Loading the content...
Navigation
Tag archives for:

balenciaga

Balenciaga

Text Jennifer Paccione
@jenniferpaccione

 

A ottant’anni dall’apertura del suo atelier parigino, Balenciaga arriva in mostra a Londra. Adorato dalle élites europee già dagli inizi del secolo scorso, si rinnova ed evolve.

A Parigi, l’atelier di Balenciaga viene subito compreso e apprezzato. Per tutta la sua carriera, Cristobal Balenciaga sfida le norme sociali con la sua creatività e un design anticonformista. Allo stesso modo, gli amanti della casa di moda mettono a rischio la loro incolumità viaggiando in Europa durante la Seconda guerra mondiale per accaparrarsi gli abiti Balenciaga. La stampa francese apprezza lo stilista e lo definisce un rivoluzionario. Fondata nel 1914 per soddisfare le esigenze degli aristocratici spagnoli, Balenciaga si trasferisce a Parigi a seguito della chiusura forzata delle boutique di Madrid e Barcellona, per via della deposizione della monarchia spagnola e della guerra civile. È in questo periodo che fiorisce l’idea dello Square Coat di Balenciaga, che ridefinisce il girovita e la silhouette, prima che lo stile si evolva verso capi lisci e lineari. Maestro della manipolazione, Balenciaga ha rivoluzionato il rapporto tra gli abiti e la silhouette femminile. Le spalle diventano più ampie e i girovita perdono importanza. La Spherical Balloon Jacket guadagna popolarità negli anni che precedono il 1957. Il 1957 segna l’inizio della rivoluzione, sotto forma di silhouette indisciplinate; in quell’anno, Balenciaga si avventura a definire la forma femminile.

La maison propone silhouette che indirizzano non solo le tendenze del decennio, ma anche la tendenza del futuro. I Cocoon Coat, Balloon Skirt, Sack Dress e Babydoll Dress destrutturano il girovita, una volta ben definito, e optano per l’inatteso. Le proporzioni di Balenciaga non sono casuali ma rimangono fedeli alla loro imprevedibilità. L’innovazione nell’esplorazione di tessuti e l’artigianalità aiutano Balenciaga a diventare virtuoso nella haute couture durante gli anni Cinquanta e Sessanta. Balenciaga ha disegnato per le èlite internazionali e della nobiltà come la regina Fabiola del Belgio, Grace Kelly e Jackie Kennedy. L’influsso di Balenciaga sugli aspiranti stilisti, che più tardi raggiunsero il successo, è indiscutibile. Tra i più importanti stilisti che imparano da Cristóbal Balenciaga si annoverano Oscar de la Renta, André Courrèges, Emanuel Ungaro e Hubert de Givenchy. La mostra Balenciaga: Shaping fashion, al Victoria and Albert Museum di Londra, plaude al genio di Cristóbal Balenciaga e celebra i suoi disegni. La pubblicazione degli archivi mette in mostra le ricercate collezioni dello stilista. La mostra segna il centenario dall’apertura della prima boutique di Balenciaga a San Sebastian e l’ottantesimo anniversario dell’apertura dellatelier parigino.

In maggio inaugura l’esposizione inglese che esplora il lavoro di Balenciaga e l’influenza continua che ha nella società moderna. Non una retrospettiva, ma una mostra che dirige l’attenzione verso l’ultima fase della sua carriera – gli anni Cinquanta e Sessanta. Quei decenni sono considerati da molti come il periodo forse più creativo della carriera di Balenciaga, un periodo in cui nascono gli esempi delle forme più influenti. Dal guardaroba di Ava Gardner, Gloria Guinness, Mona von Bismarck, la mostra include e mette in luce disegni realizzati dai couturier. Accanto a schizzi d’archivio, fotografie e campioni di tessuto, due collaborazioni di valore assoluto hanno affiancato il V&A, rivelando i segreti dell’ingenuità di Balenciaga. La tecnologia a raggi X indaga tra i dettagli nascosti nell’inventiva di Cristóbal Balenciaga. Attraverso questa tecnologia, l’artista a raggi X Nick Veasey riesce a mostrare strutture invisibili a occhio nudo, inclusi i pesi posizionati in modo strategico per far cadere meglio la gonna in una tra le creazioni più minimal della casa, sfatando così il mito per cui Balenciaga non usava quel tipo di strutture. Disegni virtuali e animati dimostrano gli strati costruttivi che formavano con coerenza un pezzo finito.

Balenciaga: Shaping Fashion sarà organizzata in tre sezioni: Front House, I laboratori di Balenciaga e l’impatto dell’Eredità Balenciaga. La sezione sull’eredità è stata inserita per mettere in mostra il lavoro di più di trenta stilisti degli ultimi cinquant’anni, rilevando l’influenza di questo stimato personaggio del mondo della moda. Balenciaga si oppone all’autorità per il suo essere ribelle e, successivamente, resiste allo stato di borghese della Camera. Per questo motivo, tecnicamente la couture di Balenciaga non diventa mai haute couture, per il suo anticonformismo quale membro della Camera. Balenciaga alla fine avrebbe chiuso la sua casa di moda nel 1968, simbolicamente durante l’anno delle violente proteste politiche a Parigi. Muore nel 1972 e la Maison rimane inattiva fino al 1986. L’era del trono vacante si conclude nel 1986, infine viene occupato da Nicolas Ghesquière. Nicolas Ghesquière è stato innegabilmente il direttore creativo sovrano di Balenciaga, regnando come stilista per quindici anni, reinterpretando i disegni classici dei primi anni e aggiungendo un rinfrescante senso di modernità.

Sotto la direzione di Ghesquière, il DNA del marchio viene onorato e assimilato, rimanendo fedele alle origini spagnole del brand. Una devozione nei confronti dell’eredità del marchio, derivata dal rispetto per i concetti originali del design di Cristóbal Balenciaga. La Maison si afferma sotto la direzione di Alexander Wang e più tardi sotto il regno neofondato dal designer di Vetements, Demna Gvasalia. Gvasalia crea con una sottesa osservazione sociologica, ricerca una bellezza alternativa. La sfilata di debutto di Gvasalia segna la direzione futura di Balenciaga, presentando una collezione che è una re-immaginazione del lavoro di Cristóbal Balenciaga – un guardaroba di contemporaneità assoluta e realismo permeato con l’attitudine della sua haute couture. Una traduzione, non una reiterazione. Un nuovo capitolo. Tra le testimonianze di direttori creativi impattanti che hanno seguito le orme di Cristóbal Balenciaga, la mostra includerà un’esplorazione del suo genio estetico riflesso nei lavori degli ex apprendisti André Courrèges e Emanuel Ungaro, e altri creativi di rilievo tra cui J.W. Anderson e Hubert de Givenchy, consolidando ulteriormente la presenza senza precedenti, ed eterna, di Cristóbal Balenciaga nella moda.

Balenciaga: Shaping fashion. Da Maggio in mostra al Victoria and Albert museum di Londra l’omaggio al genio di Cristóbal Balenciaga. In scena oltre cento abiti e venti cappelli scultura. Cent’anni di storia raccontati attraverso bozzetti, fotografie, campioni di tessuto e filmati d’archivio.

Balenciaga: Shaping Fashion

Victoria and Albert Museum, Londra

27 maggio 2017 – 18 February 2018

Orari: Sabato – Giovedì 10.00 – 17.30

Venerdì 10.00 – 21.30

The Fashionable Lampoon Issue 9 Babylon – Digital Visual Wave

A PARISIAN WEEK

Testo Cesare Cunaccia

@cesarecunacciaofficial

 

Una settimana parigina sferzata da una pioggia uggiosa, incessante e a tratti violenta, che ha comunque raccontato alcune pagine di moda molto interessanti, fino al gran finale, con la mostra L’oeuvre au noir, dedicata al genio di Cristobal Balenciaga al Musée Bourdelle, all’incredibile decollo del razzo Chanel sotto le volte vetrate del Grand Palais e all’emblematico approdo al Louvre di Vuitton , «Viviamo in un’epoca in cui la gente non può più pensare a lungo termine – osserva intanto Guram Gvasalia, osannato guru di Vetements e designer di Balenciaga – anche le strategie di business sono diventate così. Nessuno può più immaginare strutture a lungo termine, tutti sono concentrati su oggi e subito, soltanto sulle vendite odierne». Senso di precarietà, brividi e ombre verso un domani incerto, in un mondo globalizzato e sempre più arduo da comprendere e leggere nei suoi contorni? A questa domanda sembrava voler rispondere Miuccia Prada, con la sua sofisticata, composita ed ironica esercitazione per Miu Miu del 7 marzo.

Tra le vere highlights della Fashion Week Parigina Autunno/Inverno 2017, la sfilata Dior, leggendaria Maison francese guidata dall’italiana Maria Grazia Chiuri, ha scelto di declinare un unico tema cromatico: il blu. Rapsody in Blue o Blue Moon, la voce roca e intensa di Nina Simone come soundtrack. ‘Fra tutti gli altri colori – scriveva Christian Dior nel suo Petit Dictionnaire de la mode – il blue navy è il solo che può competere con il nero. Un lavoro magnifico, quello di MGC chez Dior che ha riscritto frammenti basilari della poetica del brand. Il mitico modello Chevrier del 1949, ad esempio,ispirato alle tuniche dei pastori pirenaici e dotato di un ampio cappuccio, si è trasformato in una teoria di giacche, di abiti, gonne,mantelle, cappotti e piccoli bomber dalle fragranze sportive, con materie quali taffettà, velluto, panno spigato da coperta e maglia. Ecco le divise no gender, il rigore geometrico che s’intreccia con echi emotivi ed onirici nella trasversalità del blu. Issey Miyake con Yoshiyuki Miyamae, nel fasto storicistico e dorato dell Hôtel de Ville si ispira alla toccante bellezza dell’aurora boreale. Ed è subito poesia, anzi haiku, grazie alla lana grezza di pecore Shetland nate e allevate nelle pallide luci nordiche, tinte in cinque diversi colori combinati in un unico filo, dei superbi cappotti cocoon. Combinazioni architettoniche e paradossalmente lievi di Baked stretch e Steam stretch, il vocabolario della Maison, plissées curvi e concentriche concrezioni tessili dagli effetti ottici estranianti. Chanel è Chanel, che altro dire. Lo show è un evento, la consacrazione sempre potente e nuova di una mitologia della modernità. Questa volta si estrinseca in un’esplosiva connotazione spaziale, in un omaggio all’epopea degli astronauti siglato dal razzo bianco e nero con logo che alla fine del défilé, dal Centre de lancement N.5, dove sono assiepate duemilaseicento persone, schizza dalle rampe dritto verso il cielo. C’e un’aria giovane, divertita, leggera come il vento. Bisogna mantenere la propria identità e rinnovarla di continuo, afferma Karl Lagerfeld in backstage. Lui ci riesce appieno.

Nadège Vanhee-Cybulski, Creative Director di Hermès, continua il suo viaggio ermeneutico all’insegna di una freschezza giovane e fluida. La sua è una lettura per sottrazione e condensazione di un segno inimitabile, che però nulla toglie all’osservanza di un linguaggio e di un approccio che sono patrimonio basilare dell’heritage di Hermès. Gli abiti fluttuano siglati dalle stampe dei celebri carreés traslate a effetto sinopia sulla seta, stretti in vita da cinture sottili. I piccoli e graziosi duvet si portano sul tubino ritmato da zip,minigonne e top sono abbinati ad allungati caban. Splendide le bag in pelle e canvas, quanto le borse a tracolla in struzzo e gli alti stivali allacciati. Moncler Gamme Rouge guarda a un Canada autunnale incendiato di gialli e di rossi divampanti. Il décor è letterale: foglie morte accumulate, proiezioni all over di paesaggi e boschi sulle pareti, le Giubbe Rosse della gendarmeria reale schierate a celebrare il finale. Giambattista Valli, il Direttore Artistico di Gamme Rouge, ha interpretato il tema in modo mirabile e composito, incrociando outdoor e sofisticate fragranze metropolitane, sport e grazia soffusa, forte della sperimentale alchimia e ricerca di materiali che è un elemento portante di Moncler. I doudones sono peso piuma, arricchiti e per converso ulteriormente alleggeriti da ricami e intrecci di applicazioni rébrodées. Non mancano cappotti di tweed dalla carrure infantile, frangi-vento stampati a fiori selvaggi, stupendi pullover in shetland e foulard annodati un po’ ovunque. Le ballerine in tweed lievemente ottocentesche accompagnate dalle calze grosse, si accostano a zaini in nylon. La fluviale Fashion week F/W 2017-18 di Parigi si chiude in bellezza con la sfilata Louis Vuitton, tra scalinate scenografiche e solenni gruppi scultorei, nella Cour Marly del Louvre. Un luogo superbo a livello estetico e di profonda pregnanza storica per un evento che non ha precedenti. Bernard Arnault e LVMH hanno infatti firmato un accordo biennale con Jean-Luc Martinez, President del celeberrimo Museo, per potervi organizzare gli show del marchio. Nicolas Ghesquière, Direttore Creativo di LV, si lancia in un’esercitazione dai contorni espressivi liberi e poco definibili. Sottovesti da sera a effetto laccato, pellicce e montoni di soffuso sapore etnico ma, di nuovo, non riconoscibile o ascrivibile a una zona geografica certa o a una determinata cultura. Focus sulle borse e sui bijoux d’argento- notevoli le catene multiple- molto presenti, dinamici e perfino preponderanti in una forma linguistica che si declina totalmente sul verbum del proprio demiurgo.

Images courtesy of press office 

IT’S ALL ABOUT ME(N)

Testo Enrica Murru

 

Il 2017 si preannuncia come un anno di cambiamenti: dall’insediamento di Trump alle elezioni nei paesi del G7 – la Francia prima, la Germania poi – per arrivare al sostanziamento della Brexit. Gli equilibri del mondo arabo e africano minacciano di scompaginare le carte di un mappamondo incapace di assestarsi. È lo stesso anno in cui, grazie a Denis Villeneuve, arrivano al cinema due storie che parlano dell’incontro con altri mondi – ora Arrival e a ottobre Blade Runner 2049 – e che riscoprono una caratteristica essenziale dell’umanità: l’adattamento per la sopravvivenza, ai mutamenti, alle rivoluzioni e soprattutto al caos. Governandolo ma più spesso assecondandolo.

Kris Van Assche per Dior mette subito in chiaro la caratura dell’uomo che immagina, coriaceo con una vis ribelle, replicando su copricapi e borse il claim Hardior. Tra attitudine punk e alta sartoria, i completi disseminati di safety pin fanno da contraltare alle mantelle stampa riot e ai pullover che recitano They should just let us rave.

Nessun giardino delle delizie aspetta i nuovi maschi adulti, ma per coloro che sono pronti a lasciarsi trascinare c’è l’arcobaleno all’orizzonte: stimoli visuali che ridistribuiscono i capi di abbigliamento alla rinfusa su questi esseri mutevoli. Demna Gvasalia per Balenciaga continua a mescolare le carte, mettendo stivali tecnici da moto sotto al cappotto classico e portando in passerella shopper di carta usate come borse: uno squatter che è difficile trovare impreparato. È lo stesso ragazzo che abita la collezione di Kenzo, tra piumini, maglie, passamontagna e tute da sci – i colori mai così azzeccati. Gioca sulle sovrapposizioni anche Yohji Yamamoto, che fa baciare i lembi delle camicie con la ruvidezza dei cappotti e lascia spuntare il camouflage dalle stampe psichedeliche e fluo.

In questa babilonia sarà l’athleisure a salvarci: sdoganato ormai l’abbigliamento sportivo nei più svariati contesti, l’unica risorsa per lo stile è quella del dettaglio di lusso. L’esempio lo dà Kim Jones da Louis Vuitton, in una collaborazione con il marchio di street style Supreme. A cogliere la sfida anche Yusuke Takahashi che firma per Issey Miyake una collezione che ristabilisce alcuni punti fermi: la versatilità dei tessuti tecnici, la stratificazione dei neri o dei colori (curcuma, blu elettrico e senape su tutti), l’eleganza senza tempo delle giacche orientali.

Si fa tentare dal velluto in tonalità notturne Hermès, dove Véronique Nichanian prova a sdoganare l’accessorio più controverso dell’abbigliamento maschile, il marsupio. Difficile non leggere anche qui il bisogno di avere le mani libere, di muoversi a proprio agio nell’agitazione generale, la necessità di essere pronti a difendere il territorio dagli incursori, che siano alieni oppure no.

Text Enrica Murru


2017 promises to be a year of changes: From Trump’s inauguration to elections in the G7 countries – first France, followed by Germany – to Brexit’s becoming operative. The delicate balance in the Arab and African countries threatens to throw into disarray a world map that seems incapable of settling. In this same year, thanks to Denis Villeneuve, two stories will hit our screens that speak of encounters with other worlds – Arrival, in cinema theaters now, and Blade Runner 2049, out in October– and that rediscover a fundamental feature of humankind: the ability to adapt, in order to survive, to change, to revolutions and, most of all, to chaos. Ruling it, but more often bending to it.

Kris Van Assche for Dior makes it clear from the very start what kind of man he envisages – tough, with a rebellious vigor, by repeating on hats and bags the claim Hardior. Halfway between punk attitude and haute couture, the suits scattered with safety pins are juxtaposed with the riot print capes and sweaters that say They should just let us rave.

There is no garden of delights that awaits the new grown-up males, but for those ready to be dragged off, there’s a rainbow on the horizon: visual stimuli that randomly redistribute the garments on these erratic beings. Demna Gvasalia for Balenciaga keeps mixing things up, teaming technical motorcycle boots with traditional coats, and sending down the catwalk paper shopping bags used as purses: a squatter that is hard to catch off guard. He’s the same young man inhabiting Kenzo’s collection, sporting puffer jackets, sweaters, balaclavas and ski suits – and the hues have never been so spot-on. Yohji Yamamoto too plays with layering, making the hems of shirts touch the rugged coats, and letting psychedelic and neon camo prints peek out.

In this Babylon, athleisure is going to save us: now that sportswear has been debunked in the most diverse contexts, the only resource style can turn to is luxury detailing. A case in point is Kim Jones at Louis Vuitton, in collaboration with street style brand Supreme. The challenge was taken up also by Yusuke Takahashi for Issey Miyake who designed a collection that re-establishes a number of tenets: the versatile quality of technical fabrics, the layering of black and other hues – turmeric, electric blue and mustard above all –, the timeless elegance of oriental-style jackets.

Hermès indulges in nocturnal nuances of velvet with Véronique Nichanian attempting to debunk the most controversial menswear item there is, the bum bag. It’s hard not to detect, also in this case, the need to keep one’s hands free, to move with ease amidst general confusion and to be ready to defend one’s land from the invaders, whether they are aliens or not.

Images courtesy of press office

Back to top