetta: squarci di seta orientale su maglioni di lana grossa, maniche a quadretti su bomber a stampa mimetica, inserti tecnici su cappotti peluche, fettucce lasciate ciondolare con noncuranza. Anche Massimo Giorgetti conferma lo spirito atletico di MSGM – tute, jeans, l’urlo dei loghi – e tutta la sua irriverenza, in quei foulard di seta a coprire pudicamente i capelli. Con Fendi la sobrietà compassata della migliore sartorialità italiana: pantofole e borse si ricoprono di pelliccia a righe multicolori, piumini dal taglio classico rivelano ampi colletti animalier, fasce e berretti ostentano slogan ricamati a caratteri cubitali – le estremità delle cerniere ingigantite e colorate, come piccole cravatte di plastica fluo. La visione di Fendi è un susseguirsi di dettagli pop e rigore artigianale. La Settimana si è conclusa con la sfilata di Giorgio Armani, e non poteva essere diversamente – perché Armani, la moda maschile, la rappresenta per antonomasia. Pantaloni morbidi per liberare il corpo, tessuti cangianti per catturare la luce. Completi grigio-blu, tono su tono, riscaldati da cache-coeur incrociati dietro al collo o da stole di pelliccia a pelo lungo. Classe senza tempo, senza sforzo.

Text Chiara Gheller @chiaragheller   The fourth day of Milan’s Men’s Fashion Week was opened by the young label Miaoran. In line with the brand’s overtly genderless aesthetics, men and women walked down the runway clothed in velvet and thick wool, which hangs loosely or is shown layered, mostly in grey with a few forays into pink, indigo and mustard. Cédric Charlier chose Milan for his debut in menswear, presenting a collection that verges on aloof minimalism, based on colors ranging from lemon, to plum and tangerine. Etro is its oxymoron: the fashion house sent down the runway a collection informed by wild elegance. A tribe of rugged warriors made their way down a mountain equipped with mountaineering boots and dressed in kilts and richly ornate velvets: paisley is turned into a tribal pattern and there is a hint of mud smeared on the models’ cheeks. N°21 reasserts the brand’s aesthetics of eccentricity and unexpected juxtapositions: Oriental silks are woven into chunky woolen jumpers, checkered sleeves complete a camouflage bomber, tech inserts make their way into plush coats and there are tape strips dangling casually from the clothes. Massimo Giorgetti also upholds the athleticism typical of MSGM: tracksuits, jeans, swanky logos and all the irreverence of those silk foulard scarves modestly covering up the hair. Fendi brings the demure take of the best Italian tailoring tradition: slippers and bags come covered with multicolored striped fur, classic down jackets reveal wide animalier collars, hairbands and beanies brandish crocheted in-your-face slogans while zipper tags are blown up and injected with color to double as small, fluo plastic ties. The Fendi vision is a succession of pop detailing and artisanal rigor. The Milan Men’s Fashion Week closed with Giorgio Armani, and it could not have been otherwise given that Armani is the embodiment of menswear. Loose trousers designed to free the body are accompanied by shimmering materials that catch the light. Tone-on-tone, grey-blue suits are added warmth thanks to wrap-over tops tied behind the neck or long fur stoles. In the name of effortless, timeless elegance.

Images courtesy of press office

#EA7WINTER

Testo Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Esaltazione dell’atteggiamento sportivo unito all’estetica, questo è lo sport per Armani. «È da sempre una delle mie passioni, credo che rappresenti le qualità che ci permettono di migliorarci: dedizione, spirito di sacrificio, perseveranza e forza di volontà» ha affermato lo stilista in occasione della mostra Emotions of the Athletic Body. Sport e stile italiano si fondono nell’EA7 Winter Tour, l’evento di presentazione per la collezione Neve facendo tappa in alcune stazioni sciistiche fra Italia, Svizzera e Andorra.

Nove le tappe in Calendario. Inizio a Courmayeur, quindi in Alta Badia in occasione della Coppa del mondo di Sci Alpino tenutasi il 18 e 19 dicembre, la EA7 Experience prosegue a Campiglio il 28 e 29 Dicembre. Simbolo di ogni tappa è l’igloo con il logo EA7, al cui interno sono ricavate due aree, una espositiva in cui toccare con mano i capi della collezione Neve e una lounge. «Gli sportivi, uomini e donne, non sono solo modelli di comportamento, ma anche affascinanti soggetti fotografici perché all’apice della condizione fisica».

Prerogativa di tutte le località, è il Performing with style – esperienza sulle piste con gli istruttori nazionali di sci e snowboard che si conclude con una sessione di debriefing durante la quale gli iscritti, nello spazio igloo, possono rivedere le rispettive performance precedentemente registrate tramite un apposito monitor.

Emporio Armani 7 è anche life style, apres-ski, cene in quota e momenti di relax nelle spa delle varie tappe sciistiche. La linea Neve è infatti pensata sia per chi sceglie il benessere della neve per piacere personale, sia per chi lo sceglie per professione.

Text by Adelaide Striano
@adelaide_striano

 

Celebration of sportsmanship combined with aesthetics – this is sport to Armani. «Sport has always been one of my passions. I believe it represents the qualities that improve us as people: dedication, sacrifice, perseverance and willpower» stated the designer for the Emotions of the Athletic Body exposureSport and Italian style come together in EA7 Winter Tour, the event hosted by the fashion house to present the Neve collection with stops at some of the most prestigious ski resorts across Italy, Switzerland and Andorra.

The winter 2016-17 tour calendar lists nine destinations. Following the kick off in Courmayeur, which was followed by an event in Alta Badia timed with the Alpine Skiing World Cup held on 18th and 19th of December, the EA7 Experience will move to Campiglio on 28th and 29th of December. The symbol of every stopover is the EA7 igloo, which hosts two areas: an exhibition space displaying the items of the new Neve collection and a Lounge area. «Sportsmen and women are not only wonderful role models but also make good fashion models as they are at the peak of physical condition».

The key feature of every chosen location is the ‘Performing with Style’ experience on the slopes with ski and snowboard national instructors, which ends with a debriefing session during which all participants will go back to the igloo to watch their performance recorded via a monitor.

Emporio Armani 7 is also synonymous with lifestyle, après-ski, dinners by the mountain top and pampering sessions at the spas located at the various ski resorts. Indeed, the Neve collection is designed for those who choose the mountains for personal or professional reasons.

Images Lampooners courtesy of press office 
www.armani.com

Barbieri Rewind

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Ci fu un tempo in cui la moda non esisteva. Non esistevano i fashion editor e non esistevano gli stylist. Non esisteva nemmeno Vogue, ma un suo embrione che si chiamava Vanità. Fu allora che entrò in scena Gian Paolo Barbieri, che con la sua fotografia contribuì a creare il sistema.

Gian Paolo Barbieri, classe 1938, milanese-milanese – la sua biografia dice che nacque in via Mazzini – figlio di una famiglia di grossisti di tessuti. Forse il suo rapporto con la moda era scritto nel destino? Certo è che visse fin da piccolo in mezzo alle stoffe, acquisendo competenze che avrebbe riutilizzato anni dopo nelle sue fotografie di moda. Prima, però, ci furono altre passioni da esplorare: studiò per un biennio alla Scuola di Recitazione del Teatro dei Filodrammatici e conobbe il cinema dall’interno degli studi di Cinecittà. Erano gli inizi degli anni Sessanta, impossibile ignorare le sirene della Roma della Dolce Vita. Gian Paolo non divenne un attore, nonostante una piccola apparizione in Medea di Luchino Visconti, con il quale aveva già lavorato – giovanissimo – a teatro ne La Locandiera. Imparò da autodidatta la fotografia: era lì che il suo talento doveva esprimersi. Del teatro e del cinema rimase comunque molto nel suo stile fotografico: il senso del movimento, soprattutto, e i tanti riferimenti, con una predilezione per le atmosfere del cinema degli anni Trenta e Quaranta.

Andiamo con ordine: dopo Roma approdò a Parigi, alla corte del fotografo di Harper’s Bazaar Tom Kublin. Fu un’esperienza breve ma intensa: Kublin morì appena venti giorni dopo, ma quel periodo bastò a Barbieri per farlo rientrare a Milano deciso ad aprire il suo studio fotografico. Così fece, nel 1964. Da allora, un crescendo: i suoi servizi furono pubblicati su Vanità – la rivista che nel 1966 sarebbe diventata Vogue Italia – e su Vogue Paris. Fu in quel periodo che cominciò a collaborare con Valentino, in un felice incontro di anime affini: dal loro sodalizio artistico nacque la concezione attuale della campagna pubblicitaria di moda. Fino ad allora, erano i produttori di tessuti a fare pubblicità sulle riviste, per mostrare cosa i couturier avessero realizzato con le loro creazioni. Valentino e Giancarlo Giammetti vollero ribaltare il punto di vista: si sarebbero dovute vedere le collezioni e mostrarne il senso, interpretandole con un’ambientazione e delle modelle che ne rispecchiassero il concetto. Per questo si rivolsero a Gian Paolo Barbieri. Nacquero pubblicità iconiche che ebbero protagoniste come Audrey Hepburn e Jerry Hall, passando per le modelle più famose dell’epoca, da Mirella Petteni a Veruschka, figure femminili che diedero vita a un’estetica duratura della donna Valentino: eterea, algida e sofisticata. In quegli anni il fotografo di moda era una figura nuova e poliedrica, che non doveva solo scattare, ma preoccuparsi di trucco, parrucco e accessori e costruire – letteralmente – il set con quello che trovava a disposizione, lavorando di fantasia e arte di arrangiarsi: nella prima pubblicità preparata in studio per Valentino, per ricreare le dune del set Gian Paolo Barbieri usò quintali di semolino.

Negli anni Ottanta Barbieri cavalcò il passaggio dall’haute couture al prêt-à-porter italiano, destinato a conquistare il mondo. Oltre che con Valentino, lavorò con gli altri nomi della moda made in Italy, personalità diverse ma accomunate dalla totale fiducia nel suo impeccabile occhio fotografico: Armani, Versace, Ferré, Dolce e Gabbana. Realizzò campagne pubblicitarie per Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, Vivienne Westwood, sempre riuscendo a trasformare ciò che ritraeva in immagini ideali, ricche di richiami e riferimenti artistici. Se Barbieri lavorò con i più grandi stilisti riuscendo sempre a creare sintonie umane e capolavori estetici, fu perché aveva ben compreso il segreto delle foto di moda: riuscire a entrare nella mente dello stilista per interpretarne le creazioni.

Negli anni Novanta successe qualcosa. Certo, ci fu il cambio di direzione ai vertici di Vogue Italia e un nuovo tipo di approccio verso i fotografi di moda, forse meno continuativo e personalizzato. Soprattutto, però, ci fu una frattura personale che Barbieri rese pubblica solo venticinque anni dopo, quando pubblicò il libro di foto e poesie Fiori della mia vita. Era il 1991, durante una vacanza alle Seychelles fu raggiunto da una telefonata devastante: annunciava la tragica morte in un incidente in moto del compagno Evar. Una ferita che accompagnò Gian Paolo Barbieri sempre e che probabilmente contribuì al desiderio di nuove scelte artistiche. Con la moda aveva fatto molto, era giunto il momento di esplorare anche altri mondi, fisici e creativi. La natura, l’etnografia, luoghi esotici e selvaggi, antitesi degli studi fotografici a cui era avvezzo.

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

There was a time when fashion didn’t exist. There were no fashion editors or stylists. There was no Vogue: only its embryo called Vanità. That’s when Gian Paolo Barbieri entered the scene and used his photography to create the system.

Born in 1938 and a real Milanese – his biography says that he was born on Via Mazzini – Gian Paolo was the son of a textile wholesaler. Was his relationship with fashion his destiny? He certainly grew up surrounded by fabric, learning skills that he would use years later in his fashion photographs. Before that, however, there were other passions to explore: he studied for two years at the Teatro dei Filodrammatici acting school in Milan and he also frequented the Cinecittà sound stages. It was the early sixties and the sirens of the Dolce Vita in Rome were impossible to ignore. Gian Paolo did not become an actor despite a walk-on part in Luchino Visconti’s Medea. He was a self-taught photographer and realized that this art was where he could best express his talent. Theater and film nevertheless remained important in his photography style: his sense of movement, above all, and many references, with a preference for the films of the thirties and forties.

Let’s proceed in order: after Rome, Gian Paolo went to Paris to work for Harper’s Bazaar photographer Tom Kublin. It was a brief but intense experience: Kublin died just twenty days later, but that period was enough for Barbieri to return to Milan, determined to open his own photography studio, which he did in 1964. After that, it was a crescendo: his photo spreads were published in Vanità – the magazine that became Vogue Italia in 1966 – and in Vogue Paris. He started working with Valentino in that period. It was a successful encounter between two kindred spirits: their artistic partnership led to the current concept of the advertising campaign for fashion. Up until then, textile manufacturers advertised in magazines to show what couturiers could have done with their products. Valentino and Giancarlo Giammetti wanted to switch that point of view: it was important to show the collections and their sense, interpreting them with a setting and models that reflected the concept. This is why they contacted Gian Paolo Barbieri. Iconic ads were born featuring stars like Audrey Hepburn and Jerry Hall as well as the most famous models of the day, from Mirella Petteni to Veruschka. These feminine figures gave rise to a lasting aesthetic of the Valentino woman: ethereal, poised and sophisticated. In those years the fashion photographer was a new, multifaceted figure who not only had to take pictures, but was also responsible for the makeup, hair styling and accessories and literally had to build the set with whatever was available, using imagination and the art of making do with what you’ve got. In his first ad prepared for Valentino, Gian Paolo Barbieri used quintals of semolina flour to recreate sand dunes on the studio set.

In the eighties, Barbieri rode the wave from Italian haute couture to prêt-àporter, which was destined to conquer the world. Besides working with Valentino, he also collaborated with Italy’s most famous fashion designers – Armani, Versace, Ferré, and Dolce & Gabbana – who were different yet totally trusted Gian Paolo’s impeccable eye for photography. He did advertising campaigns for Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, and Vivienne Westwood and was always able to transform what he portrayed into ideal images full of artistic references and evocations. Barbieri worked with the greatest designers. He was always on the same wavelength and able to create aesthetic masterpieces because he understood the secret to fashion photography: he was able to enter the designer’s mind to interpret his creations.

Something happened in the nineties. Certainly, a new editor-in-chief arrived at Vogue Italia and a new relationship with fashion photographers emerged that was perhaps less continuative and personalized. There was, above all, a personal tragedy that Barbieri revealed publicly twenty-five years later, when he published a book of photographs and poems called Fiori della mia vita [Flowers of my life]. In 1991, during a vacation at the Seychelles, he received a devastating phone call announcing the tragic death in a motorcycle accident of his partner Evar, who was thirty years younger. This scar always accompanied Gian Paolo Barbieri and probably contributed to his desire for new artistic choices. He did much in the fashion industry and the time had come for him to explore other physical and creative worlds. Nature, ethnography, and wild, exotic places were the antithesis of the photographic studios to which he was accustomed.

Il 22 novembre 2016, avrà luogo la nuova mostra personale di Gian Paolo Barbieri presso la sede della galleria d’arte 29 Arts In Progress, in via San Vittore 13 a Milano.

An exhibit dedicated to Gian Paolo Barbieri is going to open on November the 22nd 2016 in the Milanese location of the 29 Arts in Progress gallery, at via San Vittore 13.

A full interview to Gian Paolo Barbieri has been published on The Fashionable Lampoon Issue 6

Photographer Gian Paolo Barbieri
Starring Leila Nda @ Women Management Paris
Styling Ellen Mirck
Art Direction Alessandro Fornaro

Hair Lorenzo Barcella @ Aldo Coppola
Make up Arianna Campa @ Close Up
Manicurist Selica Ianeselli @ Mks using TNS Cosmetics

Light technician Stefano Zarpellon
Digital tech Yossi Loloi
Studio assistant Matteo Bocchialini
Studio manager Emanuele Randazzo
Stylist assistants Orsola Amadeo, Giulia Tabacchi
Post-production Laura Baiardini

SPRING/SUMMER 2017

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’estetica della moda italiana oggi è precisa: si tratta di quella fattura nei tessuti, nei ricami, nei tagli e nelle cuciture – in una parola, nei piccoli segni, nei pattern di materia e colori. Marco De Vincenzo oggi personifica questa estetica nella sua ascesa, rinnovando i codici inventati una volta da Missoni e da Prada.

C’è un’attenzione al potere, nell’aria – è facile collegarsi all’elezione americana. C’è desiderio di civiltà, e di serietà, appunto, potere – non più di spettacolo. Regalia e maestà – tra le grandi case a Milano, Fendi ha segnato questa voglia. Gli inserti d’oro, i ricami nella seconda parte della sfilata sono rivisitazioni di un’aristocrazia nera posta a festa – così come gli intarsi di velluto prodotti dalla tessitura Bevilacqua di Venezia per Valentino sintetizzano tre secoli di storia, tra Italia, Francia e Adriatico.

Giorgio Armani ha rafforzato lo stile della prima linea, lasciando un ruolo più commerciale a Emporio: si tratta ancora di stile, non di moda – uno stile che partendo dall’uomo resta il più forte, identificativo lungo questi ultimi due secoli – così come partendo dalla donna, solo Chanel ha saputo produrre in ugual potenza.

Ghesquière è ancora uno dei migliori designer in circolazione – Louis Vuitton rimane intellettuale e volutamente non facile (cosa che forse stride con la monumentalità dell’impero aziendale): la sfilata è una presentazione di capi e accessori e non solo un estro di styling, e centra pienamente questa voglia di fantascienza anni Ottanta che percepiamo per i prossimi anni, una Storia infinita, regale e stratosferica che si rinnova.

La tensione va su Maria Grazia Chiuri che ha cominciato con Dior un grande progetto di cui a noi ha dato di capire solo il preambolo, che prelude alla prossima rivoluzione, e che rende un italiano come me orgoglioso come sempre vorrebbe restare.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

As of now, the aesthetics of Italian fashion is rather clear: it lies in the craftsmanship of fabrics, in the embroideries, the cuts and the stitching – in a nutshell, in the details, the patters of materials and colours. Currently Marco De Vincenzo embodies such aesthetic in his ascent to success and does so by re-writing the codes that were once imagined by Missoni and Prada. There is a focus surrounding power in the air; it is easy to see a link with the American election. There is a desire for civility, for professionalism and – indeed – power and no longer for mere entertainment. Regality and magnificence: in Milan, among the greatest Italian fashion houses Fendi symbolized such propensity. The golden inserts and the embroideries of the second half of the collection are a reinterpretation of a decked out Black Aristocracy brought out to party. Similarly, the velvet intarsia crafted for Valentino by the Venetian fabric manufacturer Bevilacqua encapsulate three centuries of Italian, French and Adriatic history.

Giorgio Armani strengthened the style of his main line leaving Emporio to a more commercial role: it is still style we are talking about, not fashion; a style that informed by menswear continues to remain the strongest and most recognisable through time, just like, with women in mind, only Chanel succeeded with the same power and prowess. Ghesquière continues to be one of the best designers out there: his Louis Vuitton remains intellectual and intentionally not easy (which is likely to grate with the mighty nature of corporate business): the fashion show is a presentation of clothes and accessories and not a display of flair and styling and perfectly hits the target of that penchant for Eighties style sci-fi that we envisaged for the upcoming years: a regal, extraordinary NeverEnding Story that gets renewed with every season. There was anxiety and trepidation surrounding the debut of Maria Grazia Chiuri who, at Dior, started a project of which we have been offered only a glimpse into the preamble. An introduction that hints at the upcoming revolution and that makes an Italian man, like myself, very proud. As I would like to continue to be.

Images from Pinterest 

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