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12 giugno 1987. Ronald Reagan alla Porta di Brandeburgo sfidava pubblicamente Michail Gorbačëv ad abbattere il Muro di Berlino. In molti ritenevano che Gorbačëv fosse uno strumento del diavolo sulla Terra, altri che il diavolo fosse Reagan stesso – che sulla carta d’identità aveva tre nomi, di sei lettere ciascuno – Ronald Wilson Reagan: 666. Nelle stesse ore in cui il presidente repubblicano a Berlino urlava Tear down this wall!, nelle sale americane usciva The Witches of Eastwick, per la regia di George Miller, in cui tre ignare streghe evocavano un Jack Nicholson nelle vesti del diavolo in persona – vesti disegnate da Nino Cerruti. Dicembre dello stesso anno: Michael Douglas interpretava un personaggio demoniaco, Gordon Gekko, in Wall Street, regia di Oliver Stone. I vestiti di questo diavolo della finanza erano stati disegnati sempre dallo stilista piemontese. Nel 1987 il diavolo vestiva Cerruti.

Dieci anni dopo. Il New York Magazine ogni settimana indiceva un concorso per i propri lettori: le risposte più originali erano premiate con un abbonamento alla rivista. Il gioco consisteva nel descrivere in 75 battute – un tweet, mutatis mutandis – un personaggio noto il cui nome fosse stato alterato da una lettera. Il Signor Nash da Winston-Salem meritò una menzione d’onore per la sua risposta: «L. Nino Cerruti – hottest designer in the South Pacific». Il signor Cerruti con l’aggiunta di una L., diventava ‘El Nino’, rievocando il temuto fenomeno climatico del Pacifico. Un biellese, in una cittadina minore della Carolina del Nord, era nel 1997 a tal punto conosciuto da diventare oggetto di un gioco di parole – a fianco di Cher Guevara e Sandy Wharol. 

Il signor Cerruti lavora in ditta tutti i giorni. Segue le riviste internazionali, osserva e studia i cool mags di Londra, Francia e quei pochi in Italia. Rimane un riferimento per chi disegna moda maschile – Véronique Nichanian, stilista di Hermès uomo, ne cerca i consigli, il dialogo e la conversazione. Nato a Biella nel 1930 da una famiglia di industriali tessili, se qualcuno avesse predetto al diciannovenne Nino Cerruti che il suo nome sarebbe finito sui giornali, avrebbe pensato alla propria firma: a quel tempo aveva iniziato gli studi di filosofia e giornalismo. Un anno dopo, nel 1951, l’improvvisa morte del padre lo costringeva ad abbandonare l’università per prendere in mano le redini dell’azienda. Scoprì la vocazione per la moda. Nel giro di poco tempo i suoi abiti avrebbero vestito il cinema hollywoodiano: Michael Douglas in Basic Instinct, Tom Hanks in Philadelphia, Richard Gere in Pretty Woman, Sharon Stone in Silver, Robert Redford in Indecent Proposal, Bruce Willis in Die Hard. Nel 1957 Cerruti presentava la sua prima linea di vestiario, la Hitman, e dieci anni dopo apriva la prima boutique di Cerruti 1881 a Place de la Madeleine a Parigi, con ambienti realizzati dall’architetto Vico Magistretti – lo stesso che nel 2006, poco prima di morire, progetterà il nuovo centro direzionale a Biella. Nell’anno in cui Parigi si infiammava di contestazioni studentesche, Nino Cerruti portava la sua rivoluzione sulle passerelle – al suo primo show, nel 1968, modelli e modelle sfilarono con gli stessi abiti. Nel frattempo in azienda era stato assunto un designer emergente, Giorgio Armani. 

Il tennista statunitense Jimmy Connors vestiva le prime linee sportive, lo sciatore svedese Ingemar Stenmark veniva immortalato in un francobollo commemorativo nella sua divisa Cerruti. Nel 1994 era il designer ufficiale della squadra di Formula 1 della Ferrari. Aprivano boutique in Cina, Hong Kong, Thailandia, Indonesia e New York. Dopo essere stato nominato nel 2000 Cavaliere del Lavoro, Nino Cerruti ha ceduto il settore moda (Cerruti 1881 è oggi parte del gruppo di Hong Kong Trinity) e si è dedicato al Lanificio Fratelli Cerruti, del quale è presidente, che vende in più di cento paesi e che produce a Biella. Dal 2018 l’azienda è controllata dal fondo londinese Njord Partners e amministrata da Paolo Torello Viera – biellese, suo nonno era direttore della Pettinatura delle lane nella vicina Romagnano. 

I fili si intrecciano e i percorsi umani si richiudono come asole in questa zona del Piemonte orientale che resta il principale distretto del tessile italiano: una provincia con 175mila abitanti nel 2018 e circa 11mila persone occupate nel settore dei tessuti e dell’abbigliamento. Quello del biellese è l’unico distretto tessile in Europa ad aver mantenuto integra la filiera produttiva, senza delocalizzare. Persino gli storici distretti inglesi della lana sono in dissoluzione e in certi casi delegano parti delle loro lavorazioni a Biella. Cerruti, Zegna, Fratelli Piacenza: a trattenerli qui, oltre al senso di appartenenza, l’acqua. Un’acqua dolce, povera di minerali e di calcio, con un residuo fisso di 25-30 parti per milione contro i 240 dell’acqua di Milano o di Parigi. Queste caratteristiche la rendono adeguata a lavare le lane, permettendo di risparmiare fino al 50% di detergente. Chi abbia provato in altre parti del mondo a replicare il cashmere o le lane biellesi non vi è riuscito, anche nei paesi di provenienza delle materie prime più usate: Australia e Tasmania per le lane, Mongolia per il cashmere – la principale differenza consiste nel fatto che se per ottenere la lana le capre vengono tosate, per il cashmere vengono spazzolate. Al Lanificio Cerruti si utilizza per l’80% lana, per il 10% cashmere e per il 10% altre fibre come lino, canapa, viscosa, cotone, poliestere elastomeri come la Lycra. 

Pettinatura, filatura, orditura, tessitura, finissaggio, tintoria: ogni fase della lavorazione si svolge nella sede storica sulle sponde del torrente Cervo. La lana lavata ‘migliore’, cioè con circa 90-100mila fibre per sezione, viene trasformata con appositi macchinari in un nastro che diventa più uniforme e regolare riducendo le fibre a 100, 50 o 25 per sezione. Solo con un numero costante di fibre per sezione e il minor numero di irregolarità possibile, il filato risulta denso e compatto, quasi come fosse un filato sintetico. Su questo nastro viene poi impartita una torsione alle fibre, in modo da garantire la resistenza necessaria. Con l’orditura la parte longitudinale del tessuto – che varia dai tremila agli undicimila fili – viene preparata per essere messa a telaio. I fili di ordito accolgono i fili di trama per comporre il tessuto – in questa fase i disegnatori affiancano i tecnici. Differenti percorsi di finissaggio, nei quali intervengono acqua, vapore, pressione e calore, danno luce e morbidezza al tessuto greggio. Infine, la tintoria – il Lanificio Fratelli Cerruti tinge fiocco, nastro pettinato, filo, tessuto greggio e realizza oltre ottomila nuovi colori ogni anno. L’azienda depura le acque reflue con un impianto biologico a fanghi attivi, in cui cioè un’alta concentrazione microbica aerobica ricrea in vasche artificiali lo stesso processo di autodepurazione che avviene in natura, a velocità accelerata, in modo da poter restituire le acque pulite al torrente Cervo.

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Note storiche

Il nome della famiglia Cerruti compare a metà del Settecento negli elenchi comunali di Biella, sotto la voce Arti et Negotij, usata per identificare fabbricanti e produttori di stoffe. È nel 1881 che Antonio Cerruti insieme a due fratelli e a un cugino fonda l’azienda, che già nei primi del Novecento arriva a produrre diecimila pezze di tessuti fini pettinati. Durante la Prima Guerra Mondiale aumenta la richiesta di panno grigio-verde da oltreoceano, utilizzato per le divise militari: nel solo 1917 ne vengono prodotti 170.000 metri. Silvio Cerruti, figlio di Antonio Cerruti, dirige l’azienda insieme allo zio Quintino: è con loro che nel 1945 il Lanificio vede impiegati circa settecento addetti con centoquaranta telai attivi e più di settemila fusi per filare. Silvio Cerruti diventa, sempre nel ’45, Presidente dell’Associazione dell’Industria Laniera Italiana e risolve in pochi mesi il problema della determinazione delle quote di lana appena tosata da assegnare alle diverse aziende, dando via alla ripresa del settore. Nel 1951 l’azienda passa al figlio Nino, che nel 1957 lancia la Hitman, azienda specializzata nella produzione di capi da uomo, da cui nel 1963 nasce la linea sartoriale di prêt-à-porter maschile di lusso Flying Cross. Nel 2019 ha vestito il Team italiano al Bocuse d’Or, il campionato mondiale della gastronomia.


Lanificio Cerruti

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