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Convivio 2018

Text Carlo Mazzoni

 

Ebbe vita la prima volta nel 1992, voluta da Gianni Versace, Gianfranco Ferré, Valentino e Giorgio Armani, impegno della moda per la società e la civiltà: le case di moda donano parte dei loro stock e il pubblico può acquistare a metà prezzo – e l’intero ricavato va a sostegno della lotta contro l’Aids. Dal 1998, Convivio mostra-mercato è stata protetta, pensata e guidata da Franca Sozzani – ieri se ne sentiva la mancanza.

I ripensamenti, dal cambio di location a un allestimento più artistico, non colmavano il vuoto. La cena solamente a base di carboidrati portava a un poco di nausea, lo spazio ristretto e l’aria stantia affaticavano gli animi. Attrici, cantanti e varietà, una miriade di aspiranti a grammi di fama in coda per posare davanti ai fotografi, si suppone per ripetere in una retorica relativa quanto deve essere compreso: i dati indicano un calo dell’uso dei preservativi tra i ragazzi, in un avvento di PrEP e di progresso nel controllo dell’Aids – rimane che, prima del terrore di una malattia, c’è una forma di rispetto per l’essere umano.

Convivio resta una bella tradizione – come una festa di fine anno a giugno, che mette di buon umore, che segna gentile auspicio – quando persino quei compagni di classe con cui hai litigato tutto l’anno, tutto un tratto, ti tornano simpatici, quando il naso respira il gelsomino e la pelle sogna l’acqua salata. Si tratta di vita – e ogni gioco, d’intelletto o faceto che ci ricordi quanto sia importante voler bene, a questa vita, ci piace.

Convivio 2018

Dal 6 al 10 giugno 2018

THE MALL BIG SPACES

Piazza Lina Bo Bardi 1

(metro: Repubblica / Garibaldi)

Ingresso libero

Il 6 giugno dalle 17.00 alle 22.00

Dal 7 al 10 giugno dalle 10.00 alle 22.00

conviviomilano.it

Cruise Month 2018

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunacciaofficial

 

Ormai, fra gli insider del mondo della moda, maggio viene chiamato il “Cruise month”. Il mese delle collezioni “Cruise” o “Resort” che dir si voglia. Il calendario delle pre-collezioni per il 2018 è stato ancora più fitto del solito, con uno scenario che si è allargato al mondo intero. Dalla vecchia Europa fino all’estremo Oriente, passando per le praterie del continente americano.

Dior ha convinto tutti con la sua splendida esercitazione nella riserva naturale californiana di Upper Las Virgenes Canyon Open Space Preserve, non lontano da Los Angeles. Il Direttore Artistico Maria Grazia Chiuri propone una visione imperniata su “una donna selvaggia che è la salute di tutte le donne”, intrecciando la pittura di Georgia O’Keeffe e quotes western molto Diana Vreeland e Millicent Rogers a Taos. Abiti dalle incredibili gonne a campana. Il poncho in coyote e gli anfibi versus l’infradito di piume. Cappelli da gaucho e suéde a frange con ricami in raffia e simbologie “native american”. Il finale esplode in una fiaba “très Dior” nel deserto. Di tulle impalpabile e di cristalli scintillanti.

Chanel Cruise 2018. Karl Lagerfeld ha raccontato la sua idea di Grecia classica e della mitologia ellenica attualizzandola secondo la sua ottica perennemente metamorfica e futuribile, tra colonne e rovine, sullo sfondo della rievocazione del Tempio di Poseidon a Capo Sunion, da millenni affacciato sull’Egeo. Un valzer di tuniche e pepli sofisticati di lunghezze variate, portati con cinture-bustier, grandi bracciali da Elena omerica e aristocratiche tiare da dea fidiaca. Tweed, chiffon, maglia, seta e cotoni su una palette di grigi chiari, nero, beige, bianco, oro, con tocchi giallo e arancio e bagliori di cristalli, nel segno di una classicità moderna e distillata fino all’astrazione purista.

Mood giapponese invece da Louis Vuitton. Poco distante da Kyoto, al Miho Museum, progettato da I. M. Pei nel 1997. Un luogo stupendo e ambivalente, che, come lui stesso ha dichiarato, ha da subito incantato e dato ispirazione al Direttore Artistico Donna LV, Nicolas Ghesquière. Focus è l’evoluzione, tra tradizione e modernità, tra Occidente e Oriente. Gli abiti richiamano i samurai, le incisioni figurative, le tenute nipponiche da cerimonia, il cinema di Kurosawa e di Kitano, i keikogi delle arti marziali, i fiabeschi paesaggi ritratti a inchiostro. Fino a un chiaro omaggio a Kansay Yamamoto. I tailleur pantalone e le tuniche strutturate guardano alla densità poetica di Hokusai. Jersey intrecciato e maglioni di pelle ricordano le armature degli antichi guerrieri. Mentre, per la sera, affiorano riflessi brillanti come nel teatro Noh. Le borse e le pochette sono siglate da maschere Kabuki. Gli obi e le tipiche cinture da kimono compongono affusolati pantaloni. I berretti sono opera di Kristopher Haigh, fondatore del marchio 1K.

Prada resta a casa. Ha ambientato il suo show nel nuovo e bellissimo spazio dell’Osservatorio che si libra tra le cupole vetrate della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Una sofisticata e composita texture di stile coniuga sportswear, grafie di ricami, levità di piume e trasparenze couture, punteggiate di forse involontarie suggestioni Jugendstil degne di una klimtiana Emilie Flöge. Indimenticabili davvero, i più eleganti calzettoni da basket che si siano mai visti prima su una passerella, declinati in una femminile sensualità.

Gucci ha sfilato in maniera massiva. Da vero kolossal. Tra gli innumerevoli capolavori artistici che affollano l’ex reggia medicea, lorenese e sabauda di Palazzo Pitti a Firenze, dove contribuirà alla salvaguardia dell’annesso Giardino di Boboli. La linea di vibrante e pirotecnico métissage stilistico, di semantiche e simboli, perseguita dal designer del brand Alessandro Michele, e la sua lettura profondamente meta-moderna del tempo che viviamo, sono state lanciate fin oltre i codici assodati, trasformandosi in challenge per un’ inattesa e poliforme definizione della contemporaneità.

Valentino, capitanato da Pierpaolo Piccioli, ha messo in scena la sua Resort 2018 in un vecchio edificio délabré di Soho, a NewYork City, puntando sul concetto di “athleisure”, un accento sportivo che connota un intero guardaroba. La tuta da ginnastica diventa così abito lungo. La linea anatomica del busto è messa in evidenza da minuziose cuciture apparentemente work-in-progress. Il tailleur-Varsity si ispira alle tifoserie giovanili di baseball. Il romanticismo floreale della Maison romana si miscela senza timore alcuno con tante referenze squisitamente americane e hip-hop.

GOLDEN GLOBES 2017

Testo Francesco Governa
@iosonoeffe

 

Beverly Hilton Hotel, California. Settantaquattresima edizione dei Golden Globes, assegnati da una giuria di soli giornalisti dell’Hollywood Foreign Press Association.

Un’edizione che appariva priva di sorprese, e in parte così è stato. A colpire però sono state le parole degli attori saliti sul palco, mai come quest’anno così taglienti. Damien Chazelle, già regista e sceneggiatore di Whiplash, vince sette premi con il suo La La Land, tra cui Miglior Regia e Sceneggiatura.

Non sorprende che il premio per il Miglior Film sia andato a Moonlight diretto da Berry Jenkins, alla sua prima prova con un lungometraggio. Alla base un tema sociale e, purtroppo, ancora scomodo per molti come quello dell’omosessualità.

A Ryan Gosling va il premio come Miglior Attore in un Film Commedia o Musical per La La Land. Al microfono l’attore dedica il premio al fratello di sua moglie, Eva Mendes, recentemente scomparso: «Mentre io cantavo, ballavo e suonavo il piano, la mia signora stava tirando su nostra figlia, era incinta del secondo e provava ad aiutare il fratello a combattere contro il cancro. Sono qui solo grazie a lei».

Emma Stone, partner di Gosling sul set, vince nella categoria Miglior Attrice in un film Commedia o Musical. Nel suo discorso di ringraziamento la voce quasi rotta dalla lacrime di gioia: «Questo è un film che parla di persone creative e le persone creative prima o poi si trovano una porta ‘sbattuta in faccia’. Ci sono tanti attori che vengono rifiutati o non vengono richiamati tanto che viene voglia di mollare, ma non bisogna farlo e questo film vi invita a questo».

Tra i premiati anche Meryl Streep. Salita sul palco per ritirare il Cecil B. DeMille Award, nel suo discorso ha sferrato diversi attacchi al neoeletto presidente Donald Trump: «Hollywood è infestata da outsider e stranieri, e se li cacciamo tutti non ci resterà nulla da guardare se non il football e le arti marziali miste, che non sono davvero arti. La persona che chiedeva di poter ottenere la posizione più importante nel nostro paese»continua – «ha imitato un giornalista disabile. Mi ha spezzato il cuore vederlo. Non riesco a togliermelo dalla testa perché non era un film, è successo nella vita reale. Quando questo istinto di umiliare si esprime attraverso qualcuno che occupa la scena pubblica, qualcuno di potente, filtra fino alla vita delle persone comuni e in qualche modo autorizza tutti a comportarsi allo stesso modo. La mancanza di rispetto incoraggia altra mancanza di rispetto, la violenza incoraggia altra violenza. Quando i potenti usano la loro posizione per prevaricare gli altri, perdiamo tutti. Abbiamo bisogno che la stampa, quella seria e di principio, chieda conto ai potenti di ogni oltraggio».

Le parole rispecchiano una Hollywood mai come ora schierata e impaurita da un futuro incerto. Le stesse luci – le stesse emozioni. Qualcosa però è cambiato, e non siamo nel mondo onirico di La La Land.

Text Francesco Governa
@iosonoeffe

 

Beverly Hilton Hotel, California. The Seventy-fourth edition of the Golden Globes Awards, bestowed by the journalists of the Hollywood Foreign Press Association, is under way. An edition that did not appear to have many surprises in store, and in part, that was the case. What really struck about this edition were the words spoken by the actors as part of their acceptance speeches, never before had speeches been so biting and fervent. Whiplash director and writer Damien Chazelle won big with his new La La Land, which took seven nominations including Best Director and Best Screenplay. It does not surprise that the Best Motion Picture Award went to Moonlight by Barry Jenkins at his directorial debut in a feature film. A work, which explores the still thorny subject of homosexuality.

Ryan Gosling won the award for Best Actor in a Motion Picture Comedy or Musical for his performance in La La Land. On stage, he thanked his Lady, Eva Mendes, and sent out a special thought to her brother who has recently passed away: «While I was singing and dancing and playing the piano and having one of the best experiences I’ve ever had on a film, my lady was raising our daughter, pregnant with our second and trying to help her brother fight his battle with cancer. If she hadn’t taken all of that on so I could have this experience, it would surely be somebody else up here other than me»Gosling’s on-screen partner, Emma Stone, earned the equivalent Golden Globe for Best Actress in a Comedy or Musical. In a voice broken by tears of joy, she dedicated the award to dreamers and creative people: «This is a film for dreamers. And I think that hope and creativity are two of the most important things in the world. So to any creative person who has had a door slammed in their face, either metaphorically or physically, or actors who have had their auditions cut off, or waited for a callback that didn’t come, or anybody, anywhere really, that feels like giving up sometimes, but finds it in themselves to get up and keep moving forward, I share this with you. Thank you so much for this».

Among the honored actors was also Meryl Streep. Presented with the Cecil B. DeMille Award, she used her acceptance speech to launch an attack on US President-elect Donald Trump: «Hollywood is crawling with outsiders and foreigners, and if we kick’em all out, you’ll have nothing to watch but football and mixed martial arts, which are not the arts. It was that moment when the person asking to sit in the most respected seat in our country imitated a disabled reporter» – continued the actress«It, it kind of broke my heart when I saw it and I still can’t get it out of my head because it wasn’t in a movie. It was real life. And this instinct to humiliate when it’s modeled by someone in the public platform, by someone powerful, it filters down into everybody’s life because it kind of gives permission for other people to do the same thing. Disrespect invites disrespect. Violence incites violence. When the powerful use their position to bully others, we all lose. This brings me to the press. We need the principled press to hold power to account, to call them on the carpet for every outrage»These are the words of a Hollywood that is standing up, afraid more than ever before of an uncertain future. The same lights, the same emotions. Yet something has changed, and we are in the oneiric world of La La Land.

Images courtesy of Venice Biennale, Olycom and from Instagram

Barbieri Rewind

Testo Silvia Novelli
@silvianovelli

 

Ci fu un tempo in cui la moda non esisteva. Non esistevano i fashion editor e non esistevano gli stylist. Non esisteva nemmeno Vogue, ma un suo embrione che si chiamava Vanità. Fu allora che entrò in scena Gian Paolo Barbieri, che con la sua fotografia contribuì a creare il sistema.

Gian Paolo Barbieri, classe 1938, milanese-milanese – la sua biografia dice che nacque in via Mazzini – figlio di una famiglia di grossisti di tessuti. Forse il suo rapporto con la moda era scritto nel destino? Certo è che visse fin da piccolo in mezzo alle stoffe, acquisendo competenze che avrebbe riutilizzato anni dopo nelle sue fotografie di moda. Prima, però, ci furono altre passioni da esplorare: studiò per un biennio alla Scuola di Recitazione del Teatro dei Filodrammatici e conobbe il cinema dall’interno degli studi di Cinecittà. Erano gli inizi degli anni Sessanta, impossibile ignorare le sirene della Roma della Dolce Vita. Gian Paolo non divenne un attore, nonostante una piccola apparizione in Medea di Luchino Visconti, con il quale aveva già lavorato – giovanissimo – a teatro ne La Locandiera. Imparò da autodidatta la fotografia: era lì che il suo talento doveva esprimersi. Del teatro e del cinema rimase comunque molto nel suo stile fotografico: il senso del movimento, soprattutto, e i tanti riferimenti, con una predilezione per le atmosfere del cinema degli anni Trenta e Quaranta.

Andiamo con ordine: dopo Roma approdò a Parigi, alla corte del fotografo di Harper’s Bazaar Tom Kublin. Fu un’esperienza breve ma intensa: Kublin morì appena venti giorni dopo, ma quel periodo bastò a Barbieri per farlo rientrare a Milano deciso ad aprire il suo studio fotografico. Così fece, nel 1964. Da allora, un crescendo: i suoi servizi furono pubblicati su Vanità – la rivista che nel 1966 sarebbe diventata Vogue Italia – e su Vogue Paris. Fu in quel periodo che cominciò a collaborare con Valentino, in un felice incontro di anime affini: dal loro sodalizio artistico nacque la concezione attuale della campagna pubblicitaria di moda. Fino ad allora, erano i produttori di tessuti a fare pubblicità sulle riviste, per mostrare cosa i couturier avessero realizzato con le loro creazioni. Valentino e Giancarlo Giammetti vollero ribaltare il punto di vista: si sarebbero dovute vedere le collezioni e mostrarne il senso, interpretandole con un’ambientazione e delle modelle che ne rispecchiassero il concetto. Per questo si rivolsero a Gian Paolo Barbieri. Nacquero pubblicità iconiche che ebbero protagoniste come Audrey Hepburn e Jerry Hall, passando per le modelle più famose dell’epoca, da Mirella Petteni a Veruschka, figure femminili che diedero vita a un’estetica duratura della donna Valentino: eterea, algida e sofisticata. In quegli anni il fotografo di moda era una figura nuova e poliedrica, che non doveva solo scattare, ma preoccuparsi di trucco, parrucco e accessori e costruire – letteralmente – il set con quello che trovava a disposizione, lavorando di fantasia e arte di arrangiarsi: nella prima pubblicità preparata in studio per Valentino, per ricreare le dune del set Gian Paolo Barbieri usò quintali di semolino.

Negli anni Ottanta Barbieri cavalcò il passaggio dall’haute couture al prêt-à-porter italiano, destinato a conquistare il mondo. Oltre che con Valentino, lavorò con gli altri nomi della moda made in Italy, personalità diverse ma accomunate dalla totale fiducia nel suo impeccabile occhio fotografico: Armani, Versace, Ferré, Dolce e Gabbana. Realizzò campagne pubblicitarie per Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, Vivienne Westwood, sempre riuscendo a trasformare ciò che ritraeva in immagini ideali, ricche di richiami e riferimenti artistici. Se Barbieri lavorò con i più grandi stilisti riuscendo sempre a creare sintonie umane e capolavori estetici, fu perché aveva ben compreso il segreto delle foto di moda: riuscire a entrare nella mente dello stilista per interpretarne le creazioni.

Negli anni Novanta successe qualcosa. Certo, ci fu il cambio di direzione ai vertici di Vogue Italia e un nuovo tipo di approccio verso i fotografi di moda, forse meno continuativo e personalizzato. Soprattutto, però, ci fu una frattura personale che Barbieri rese pubblica solo venticinque anni dopo, quando pubblicò il libro di foto e poesie Fiori della mia vita. Era il 1991, durante una vacanza alle Seychelles fu raggiunto da una telefonata devastante: annunciava la tragica morte in un incidente in moto del compagno Evar. Una ferita che accompagnò Gian Paolo Barbieri sempre e che probabilmente contribuì al desiderio di nuove scelte artistiche. Con la moda aveva fatto molto, era giunto il momento di esplorare anche altri mondi, fisici e creativi. La natura, l’etnografia, luoghi esotici e selvaggi, antitesi degli studi fotografici a cui era avvezzo.

Text Silvia Novelli
@silvianovelli

 

There was a time when fashion didn’t exist. There were no fashion editors or stylists. There was no Vogue: only its embryo called Vanità. That’s when Gian Paolo Barbieri entered the scene and used his photography to create the system.

Born in 1938 and a real Milanese – his biography says that he was born on Via Mazzini – Gian Paolo was the son of a textile wholesaler. Was his relationship with fashion his destiny? He certainly grew up surrounded by fabric, learning skills that he would use years later in his fashion photographs. Before that, however, there were other passions to explore: he studied for two years at the Teatro dei Filodrammatici acting school in Milan and he also frequented the Cinecittà sound stages. It was the early sixties and the sirens of the Dolce Vita in Rome were impossible to ignore. Gian Paolo did not become an actor despite a walk-on part in Luchino Visconti’s Medea. He was a self-taught photographer and realized that this art was where he could best express his talent. Theater and film nevertheless remained important in his photography style: his sense of movement, above all, and many references, with a preference for the films of the thirties and forties.

Let’s proceed in order: after Rome, Gian Paolo went to Paris to work for Harper’s Bazaar photographer Tom Kublin. It was a brief but intense experience: Kublin died just twenty days later, but that period was enough for Barbieri to return to Milan, determined to open his own photography studio, which he did in 1964. After that, it was a crescendo: his photo spreads were published in Vanità – the magazine that became Vogue Italia in 1966 – and in Vogue Paris. He started working with Valentino in that period. It was a successful encounter between two kindred spirits: their artistic partnership led to the current concept of the advertising campaign for fashion. Up until then, textile manufacturers advertised in magazines to show what couturiers could have done with their products. Valentino and Giancarlo Giammetti wanted to switch that point of view: it was important to show the collections and their sense, interpreting them with a setting and models that reflected the concept. This is why they contacted Gian Paolo Barbieri. Iconic ads were born featuring stars like Audrey Hepburn and Jerry Hall as well as the most famous models of the day, from Mirella Petteni to Veruschka. These feminine figures gave rise to a lasting aesthetic of the Valentino woman: ethereal, poised and sophisticated. In those years the fashion photographer was a new, multifaceted figure who not only had to take pictures, but was also responsible for the makeup, hair styling and accessories and literally had to build the set with whatever was available, using imagination and the art of making do with what you’ve got. In his first ad prepared for Valentino, Gian Paolo Barbieri used quintals of semolina flour to recreate sand dunes on the studio set.

In the eighties, Barbieri rode the wave from Italian haute couture to prêt-àporter, which was destined to conquer the world. Besides working with Valentino, he also collaborated with Italy’s most famous fashion designers – Armani, Versace, Ferré, and Dolce & Gabbana – who were different yet totally trusted Gian Paolo’s impeccable eye for photography. He did advertising campaigns for Elizabeth Arden, Chanel, Yves Saint Laurent, Mikimoto, and Vivienne Westwood and was always able to transform what he portrayed into ideal images full of artistic references and evocations. Barbieri worked with the greatest designers. He was always on the same wavelength and able to create aesthetic masterpieces because he understood the secret to fashion photography: he was able to enter the designer’s mind to interpret his creations.

Something happened in the nineties. Certainly, a new editor-in-chief arrived at Vogue Italia and a new relationship with fashion photographers emerged that was perhaps less continuative and personalized. There was, above all, a personal tragedy that Barbieri revealed publicly twenty-five years later, when he published a book of photographs and poems called Fiori della mia vita [Flowers of my life]. In 1991, during a vacation at the Seychelles, he received a devastating phone call announcing the tragic death in a motorcycle accident of his partner Evar, who was thirty years younger. This scar always accompanied Gian Paolo Barbieri and probably contributed to his desire for new artistic choices. He did much in the fashion industry and the time had come for him to explore other physical and creative worlds. Nature, ethnography, and wild, exotic places were the antithesis of the photographic studios to which he was accustomed.

Il 22 novembre 2016, avrà luogo la nuova mostra personale di Gian Paolo Barbieri presso la sede della galleria d’arte 29 Arts In Progress, in via San Vittore 13 a Milano.

An exhibit dedicated to Gian Paolo Barbieri is going to open on November the 22nd 2016 in the Milanese location of the 29 Arts in Progress gallery, at via San Vittore 13.

A full interview to Gian Paolo Barbieri has been published on The Fashionable Lampoon Issue 6

Photographer Gian Paolo Barbieri
Starring Leila Nda @ Women Management Paris
Styling Ellen Mirck
Art Direction Alessandro Fornaro

Hair Lorenzo Barcella @ Aldo Coppola
Make up Arianna Campa @ Close Up
Manicurist Selica Ianeselli @ Mks using TNS Cosmetics

Light technician Stefano Zarpellon
Digital tech Yossi Loloi
Studio assistant Matteo Bocchialini
Studio manager Emanuele Randazzo
Stylist assistants Orsola Amadeo, Giulia Tabacchi
Post-production Laura Baiardini

SPRING/SUMMER 2017

Testo Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

L’estetica della moda italiana oggi è precisa: si tratta di quella fattura nei tessuti, nei ricami, nei tagli e nelle cuciture – in una parola, nei piccoli segni, nei pattern di materia e colori. Marco De Vincenzo oggi personifica questa estetica nella sua ascesa, rinnovando i codici inventati una volta da Missoni e da Prada.

C’è un’attenzione al potere, nell’aria – è facile collegarsi all’elezione americana. C’è desiderio di civiltà, e di serietà, appunto, potere – non più di spettacolo. Regalia e maestà – tra le grandi case a Milano, Fendi ha segnato questa voglia. Gli inserti d’oro, i ricami nella seconda parte della sfilata sono rivisitazioni di un’aristocrazia nera posta a festa – così come gli intarsi di velluto prodotti dalla tessitura Bevilacqua di Venezia per Valentino sintetizzano tre secoli di storia, tra Italia, Francia e Adriatico.

Giorgio Armani ha rafforzato lo stile della prima linea, lasciando un ruolo più commerciale a Emporio: si tratta ancora di stile, non di moda – uno stile che partendo dall’uomo resta il più forte, identificativo lungo questi ultimi due secoli – così come partendo dalla donna, solo Chanel ha saputo produrre in ugual potenza.

Ghesquière è ancora uno dei migliori designer in circolazione – Louis Vuitton rimane intellettuale e volutamente non facile (cosa che forse stride con la monumentalità dell’impero aziendale): la sfilata è una presentazione di capi e accessori e non solo un estro di styling, e centra pienamente questa voglia di fantascienza anni Ottanta che percepiamo per i prossimi anni, una Storia infinita, regale e stratosferica che si rinnova.

La tensione va su Maria Grazia Chiuri che ha cominciato con Dior un grande progetto di cui a noi ha dato di capire solo il preambolo, che prelude alla prossima rivoluzione, e che rende un italiano come me orgoglioso come sempre vorrebbe restare.

Text Carlo Mazzoni
@carlomazzoni

 

As of now, the aesthetics of Italian fashion is rather clear: it lies in the craftsmanship of fabrics, in the embroideries, the cuts and the stitching – in a nutshell, in the details, the patters of materials and colours. Currently Marco De Vincenzo embodies such aesthetic in his ascent to success and does so by re-writing the codes that were once imagined by Missoni and Prada. There is a focus surrounding power in the air; it is easy to see a link with the American election. There is a desire for civility, for professionalism and – indeed – power and no longer for mere entertainment. Regality and magnificence: in Milan, among the greatest Italian fashion houses Fendi symbolized such propensity. The golden inserts and the embroideries of the second half of the collection are a reinterpretation of a decked out Black Aristocracy brought out to party. Similarly, the velvet intarsia crafted for Valentino by the Venetian fabric manufacturer Bevilacqua encapsulate three centuries of Italian, French and Adriatic history.

Giorgio Armani strengthened the style of his main line leaving Emporio to a more commercial role: it is still style we are talking about, not fashion; a style that informed by menswear continues to remain the strongest and most recognisable through time, just like, with women in mind, only Chanel succeeded with the same power and prowess. Ghesquière continues to be one of the best designers out there: his Louis Vuitton remains intellectual and intentionally not easy (which is likely to grate with the mighty nature of corporate business): the fashion show is a presentation of clothes and accessories and not a display of flair and styling and perfectly hits the target of that penchant for Eighties style sci-fi that we envisaged for the upcoming years: a regal, extraordinary NeverEnding Story that gets renewed with every season. There was anxiety and trepidation surrounding the debut of Maria Grazia Chiuri who, at Dior, started a project of which we have been offered only a glimpse into the preamble. An introduction that hints at the upcoming revolution and that makes an Italian man, like myself, very proud. As I would like to continue to be.

Images from Pinterest