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The Fashionable Lampoon
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Man’s World Milano

Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition
Man's World Winter Edition

Man’s World, l’evento internazionale dedicato all’uomo e alle sue passioni, torna protagonista a Milano da venerdì 30 novembre a domenica 2 dicembre 2018 presso gli spazi di Fabbrica Orobia 15, in partnership con Bullfrog, Motor Trend Canale 56, Womo e Fever-Tree. La prima edizione, tenutasi a maggio, ha visto la partecipazione di oltre 6.000 visitatori e più di 60 marchi espositori.

Man’s World è pensato per concedersi momenti per sé, riscoprendo il piacere di farsi regolare la barba, provare abiti su misura e  conoscere artigiani e professionisti che hanno fatto della propria passione un mestiere. L’esperienza si protrae fino a sera, offrendo agli avventori la possibilità di degustare cocktail, distillati pregiati, tabacco da pipa e sigari nella Cigar Lounge che ospita il Club Amici del Sigaro Toscano.

Partner di Man’s World Winter Edition sono il barber shop Bullfrog, con il suo concept da barberia old style, Motor Trend, il canale del gruppo Discovery Italia (visibile al 56 del Digitale Terrestre), WOMO, uno store dedicato a fragranze, prodotti per la rasatura  e alla cura del corpo, e Fever-Tree, il cui progetto creativo abbina ogni tipologia di acqua tonica ai distillati più appropriati.

Numerosi i marchi e le realtà presenti a Man’s World Winter Edition, legati alla realtà della moda e degli accessori, del food and bevarage, e di tecnologia e innovazione.

Man’s World Winter Edition
Da venerdì 30 novembre a domenica 2 dicembre 2018
Fabbrica Orobia 15 | Via Orobia 15, Milano

Montenapoleone District

Montenapoleone District Christmas Shopping Experience
Montenapoleone District Christmas Shopping Experience
Montenapoleone District Christmas Shopping Experience
Montenapoleone District Christmas Shopping Experience
Montenapoleone District Christmas Shopping Experience

Le vie Montenapoleone, Verri, Sant’Andrea, Santo Spirito, Borgospesso e Bagutta fino al 7 gennaio rinnovano anche quest’anno la campagna solidale a favore dell’Istituto Neurologico Carlo Besta

Fino al 7 gennaio ci sarà, per l’ottavo anno consecutivo, la ‘Christmas Shopping Experience’, ospiteranno decorazioni natalizie, tra cui un grande albero di Natale, e installazioni tematiche.

La festa è iniziata mercoledì 28 novembre quando la Fanfara del III Reggimento Carabinieri di Lombardia ha sfilato lungo via Montenapoleone suonando canti natalizi fino a piazza Croce Rossa dove è stato acceso l’albero di Natale, un abete nordmanniana di 15 metri, addobbato a festa grazie a un gioco di luci, realizzato grazie al contributo di RSM – Società di audit e consulenza.

«Da anni lavoriamo con il Comune di Milano e gli hotel cinque stelle lusso della città per migliorare la percezione di Milano come destinazione turistica anche a Natale” ricorda Guglielmo Miani, presidente di MonteNapoleone District. “Vogliamo che anche qui si respiri quell’atmosfera speciale che rende le più importanti metropoli internazionali, da Londra a Parigi a New York, meta dello shopping natalizio. Per l’ottava ‘Christmas Shopping Experience’ abbiamo pensato di riscaldare le vie del Quadrilatero con addobbi e iniziative a tema senza dimenticare la solidarietà. Da un lato sosteniamo la Onlus del Besta, dall’altro per il quinto anno consecutivo illuminiamo, oltre alle vie coinvolte dall’associazione, il quartiere Ponte Lambro a riconferma del nostro impegno nella valorizzazione delle zone periferiche della città».

Beatrice Cordero di Montezemolo, presidente del CBDIN afferma: «Siamo particolarmente grati a MonteNapoleone District per averci coinvolto nelle loro preziose attività di valorizzazione di Milano. Nel DNA della città è vivo lo spirito filantropico e di aiuto ai più bisognosi».

Mille et une Nuit

Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza
Mille et une Nuit Party at Palazzo Brivio Sforza

Text Cesare Cunaccia
@cesarecunaccia

 

11 novembre scorso. Un sabato sera molto milanese, di quelli tipici, immerso in una tediosa pioggerella autunnale. Nella corte interna e sotto il loggiato di Palazzo Brivio Sforza in Piazza Sant’ Alessandro, secolare dimora patrizia dei Trivulzio ricostruita ai primi del ‘700 e poi, per via matrimoniale, trasmessa agli omonimi marchesi –  tra le pochissime a Milano tuttora in possesso e abitate dai discendenti diretti di un’antica famiglia del patriziato locale –  andava in scena la magia di una notte d’oriente. Il carton d’invito per celebrare il diciottesimo compleanno dei gemelli Giacomo e Giacinta, rampolli dei marchesi Annibale e Marta Brivio Sforza, rivelava che il tema prescelto era ‘Mille et une Nuit’. La loggia a pianterreno era stata infatti trasformata in chiave orientale, con tendaggi colorati, veli scarlatti e arancio, ritratti di sultani, tappeti, sofà e cuscini.

I camerieri, sulla livrea di casa portavano un turbante dorato. Andava in scena la danza del ventre e si succedevano suggestive performances e rutilanti coreografie, davanti a oltre 250 ragazzi e ragazze in tuxedo e lungo e a un piccolo gruppo di adulti, amici dei genitori, tra cui Floriana Mentasti Granelli e Marzia di Carpegna, Francesca Versace e Emanuela Pisetti, in robe longue Alaïa rosa cipria. Regista della soirée, Maria-Sole Brivio Sforza Maggi, che ne ha coordinato ogni fase successiva. Il buffet dinner ha invaso invece i saloni a piano nobile, riservando ai più grandi alcune tavole nel salotto rosso, tappezzato di broccato scarlatto con l’emblema del ‘Tricipitium’ trivulziano e dominato dal ritratto di una celebre antenata di famiglia, la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso, pasionaria del Risorgimento e, ai suoi tempi, la più ricca ereditiera d’Italia. La vita di Cristina, avventurosa ed esagerata come un romanzo d’appendice, riecheggia ancora in questa casa dove ha visto la luce il 28 giugno 1808. Souper stringato, molto ‘lumbard’ e tradizionale, in puro stile milanese: risotto allo zafferano e tortelli. La gigantesca torta di compleanno, una Sacher, era collocata tra gli arazzi e i busti barocchi del salone d’ingresso, dove la scala a doppia rampa dagli ornati fiabeschi, conduceva alla biblioteca Trivulziana. Qui, fino al 1935, tra tanti tesori si custodiva il Codice Trivulziano 2162, una preziosa raccolta di disegni e manoscritti di Leonardo da Vinci.

Decisamente patrizio e racé, ma anche ironico e scanzonato quanto basta, Giacomo, volto intagliato tra tardo-gotico e pittura romantica. Leggermente più controllata e molto attenta agli ospiti da perfetta padrona di casa, Giacinta, che aveva scelto un romantico abito a rouches e applicazioni floreali Luisa Beccaria. Ambedue molto complici, divertiti e complementari. Particolarmente interessanti, ognuna in maniera diversa e caratterizzata, ognuna già dotata di una sua personale idea di stile, alcune delle ragazze che partecipavano al ballo: Cornelia Colonna di Paliano, Ludovica Crespi Morbio, Ortensia Winkler, Edmée Orombelli in Giambattista Valli e Azzurra Bertelli. Jeunes filles milanesi che promettono bene.

Un piccolo rimpianto? Forse, in questo gioco a rimpiattino tra attualità e tradizione aristocratica, in questo début in società spogliato da eccessi rappresentativi e formali, ci sarebbe stato bene il classico valzer iniziale dei festeggiati, un rituale dal significato emblematico di passaggio. Non è mancato, verso la conclusione del party, nemmeno un piccolo incidente. Due ragazzi, presi dalla foga dei festeggiamenti e piuttosto euforici, a tarda notte hanno avuto la bella idea di salire a ballare su un tavolo antico dal piano a mosaico di marmi, rovinando al suolo e praticamente distruggendo il prezioso manufatto. Donna Marta, la padrona di casa, però, è rimasta impassibile e sorridente. Perfetto esempio di vero aplomb aristocratico.

Vintage Market

Vintage Fashion Market

Dal 23 novembre al 3 dicembre inaugura a Milano il Vintage Fashion Market che proporrà in vendita i pezzi dell’archivio storico di Massimo Sorgenti. Oggetti e mobili vintage d’autore accumulati dopo anni ed anni d’esplorazione e ricerca in tutto il mondo saranno esposti presso lo showroom Aretè di Via Seneca 4.

Massimo Sorgenti da sempre colleziona pezzi di moda e design, e ha creato un archivio che spazia dagli anni 40 ai 70, e che include creazioni di Charles Eames, Joe Colombo, Gaetano Pesce, Vico Magistretti, oltre a una selezione di arredi scandinavi.

Il Vintage Fashion Market conterà circa 100.000 pezzi fra capi, oggetti e mobili.

Quel che pensa Milano

Text Micol Beltramini

 

C’era una volta Milano odiata. Soprattutto dai milanesi, intesi come residenti – i nati a Milano erano ormai leggenda metropolitana. Dalla fine degli anni Ottanta fino ai primi anni Duemila si veniva a Milano per lavorare e non si vedeva l’ora di andarsene. I turisti stranieri ci snobbavano: «Dove sei stato in Italia?» «Nelle città d’arte». Roma, Firenze, Venezia: mai Milano. Poi, una decina di anni fa, qualcosa comincia a cambiare. Con tutto il coraggio di una donna che si chiude una porta alle spalle Milano desidera – e ottiene – il suo nuovo inizio.

La sfida: ripartire da zero cambiando completamente direzione. Meno automobili, più piste ciclabili, più cultura, più accoglienza. Un banco di prova spietato: Expo 2015. Ne esce vincitrice, contro ogni pronostico: non è ancora abbastanza, ha iniziato e non vuole fermarsi. Nel 2017 il Comune incarica Assolombarda di realizzare Osservatorio Milano. Obiettivo: misurare l’attrattività e la competitività del modello Milano nel mondo, soprattutto per capire, in caso di criticità, dove andare a lavorare. Lunedì 25 giugno, a Palazzo Marino, viene presentata la seconda edizione del rapporto. Milano risulta assimilabile a città come Chicago, Barcellona e Monaco, poli economico-produttivi che non hanno funzione di capitale politica.

Secondo il ranking di Peter Taylor, è la dodicesima città al mondo per reputazione delle imprese e partecipazione ai circuiti internazionali; quanto alle attività legate a moda, design e creatività, supera di gran lunga Madrid, Barcellona e Berlino. Sorprende il dato relativo agli spettatori a teatro: prima assoluta, seguita a grande distanza da Parigi e Madrid. Alcune criticità si riscontrano invece nel settore lavoro, specie per quanto riguarda la disoccupazione dei giovani e l’occupazione femminile. Ma si parla sempre di confronto internazionale: rispetto al 2008 il prodotto interno lordo è cresciuto del 3,1%, a fronte di un’Italia ferma al -4,5%.

Da ogni parte si guarda con ammirazione al modello Milano: per Google è la terza città più cliccata in Europa e tra le prime più cliccate nel mondo. Attrae sempre più talenti e studenti internazionali, e concentra su di sé il 30% degli investimenti stranieri in Italia. Per quanto riguarda la sostenibilità economica, ambientale e sociale, il sindaco Sala ha parlato di piano a lungo termine: gli obiettivi prefissati andranno raggiunti tassativamente entro il 2030. Ha espresso perplessità, tuttavia, in merito all’appoggio del nuovo governo. Intende collaborare, riconoscendo a Milano il suo ruolo di traino per quanto in controtendenza? Finora il Ministro dell’Interno non si è espresso se non per dire che la conquisterà presto. Fa comunque riflettere che tante grandi città del mondo abbiano preso posizione contro gli attuali governi di Stato.

«Quel che oggi pensa Milano domani lo penserà l’Italia», scriveva Gaetano Salvemini nel 1899. Milano ha spiccato il volo e non molla la presa. Speriamo se ne accorgano tutti, prima o poi.

Il rapporto è scaricabile online, in italiano e in inglese, da osservatoriomilanoscoreboard.it

Milano, Milano, Milano

BOB KRIEGER, VALENTINO ALTAMODA FOR HARPER'S BAZAR ITALIA, 1974
BOB KRIEGER, CAROL ALT FOR GUCCI, 1983
BOB KRIEGER, RUPERT EVERETT FOR GIANNI VERSACE, 1985

Text Cesare Cunaccia

 

«Eravamo come ubriachi di successo», afferma Bob Krieger: si riferisce all’esplosione del fashion italiano tra i Settanta e gli Ottanta, che ridisegna i connotati del capoluogo lombardo. Krieger, con il suo obiettivo così pulito e mai giudicante, con quel ponte tra estetica patinata, connotazione psicologica e glam da rotocalco che ha saputo costruire in modo libero e autonomo, ha ritratto molti dei protagonisti di questo periodo recente della storia italiana. Un epos che oggi ci appare paradossalmente lontano e datato. Eccole lì le sue fotografie, in bianco e nero soprattutto – ma anche a colori, come altrettante tessere di un mosaico che insegue un ideale classico di bellezza e decoro – che intessono un filo conduttore unitario. Una spiccata coerenza nel mettere insieme una pleiade di volti e differenti significazioni entro una medesima, poliforme comedie humaine. Bob Krieger documenta con partecipazione alterna, in una chiave di lettura molto caratterizzata, tra distacco, smalto allegorico e curiosità, figure nodali di vari milieu. Ci sono Ornella Vanoni, la signora scostante e irriconoscibile che recentemente ha saputo emozionare il palcoscenico di Sanremo, una morbida Valeria Marini all’apice del successo, il Presidente Cossiga e la giovanissima Simona Ventura. La Galleria comprende l’ironia feroce di Mariuccia Mandelli alias Krizia, con il marito Aldo Pinto, il guru dello stile Beppe Modenese – tra i primi a sostenere Krieger agli esordi – e l’editore e promotore culturale Leonardo Mondadori, con la sua fisionomia acuta e tormentata. Poi, Rupert Everett e Lucia Bosé, Indro Montanelli e Gerry Scotti. Non mancano protagonisti della moda, come Nicola Trussardi, Miuccia Prada e Raffaella Curiel, incisiva allure mitteleuropea e battuta rapida sferzante, occhi bistrati bizantini e gambe da danseuse. Quanto le assomiglia il suo ritratto! E ancora, i grandi amici Gianni Versace e Carolina Herrera, conosciuta a Caracas, Giorgio Armani, molte volte e in connotazioni differenti, Ottavio Missoni e Valentino, Calvin Klein e i dioscuri americani del mito, lo stilizzato Bill Blass e Geoffrey Beene.

Vibrava una dinamica di coesione, oramai definitivamente perduta, un’eruttiva voglia di mélange e di uscire da ranghi codificati. Si cercava di evadere da ruoli e recinti definiti e apparentemente invalicabili. Energia come un fiume in piena e anche eccessi e derive trash. Un’ondata eversiva che metteva insieme elementi, mentalità e provenienze, attitudini e concezioni sociali lontane. Tritatutto che frullava in un unico mixer cultura alta e bassa, un linguaggio nazional-popolare televisivo nuovo di zecca, personalità di spicco o effimere comete, scrittori-para-minimalisti e soubrette catodiche, burrose pornostar ed esponenti della politica. Soggetti e approcci all’esistenza e all’incidere sul reale, come in precedenza mai e poi mai avrebbero potuto e saputo convivere e confrontarsi. Un ventaglio di possibilità inaudite, la solita verve strapaesana e piaciona del Bel Paese che narcisistica si compiace di se stessa, ma che instaura inattesi rilanci internazionali, specie grazie al fenomeno del Made in Italy in piena parabola ascendente.

La borghesia meneghina, opulenta e spendacciona o mesta e sparagnina, di colpo è sferzata dall’arrivo di Andy Warhol in colloquio con Leonardo, che si ubriaca di bellezza sensuale con Gianni Versace e con le sue modelle semidee. Una borghesia miracolata come neanche a Lourdes grazie a Lady D, a Claudio Abbado alla Scala, al solito Strehler al Piccolo e alle orbite ipnotiche e pelviche del Boléro di Maurice Béjart. Questo che va dagli Ottanta ai Novanta, in fondo, è il tempo dell’osmosi, la tessitura di una trama iperpop onnicomprensiva e cangiante, una feria di affluenti o simil tali – morti di fama, li chiamava Marta Marzotto, trascinando le sue notti dal Nepentha di Milano – intanto, oltraggioso e pulp nasceva il Plastic in viale Umbria – al Tartarughino o al Gilda nella capitale. Erano i fasti di un Titanic impazzito e fantastico.

Un mosaico sociale e di attitudes che l’immaginario fotografico di Bob Krieger, come testimonia il volume Cento ritratti d’Italia, 1999, rende in modo calzante, al contempo epico e divertito, passando da patinate ispirazioni fashion a un suo stilema di portrait di vocazione anche ufficiale e rappresentativa. Basti pensare alla foto che cattura la maschera scolpita di rughe come cretti stupendi di Gianni Agnelli, il quale, come sottolinea l’autore, ci si riconosceva appieno. Fu voluta dalla sorella Susanna e immortala l’Avvocato in un gesto sospeso, di astratta marca militare, ripensando i suoi trascorsi di giovane ufficiale. Krieger ha aperto un territorio espressivo personale tramite la chiave della curiosità. Una curiosità mai manichea da eterno ragazzo, quella di uno super partes che in ogni caso si chiama fuori. Una visitor camera che osserva e scatta imparziale, ma che non resta in superficie. La Prima Repubblica e il suo empireo magnificamente picaresco di dignitari e boiardi di stato, di imprenditori rampanti e portaborse, di corrotti e corruttori, di nani e ballerine, sul finire dell’ottavo decennio del Novecento si incamminava giuliva verso la sua dissoluzione tangentiera, stordita e sorda a ogni richiamo, come l’aristocrazia francese prima dello scoppio della Rivoluzione. Catarsi finale, falò delle vanità nel divampare di una pira ideologica e di una gogna giudiziaria degna di Torquemada e dei suoi allegri inquisitori incappucciati.

A Milano, Bob arriva nel 1967 per non lasciarla più. Krieger, classe 1936, è stato corrispondente del New York Times per otto anni, ha collaborato con testate quali Vogue, Esquire e Harper’s Bazaar. Per tre volte ha avuto sue immagini sulla copertina di Time. Tra il 1970 e il 1975 è art director di Bazaar Italia. All’attivo ha grandi mostre, come quella all’Imago Art Gallery di Londra nel 2010 e la retrospettiva a Palazzo Reale di Milano l’anno seguente. Nell’epoca d’oro della rivista, quando costituiva un vero punto di riferimento per il costume, è stato in forza al settimanale Chi. «Negli Ottanta – racconta – lavoravo intorno a una figurazione più costruita e vorrei dire scultorea, mentre cercavo un contatto più diretto con la realtà, con il vissuto, scattando per esempio nel subway di New York. La femminilità di quel periodo era orgogliosa, esibita, prepotente. Spopolava la fisicità sensuale, tenera e sfacciata insieme, di Kelly LeBrock, divenuta universalmente celebre nel 1984, grazie al film The Woman in Red di Gene Wilder, mentre in Italia questa tipologia di trionfante icona sexy si incarnava in Carol Alt, nella brasiliana Dalma e in Clarissa Burt, che ho ritratto in un servizio dedicato a YSL. Erano sogni erotici collettivi, donne irraggiungibili. Il glam era ovunque, lo si avvertiva nell’aria e aggiungeva attesa e un’aura mitica agli eventi mondani e alle passerelle».

La prima passione fotografica di Bob Krieger scocca proprio per la moda. Fashion che subito lo affascina nei lontani anni Sessanta, i primi Sessanta per essere più esatti, quando ad Alessandria d’Egitto, la città cosmopolita e speziata in cui è nato nel 1936 e dove ha trascorso un’infanzia e una prima giovinezza che trascolorano nei toni di un romanzo orientalista, un bel giorno, all’Ibis Bar dell’Hotel Hilton, Bob, allora impegnato in un’attività nel tessile per Dupont de Nemours, per puro caso si imbatte in una donna meravigliosa, protagonista di uno shooting per Revlon, in manteau Capucci rosa shocking. Una folgorazione sulla via di Damasco che gli cambierà la vita per sempre. «Iniziai così tre anni di apprendistato tecnico tra Svizzera e Germania, per poi decidere di installarmi a Milano, allora in piena metamorfosi, anche se la destinazione più ovvia per me sarebbe stata Parigi».

È anche vero che ogni cosa ha una fine – ma dov’è finito mai quel tutti insieme appassionatamente tanto Ottanta, quella specie di macroscopico Studio 54 allargatosi a dismisura, travalicando perfino l’intimità di notti magiche, dissennate e pulsanti? Quanta forza vitale, quanto stravagante e fervido coinvolgimento, quanta modernità anche camp, si produceva in quell’epoca tanto dissennata e progettuale. Gianni De Michelis, grondante e boccoluto, danzava travestito da sanculotto con Camilla Nesbitt in miniskirt verde acido Alaïa, con Elton John e Laura Cherubini, nell’androne di Ca’ Barnabò a Venezia, laddove, tra salotti patrizio-culturali, intermittenze del cuore e valzer di alcove, iniziava l’inesorabile chanson de geste sgarbiana.

Marta Marzotto, grande odalisque romana, sui Lungotevere in festa cantati dai Matia Bazar sanremesi, tesseva sontuosa l’ennesimo compromesso storico e di seduzione poligonale, distesa su ottomane a palme tropicali nella fatata residenza al Pincio. Marina Ripa di Meana festeggiava i suoi primi quarant’anni con i fedeli Moravia e Parise, complice il grande carisma e il cinismo malinconico di Bettino Craxi. Il potere logora chi non ne ha, dichiarava profetico Giulio Andreotti. Borges si perdeva a Capri, con Adolfo Bioy Casares e la pitonessa del contemporaneo dagli occhi di smeraldo, Graziella Lonardi Buontempo. Pier Vittorio Tondelli scandisce il 1980 pubblicando Altri Libertini, per poi regalare favole postmoderne alla riviera adriatica della trasgressione disco balneare. Cadeva il muro di Berlino, ma forse l’Italia del bengodi se ne accorgeva poco. Il terremoto flagellava Napoli e l’accoppiata Jo Squillo-Sabrina Salerno gorgheggiava militante «oltre la gambe c’è di più». Perfino la stampa gossippara sembrava più bella, aveva un suo vero senso. Milano, soprattutto, brillava di una luce forse irreale e bruciante, cercava di corrispondere all’epica esagerata e noir di Sotto il vestito niente, in un fuoco d’artificio di creatività, di glamour e cocaina.

L’esistenza di Bob Krieger è piena di aneddoti e incontri. Vede la luce alla metà dei Trenta ad Alessandria d’Egitto, enclave dall’imprinting ellenico, orientale e francesizzante, in una famiglia colta, padre di nobili origini tedesche, mentre la madre, un cardine nodale nella sua educazione, anche per l’amore costante per la moda, per il verbum di Yves Saint Laurent e connessa con la scena culturale e creativa parigina, discende dall’ottocentesco pittore napoletano Michele Cammarano. «Il mio nome, Bob, era il nickname del mio padrino, un alto ufficiale coloniale britannico amico dei miei genitori. Ho conosciuto la coda di quel milieu locale dalle venature internazionali che aveva espresso Kavafis. Vivevamo come espatriati di lusso, in uno shangri-la di rituali e di suggestioni. Da bambino prendevo lezioni di equitazione presso un club ippico, l’Étrier, dalla principessa Iolanda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, i monarchi italiani esuli in Egitto. Amazzone severa e irascibile, con scatti addirittura violenti. Quelle atmosfere sono indelebili dentro di me. Credo si esplicitino nel mio occhio di fotografo. Sono un esteta.Vedo cose che forse gli altri non riescono a vedere, seguendo una sfida, un confronto probante. L’opera di Michelangelo, il David per esempio, il suo plasticismo dinamico e volumetrico, è un riferimento basilare e irrinunciabile. Klimt è un altro dei miei maestri. Milano mi ha accolto ed è diventata il mio luogo. Ne ho narrato storie e personalità, sensazioni e famiglie. Dino Fabbri mi invitò a ritrarlo, era alla fine degli anni Settanta, ma prima dovevo capire quale fosse il suo modo di vivere, testare la sua filosofia nel concepire l’esistenza. Fabbri era ‘larger than life’. Partimmo dagli stabilimenti milanesi della casa editrice di buon mattino. Mi ricevette al sole su un tetto a terrazzo davanti al suo ufficio, nudo e abbronzatissimo. Un cameriere impeccabile gli serviva la colazione. Con il suo aereo privato volammo a Parigi. Qui, a Le Bourget, una Rolls nera era pronta ad attenderci sulla pista. Una sosta nella dimora di Versailles colma di opere d’arte e di arredi principeschi e poi di nuovo in volo per la Costa Azzurra, per raggiungere lo yacht di Fabbri, dove campeggiavano dipinti di Matisse e Picasso. Allora pensai fossero falsi, mi sembrava folle. Invece era solo uno che era riuscito a trasformare la propria vita in capolavoro».

Le foto di Bob Krieger, bobkrieger.com

Silvia Urso Falck

Text Gian Paolo Serino

 

Esattamente un anno fa, dopo aver lottato con tutte le forze contro un tumore, moriva Silvia Urso Falck, un esempio di stile, eleganza e cultura che per decenni è stato ispiratore per molte Donne non solo di Milano. Silvia Urso Falck, da sempre innamorata del bello, è stata anche una delle ultime vere aristocratiche non solo milanesi. Un’educazione rigida, severa ma aperta al dialogo, mai intransigente, con un sorriso e una voce sempre venata da una velata malinconia, come una brezza che sembrava sfiorarle le labbra e gli occhi vivaci e pungenti. Silvia Urso Falck, vedova di Giorgio Falck, l’ultimo magnate dell’acciaio in Italia, divideva la sua vita tra la bellezza quasi unica della sua palazzina liberty in zona Corso Venezia disposta sui tre piani, Madesimo e la sua amata villa sulle alture di Portofino.

All’esibizionismo volgare di certe prime donne, prediligeva uno stile impeccabile, indossando quasi sempre un paio di jeans e una camicia bianca (ne aveva decine tutte uguali nella sua ‘stanza-armadio’), mentre per le serate alla Scala, dove si era formata da bambina adorando la danza, era capace di indossare abiti unici, mai vistosi e sempre invidiati. Alle cene di gala o alle charity preferiva la discrezione della beneficienza fatta con il cuore. Non disdegnava le feste più mondane tra Milano e St Moritz per puro spirito di divertimento: osservare una ricchezza così esibita da essere ridicola e non certo sobria.

Ne scrivo con obiettività ma con dolore: Silvia era la mia migliore amica, ma credo che debba essere da esempio soprattutto per le nuove generazioni che confondono l’esibizionismo della ricchezza alla sobrietà di chi è semplicemente nobile e gentile d’animo. Forse una storia che esiste da sempre, ma ormai rarissima. Per questo Silvia Urso Falck deve essere ricordata e conosciuta. Ne sono esempio vivente i suoi due figli: Giada e Gaddo che continuano a far vivere la madre con la propria educazione impeccabile.

Images courtesy of Gian Paolo Serino
@gianpaoloserino

Secret side of Bagutta

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

A camminare per via Bagutta, schivata la folla brulicante di San Babila ed evitati i pedoni carichi di buste e pacchi che sfilano lungo Montenapoleone, ci si ritrova in un’altra Milano. Non ci sono marciapiedi su cui spintonarsi il sabato pomeriggio, e il sole, nascosto tra i palazzi, riscalda senza scottare. Tra le vetrine dei negozi, che vendono profumi, scarpe per le grandi occasioni, vestiti di costose firme italiane e non, ci sono anche gli antiquari sopravvissuti al tempo, agli sfratti, ai cambiamenti della città. Tra un negozio e l’altro rimangono i portoni, a proteggere una tranquillità che appena qualche strada più in là sembra impossibile. Uno di questi, al numero 14, nasconde un cortile interno – in fondo, una porta verde. C’è scritto ‘Antichità’. Sono quelle raccolte da Carlo Orsi, che ha ereditato la passione del padre per oggetti e opere d’arte di altre epoche: dipinti, sculture e arredi antichi. Il cancello in metallo al civico 9 difende invece dai curiosi una casa rosa pastello che divide il cortile dal retro di Old America, il negozio della signorina Francia, aperto nel 1954. Il cortile di Palazzo Reina, al 12, profuma ancora di nuovo. Ristrutturato da poco perché ritrovasse lo splendore di quell’Ottocento in cui è stato costruito. Più in là, Palazzo Taverna accoglie con pareti, pavimenti di marmo e un soffitto che sembra illuminato per essere un cielo stellato. Una rincorsa tra un tempo che batte, dal cuore di Milano, e uno sospeso, che torna a scorrere non appena ti fermi davanti a un portone.

Questi e altri segreti di Milano sono su Instagram @secretsideofmilan

Images courtesy of owner
Alessandra Lanza – 
@ale_theia

Milano Arch Week

Text Alessandra Lanza
@ale_theia
                         

 

La PhotoWeek si è appena conclusa, ma per Milano comincia un’altra settimana intensa, quella della neonata Arch Week, dedicata all’architettura e al futuro delle città e promossa da Politecnico, Comune e Triennale sotto la direzione artistica di Stefano Boeri.

Dal 12 al 18 giugno un dedalo di appuntamenti (qui il calendario completo) che ruoteranno in particolare attorno al patio della Scuola di Architettura del Politecnico e alle sale della Triennale, ma anche all’Ordine degli Architetti, Fondazione Feltrinelli e Fondazione Prada, gli spazi di BASE Milano, di Macao, del Teatro Franco parenti e della Fondazione Riccardo Catella, dove si inaugura la rassegna lunedì 12 giugno alle ore 18.30, con un pre-opening party speciale: dopo le debite presentazioni, verrà raccontato il progetto Milano Open Portrait, curato dal fotografo Antonio Ottomanelli, un’installazione in forma di camera oscura che coniugando fotografia, design e arte pubblica, registrerà per una settimana la vita in piazza Alvar Aalto, a Porta Nuova. Prima dei brindisi, una lecture della designer olandese Petra Blaisse, autrice del nuovo parco di Porta Nuova. Nel frattempo all’Ordine degli Architetti, per tutta la settimana sede di incontri, workshop e conferenze serali, alle 19.30 il vernissage della mostra fotografica “Milano – ritratti di fabbriche 35 anni dopo”, reportage di Giuseppe Corbetta in collaborazione con lo Studio Gabriele Basilico sullo stato attuale degli oltre 200 edifici industriali della periferia milanese che Basilico fotografò alla fine degli anni ’70. Niente paura: la mostra sarà visitabile fino all’8 luglio.

Martedì 13 giugno gli eventi ruotano attorno al Patio della Scuola di Architettura Politecnico di Milano dalle 15 alle 22, con una serie di lectures, con Carlo Ratti, Oliviero Toscani, Benedetta Tagliabue e lo studio di architettura catalano RCR (vincitori del prestigioso Premio Pritzker 2017). Alle 17 una preview della Biennale di Architettura di Chicago, e poi la vera e propria cerimonia di apertura dell’Arch Week, alle 19.30, col Direttore artistico Boeri, il Direttore generale di Triennale Andrea Cancellato e il Rettore del Politecnico, Ferruccio Resta, per presentare il fitto programma in cui l’architettura si troverà a dialogare con tante altre discipline.

Da mercoledì 14 a sabato 17 l’appuntamento è in Triennale, tra installazioni, performance artistiche nel giardino delle sculture, mostre, talk, discussioni aperte in cui si confronteranno anche le istituzioni pubbliche e private milanesi. Mercoledì l’agenda dei talk è fittissima: architetti italiani e internazionali, da Italo Rota a Sam Jacob, da Francis Kéré a Fulvio Irace e TAM Associati, offrono spunti interessanti su architettura, rappresentazione, cambiamenti urbani. Non manca il rapporto tra natura e architettura, discusso con lo scienziato Stefano Mancuso. Da vedere il Public Debate sulle nuove istituzioni culturali, alle 15.00. Giovedì alle 12 si discute di come “ri-formare Milano”, con il team del Politecnico, e delle periferie, con un nuovo dibattito alle 15.00. Tra i personaggi più interessanti della giornata Amos Gitai, Adrian Paci, Fabio Novembre, Winy Maas (MVRD) e Eyal Weizman. Da “ascoltare” la lecture del musicista e produttore Max Casacci, su come “Suonare il rumore della città” e alle 22 il “Viaggio nella nuova notte di Milano”, guidati dalla rivista Zero e da Oma. Venerdì si continua a ragionare sul futuro, con IRA-C e Domus, sulla ricostruzione, con workshop mattutini e pomeridiani, e sulle grandi trasformazioni urbane, con un altro grande dibattito pubblico e i talk di Cherubino Gambardella, Peter Eisenmann e Joseph Grima. Alle 18.30 si festeggiano i 107 anni del critico e artista Gillo Dorfles, mentre alle 21.30 la contaminazione è con il cinema, in un divertente incontro su interni e architetture milanesi nei film di Renato Pozzetto. Sabato si prosegue in Triennale con nomi italiani e internazionali, da Cino Zucchi a Elizabeth Diller: talk, proiezioni e incontri su orti urbani, paesaggio, ecologia e un focus sulla Cultura delle periferie, fino all’evento speciale di chiusura, dedicato alla musica trap italiana, con gli artisti Izi, Laioung e Fabri Fibra.

Per chi preferisce scoprire la città coi propri occhi, sono stati programmati tour guidati a bordo del PolimiBus alla scoperta di Milano est (martedì), oppure in Vespa, con VespArch, con un focus sulle nuove istituzioni culturali (mercoledì), le periferie (giovedì) e le grandi trasformazioni di Milano, tra scali ferroviari, mercati e grattaceli (venerdì). Rimarranno aperte in settimana le migliori case Museo, dal Poldi Pezzoli a Villa Necchi Campiglio; giovedì saranno visitabili Fondazione Prada, alle 12, e Fondazione Franco Albini alle 13, e un tour guidato in giro per Milano sarà dedicato al maestro Luigi Caccia Dominioni. Venerdì e sabato oltre trenta studi privati in tutta Milano saranno aperti per accogliere i curiosi. Da non perdere la visita allo Studio Museo Vico Magistretti sabato 17, alle 10.30, insieme a Stefano Boeri, e quella alla Fondazione Achille Castiglioni delle 14.30, con Cino Zucchi.

La chiusura ufficiale, per chi conserva ancora energie, è domenica alle 11 al Teatro Franco Parenti, con la visita ai Bagni Misteriosi dell’ex Piscina Caimi e l’ArchiBrunch delle 12.30.

Images courtesy of Press Office.
www.milanoarchweek.eu – @milanoarchweek

Regole in frantumi

Text Alessandra Lanza
@ale_theia

 

Assemblaggi compulsivi tra chiodi e guide metalliche, nastro isolante e velcro, foto appese ai muri, accartocciate, sovrapposte. Le pareti dell’Osservatorio di Fondazione Prada, in Galleria Vittorio Emanuele II, si coprono di immagini che raccontano in maniera materica e volutamente non lineare l’Europa, i suoi abitanti e insieme riflettono sul contemporaneo rapporto con il linguaggio visivo.

“EU” è una mostra antologica che raccoglie diversi lavori di Satoshi Fujiwara (Kobe, 1984) in una sintesi tra il linguaggio iconografico tipico del fotografo giapponese e la discussione aperta sulla visione quotidiana delle immagini, in alternativa ai regimi rappresentativi che stabilizzano l’attuale “identità fotografica europea”. Sotto la curatela di Luigi Alberto Cippini in un allestimento di Armature globale, uniformi della polizia, apparecchiature giornalistiche, sezioni di volti e di animali, frammenti di corpi si rincorrono e lottano in un gioco di sequenze disordinate che Fujiwara adotta rinunciando a uno sviluppo narrativo.

«Oggi le immagini – spiega il curatore – vengono visualizzata per lo più sui monitor e sono retroilluminate. Non ha più senso esporre attraverso lightbox». Quando la fotografia entra nello spazio, può succedere finalmente qualcos’altro. Ma la riflessione di Fujiwara nasce a monte dell’immagine: «La produzione fotografica contemporanea – continua Cippini – sembra essere determinata da rigidi standard di risoluzione, impatto e distribuzione». I vincoli e le norme tecniche ed estetiche da seguire per essere pubblicati sulle riviste e sui giornali sono evidenti. E così il fotografo giapponese, anche se torna a riflettere su terreni comuni, come l’Europa, la sicurezza e il ruolo dei media, prova a sovvertire le regole, con un linguaggio nuovo ed emergente e un punto di vista non scontato.

Images courtesy of Press Office.
www.fondazioneprada.org – @fondazioneprada

The Dot Circle 2017 – The Event

Milano, giovedì 4 maggio

The DOT Circle

 

Se hai sofferto puoi capire di Giovanni F. con Francesco Casolo, edizioni Chiarelettere, è il vincitore di The DOT Circle. Ieri sera, giovedì 4 maggio, ha avuto luogo la cena di gala per 100 persone sedute alla tavola del Dot Circle, per la premiazione del vincitore.

Tiffany & Co. ha sostenuto The DOT Circle e l’impegno culturale che il premio persegue, in occasione del lancio della nuova collezione Tiffany City HardWear dedicata alla città, al tessuto urbano cittadino che oggi si vuole intendere come tessuto cerebrale.

Insieme all’amministratore delegato di Tiffany Italia e Spagna, Raffaella Banchero, e il direttore di The Fashionable Lampoon, Carlo Mazzoni, tra gli ospiti intervenuti: Filippo Timi, Asia Argento, Margherita Missoni, Arisa, Arthur Arbesser, Martina Colombari, Matteo Perego di Cremnago, Daniele Calcaterra, Nicolas Vaporidis, italo Rota, Italo Marzotto, Lina Sotis, Gian Paolo Barbieri, LaPina, Lucrezia Rospigliosi Borromeo, Piero Maranghi, Giovanni Caccamo.

Carlo Mazzoni e la modella Chiara Scelsi hanno consegnato il premio all’editor di Chiarelettere Maurizio Donati, che ha ritirato il premio in nome di Giovanni F., che resta anonimo. Andrea Faustini, tra i vincitori di X Factor UK, si è esibito live, pianoforte e voce al termine della cena.

Un ringraziamento speciale a Moet & Chandon e Belvedere Vodka, che ancora e come sempre, sono partner di ogni evento di Lampoon.
Un grazie ai partner tecnici della serata, Alfa Romeo e l’hotel Principe di Savoia. Un grazie Marinella Rossi, per la cena seduta, presso Mari & Co. 

 

The DOT Circle
La Giuria

Maria Luisa Agnese
Asia Argento
Arisa
Gian Paolo Barbieri
Camilla Baresani
Benedetta Barzini
Pier Giorgio Bellocchio
Francesco Bianconi, Baustelle
Giovanni Caccamo
Sandra Ceccarelli
Martina Colombari
Cesare Cunaccia
Denis Curti
Andrea Faustini
Andrea Incontri
La Pina
Luca Lucini
Fabio Mancini
Daniele Manusia
Angelo Miotto
Margherita Missoni
Diamara Parodi Delfino
Diego Passoni
Andrea Pinna
Italo Rota
Chiara Scelsi
Stefano Senardi
Gian Paolo Serino
Pupi Solari
Francesco Sole
Lina Sotis
Filippo Timi
Jacopo Tondelli
Nicolas Vaporidis
Raffaella Banchero
Tiffany & Co. Managing Director Italia e Spagna

 

Carlo Mazzoni
Editor in Chief The Fashionable Lampoon

Digital Visual Wave 

L’arte nelle sue forme contemporanee si diffonde attraverso l’utilizzo dei Social Network con l’illustrazione artistica in formato digitale. Sono stati scelti da Lampoon.it gli artisti che hanno realizzato ed interpretato The DOT Circle.

Illustration by: 

Lucia Emanuela Curzi @ludiary – www.luandme.com
NunoDaCosta @nuno_da_costa_illustration – www.illustrationweb.com/artists/NunoDaCosta
Barbara Dziadosz @barbarawurszt – salon.io/barbara-dziadosz
Alina Grinpauka @grinpauka – www.Alinagrinpauka.com
Lena Ker @lenaker – lenaker.com
Alena Lavdovskaya @alenalavdovskaya
Jowy Maasdamme @iseejowy – jowymaasdamme.studio
Holly Nichols @hnicholsillustration – www.hnicholsillustration.com
Maxim Sergeev @sergeev1_maxim
Vin Servillon @findvin
Studio Iva @studio_iva
Mèlique Street @mèliquestreet
Anna Tsvell @anna_tsvell
Poppy Waddilove @poppywaddilove

Photo Marco Piraccini, Giulia Mantovani e Lodovico Colli

Location
Mari&Co. Via Ampola 18, Milan
www.marienco.it

Special Thanks to
Tiffany & Co.
www.tiffany.it – @tiffanyandco

Belvedere Vodka
www.belvederevodka.com – @belvederevodkaitalia

Moët & Chandon
www.moet.com

L’ARABESQUE. L’ISOLATO ARMONICO

Testo Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

Un intero isolato in centro a Milano, largo Augusto: da qualunque parte tu guardi, puoi entrare. L’Arabesque occupa uno spazio esteso come un piccolo quartiere ma è molto più di un luogo: è un tempio, un’epoca, un rifugio luminoso. Puoi bere un caffè e leggere un libro, provare un cappello, indossare un gioiello. La luce è soffusa perché studiata: deriva dall’amore per il Giappone, per la maniera nipponica di introdurti all’arte con l’arte di accogliere – se mi passate la tortuosità dell’espressione.

I trenta kimono in mostra, spiegati come vele che pendono dal soffitto, sono stesi come fossero testi di poesie haiku inneggianti alla natura. Le stoffe raccontano la bellezza di una rana che riposa o l’entusiasmo per l’erba estiva. Sono tutti pezzi che vanno dalla fine dell’Ottocento e ai primi decenni del Novecento della stessa qualità, disegno, tessuto e ricamo di quelli esposti al Museo dell’arte di Chicago.

Quelli esposti all’Arabesque si possono anche usare come una vestaglia, come abito da sera oppure sopra un vestito da giorno. Nel ricamo di queste stoffe sono tacitamente rivelate l’arte di Hokusai con l’onda immortale, i canti di Basho, il poeta borghese e girovago del Seicento giapponese e tutte le stagioni antiche di una cultura profonda, delicata e melodiosa. Il tatuaggio giapponese, l’irezumi, nasce prendendo a modello i disegni dei kimono ottocenteschi. C’è tutto il ‘mondo fluttuante’ delle stampe nipponiche, quell’ukiyoe che racconta del godersi la vita nelle sue sfumature più vitali e che fu scuola di cultura e modello per tante civiltà. Anche l’Italia celebra spesso la propria difficile consapevolezza del bello raccontando l’altro, l’estraneo, il lontano, il distante. Potremmo mai farne anche un modello di comportamento?

Il messaggio della mia chiacchierata con Chichi Meroni, amica storica di mia madre Minnie, è quello secondo cui non può esistere bellezza se non è condivisa. Potrei dire, parafrasandola: «dobbiamo lasciare che gli altri entrino nel santuario della nostra anima, nel nostro mondo personale, altrimenti ogni dono diviene condanna».

Il Novecento riluce come un gioiello, la gente si muove piano non per timore ma per rispetto. Non c’è mai tempo da perdere a Milano, per cui possiamo anche ‘perdere tempo’, in questo hood di grande qualità estetica ed emotiva. Potrei tatuarmi una delle scene rurali rappresentate sulle stoffe appese al soffitto: la bellezza della natura oggi è attualità e fondamenta: anche i nostri cani sono natura, i nostri figli lo sono. Noi siamo terra che respira, Golem dai cuori che battono e che guardano le stelle.

L’idea dell’Arabesque nasce da un accadimento preciso: un’attesa forzata all’aeroporto di Barcellona per un’eruzione che rendeva impossibile la partenza quando nel 2010 un vulcano in Islanda erutta. L’impotenza e la frustrazione dell’immobilità sono trasformate in un’idea, un respiro: «Vorrei creare un luogo che sia un rifugio per tutti, un bel luogo». Un gioco di scatole cinesi in cui – piano – scoprire il volto della bambola nascosta nel ventre della madre matrioska. Ci sono altre meraviglie: collane, spille, bracciali, orecchini prodotti dal 1920 al 1970 in Francia, Italia, Stati Uniti. I materiali sono preziosi: argento, russian gold, strass, cristalli, pâte de verre, perle simulate. Non sotto i riflettori, ma esposti con un’intensità morbida all’iride, ci sono il set proveniente dagli Stati Uniti – datato 1960 – realizzato per Elsa Schiaparelli, con metallo dorato e pietre Aurora Borealis e gli orecchini a pendenti firmati Mercedes Robirosa, 1970.

La mostra si è conclusa a gennaio, l’ispirazione di Chichi no. Il prossimo progetto? Un segreto – custodito nel palazzo dei kimono. Alla fine dell’intervista esco dal palazzo di largo Augusto, sorridente: cammino piano, molto piano. Penso alla bellezza del mio passo lento che si staglia contro il livore del cielo.

Text by Giovanni Gastel Jr.
@giovannigasteljr

 

Largo Augusto, an entire block in Milan’s city center: you can access it from any side. L’Arabesque takes up an area equivalent to a small neighborhood but it is much more than merely a place: it is a temple, an era, a bright haven. You can sip a cup of coffee and read a book, try on a hat or a piece of jewelry. The lighting is deliberately suffused: it is informed by the love for Japan and the typically Japanese art of introducing to art through the art of welcoming, if you forgive me for the convoluted expression.

The thirty kimonos on display, like unfurled sails hanging from the ceiling, have been laid out like haiku poems paying tribute to nature. The fabrics weaves tales of beauty of a frog taking a rest or of the enthusiasm for summer grass. The entire collection dates back to the end of the nineteenth and the early decades of the twentieth century and features the same quality, patterns, fabrics and embroideries of the kimonos and garments on display at The Art Institute of Chicago. Those featured at L’Arabesque doubled as robes and evening gowns and could be worn over a daywear outfit. Their embroidered fabrics are a tacit homage to Hokusai’s art and his Great Wave, the hokku penned by Bashō, the wanderer poet of Japan’s Edo period and all the ancient seasons of a profound, delicate and melodious culture. The traditional Japanese art of tattooing, irezumi, was developed using nineteenth century kimono drawings as a reference. There is all the ‘floating world’ typical of Japanese ukiyo-e prints, that form of art that narrates of a hedonistic enjoyment of life in all its most vital nuances, which became a cultural benchmark and reference for many civilizations. Italy too celebrates often its difficult awareness of beauty by narrating the other, the exotic, the far away and the distant. Could we ever become role models in this?

The message of my chat with Chichi Meroni, an old friend of my mother Minnie, is that there cannot be beauty unless it is shared, which I could paraphrase in the following: «we need to allow others to enter the sanctuary of our soul, our personal inner world, otherwise any gift feels like a condemnation».

The twentieth century shines like a piece of jewelry, people moving slowly not out of fear but of reverence. There is never time to waste in Milan, therefore we can afford to ‘squander time’ in this neighborhood of great aesthetic and emotional quality. I could decide to have a tattoo of one of the rural scenes depicted on the fabrics hanging from the ceiling: the beauty of nature nowadays is topicality and foundations: our dogs are also nature, so are our children. We are breathing earth, Golem with a beating heart and the eyes up looking at the stars. The idea behind L’Arabesque was born out of a very specific incident: a forced prolonged wait at Barcelona airport due ash covering the sky over Europe as a result of the 2010 volcanic eruptions in Iceland. The sense of powerlessness and frustration caused by immobility transformed into an idea, a breath of air: «I’d like to create a place that could act as refuge, a beautiful place for everyone». A play on Chinese boxes where the face of the doll hidden inside the matrioska mother is – slowly – revealed. There are also other wonders: necklaces, brooches, bracelets, earrings designed between 1920 and 1970 in France, Italy and the United States. The materials are precious: silver, Russian gold, rhinestones, crystals, pâte de verre, and simulated pearls. Not under spotlights but presented to the iris with subtle lighting; there is a 1960 jewelry set from the United States, which was designed for Elsa Schiaparelli and is set in gold tone metal with aurora borealis stones and a pair of Mercedes Robirosa pendant earrings, circa 1970

The exhibition ended in January, Chichi’s inspiration did not. The next project? A secret guarded in the kimono palace. At the end of the interview, I leave the building on Largo Augusto walking slowly – very slowly – and smiling. I think about the beauty of my slow step against the rancorous sky.

L’Arabesque è il cult store nato a Milano nel 2010 da un’intuizione di Chichi Meroni. Situato tra Largo Augusto e Via Francesco Sforza, offre collezioni di abbigliamento vintage e contemporaneo, libri rari di moda, arte e design, fragranze di alta profumeria e le ricette ‘dimenticate’ della cucina tipica milanese. Dal 30 novembre al 31 dicembre 2016 ha ospitato la mostra Ombra e Luce, un’esposizione di trenta kimono giapponesi antichi.

L’Arabesque is the cult store opened in Milano in 2010 as the brainchild of Chichi Meroni. Located between Largo Augusto and Via Francesco Sforza, it offers vintage and modern clothing, rare fashion, art and design books, luxury perfume scents and the ‘forgotten’ recipes of the typical Milanese cuisine. From November 30 to December 31, 2016, it hosted Ombra e Luce, an exhibition consisting of thirty vintage Japanese kimonos.

Images courtesy of press office
www.alessiafattorifranchini.com

WHAT’S NEW TODAY

Testo Lampooners

 

Estate – inverno. La vita che la moda un tempo concedeva all’abito era di soli sei mesi, la stagione in arrivo sostituiva senza remora il guardaroba di quella precedente. L’obsolescenza del prodotto il motore di un sistema che costruisce sul cambiamento la propria morale – guai macchiarsi dell’onta di passatismo o di immobilismo creativo. Non è più così. La moda sta abbandonando la schizofrenia di questo meccanismo. La vita di un abito dura di più, un’estetica si impone nell’immaginario collettivo più a lungo di quanto un tempo non permettesse l’establishment – un esempio Gucci, che dall’arrivo di Alessandro Michele, affina lo stesso linguaggio stagione dopo stagione.
Un abito è la traccia di un momento nel tempo che passa – di una storia, di una vita che rievoca quando viene indossato. Tempo fa Nino Cerruti allestiva una mostra a Firenze in cui esibiva il guardaroba collezionato durante tutta una vita. Nei segni dell’usura la memoria dei gesti di chi aveva indossato quei capi.

«In un abito si rileggono le emozioni legate a un incontro, una cena, una vacanza» racconta Giorgia, che nella primavera del 2016 ha inaugurato What’s New Today, luxury & gently used store all’interno di un cortile di Milano al numero 9 di via Rasori. Gli studi di moda e un passato lavorativo nel mondo della comunicazione. Dopo aver accumulato negli anni abiti e accessori che non utilizzava più ha cominciato a cercare un luogo dove poterli vendere, scoprendo che però in Italia non è frequente come all’estero incontrare realtà dedicate al second hand. Così ha deciso di aprirne una e ha cominciato a studiare il modello di business e la ricerca di una location. Un luogo che fosse un salotto informale, un’occasione di incontro. «Quando le mie clienti portano qui i loro abiti e accessori il loro primo gesto è quello di sedersi sul divanetto – un Fiorucci originale – e di raccontarmi dove li hanno acquistati, i ricordi a loro legati».

«Tutto ciò che per una donna diviene superfluo, può diventare prezioso per un’altra. Nella loro espressione di gioia mentre provano un cappotto o una scarpa, o quando trovano la borsa che desideravano a un entry price agevolato – recentemente ho ricevuto esemplari di alcuni dei modelli più iconici – e nell’istante di spensieratezza regalato, sta la seconda vita di un oggetto che altrimenti rimarrebbe chiuso in un armadio. Da una cliente siciliana in procinto di trasloco, recentemente, ho ricevuto molti capi e accessori. Aprendone i bauli ho trovato una lettera scritta a mano – un gesto che quasi non si usa più – in cui mi ringraziava».

Giorgia racconta che la storia a cui è più legata è quella di una borsa Chanel del 1986, la prima arrivata da What’s New Today, perché racconta della fiducia iniziale infusa nel suo progetto, che quest’anno con #WomanSecondChance sigla una partnership con Oxfam Italia. Fino al 10 gennaio 2017 celebrity, influencer, aziende e privati hanno la possibilità di donare i loro abiti o accessori poi acquistabili presso What’s New Today. Il ricavato andrà a finanziare quattro delle attività di protezione e sostegno alle donne che vivono in situazioni di crisi umanitaria della Ong ad Haiti, in Serbia, Nepal e infine – proprio su richiesta di Giorgia – in Italia. All’iniziativa hanno aderito anche alcune realtà italiane come Tod’s, Missoni, Brunello Cucinelli e anche Lampoon Publishing House, che ha messo a disposizione alcune borse in edizione limitata firmate da Michele Chiocciolini.

Text Lampooners

 

Summer – Winter. Once fashion granted an outfit a duration that spanned over six months only, the wardrobe of the upcoming season would replace without any qualms the preceding one’s. The obsolescence of a product was the driving engine of a system that constructed its morals over change – one would be wise not to be blemished with the disgrace of die-hardism or creative immobility. This is not the case any longer. Fashion is relinquishing the schizophrenia related to such mechanism. A garment’s life-span is longer, and a certain aesthetics lingers over collective imagination for longer than the establishment once allowed – Gucci, which since Alessandro Michele joined the house, has been fine-tuning the same language, season after season, is one case in point. A garment is the trace of a moment in time that flows – of a story, a life it evokes when worn. Some time ago Nino Cerruti hosted an exhibition in Florence to display the apparel he had collected during his whole life. The signs of wear and tear evoked the past gestures of the wearer.

«A garments shows through the emotions linked to an encounter, a dinner, a vacation» says Giorgia, who in spring 2016 opened What’s New Today, a luxury & gently used store in a Milan courtyard, at number 9, via Rasori. She studied fashion and worked in communication. After accumulating through the years clothes and accessories she had stopped using, she started looking for a place to sell them, and found out that in Italy second-hand stores are not as widespread as in other countries. Therefore she decided to open one, started studying a business model and looking for a suitable location. A place that could also be a laid-back lounge, an opportunity to meet other people. «When my clients bring here their clothes and accessories, the first things they do is to sit on the little sofa – a genuine piece from Fiorucci– and start explaining where they got the clothes, and unveil all the memories connected to them».

«Anything that becomes superfluous for one woman, can be precious for another. In their joyful face when they try on a coat or a pair of shoes, or when they find the bag they were longing for – I recently got a number of the most iconic styles – at an accessible entry price, in that moment of lightheartedness lies the second life of an object that, otherwise, would remain forever at the back of a closet. I have recently received numerous garments and accessories from a Sicilian client who was about to relocate. I opened her trunks and found a hand-written letter – something quite old-fashioned, in which she thanked me».

Giorgia says that the story she cherishes the most is connected to a 1986 Chanel handbag, the first to reach What’s New Today, as it shows the trust injected from the very start into her project that this year with #WomanSecondChance has signed a partnership with Oxfam Italia. Until January 10, 2017 celebrities, influencers, companies and individuals will have the chance to donate their clothes and accessories that will be put on sale at What’s New Today. Proceeds will go to four of the NGO’s protection and support programs for women who live in conditions of humanitarian emergency in Haiti, Serbia, Nepal and – at Giorgia’s request – in Italy. Several Italian companies have endorsed the initiative, including Tod’s, Missoni, Brunello Cucinelli as well as Lampoon Publishing House, that donated a number of limited edition bags from Michele Chiocciolini.

ARMANI/PRIVÉ REOPENS

Testo Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

In un anno di inizi, riapre a Milano uno dei punti di riferimento della vita da vivere dopocena: l’eclettismo di Armani/Privè propone selezioni musicali diverse per ogni giorno della settimana, dall’house alle esibizioni dal vivo, in un luogo che punta alla contaminazione.

L’esperienza che Armani offre comincia già dall’ingresso sotto l’egida del logo, lanterna che accoglie il pubblico da via Pisoni. Una nuova entrata, invece, in via Manzoni, mentre rimane attivo l’accesso dedicato al ristorante Armani/Nobu. Lanterne anche sopra i trenta tavoli che ne definiscono l’atmosfera a tratti orientale in seicento quaranta metri quadri. Non è però all’Oriente che Armani/Privè vuole ispirarsi. Non all’Oriente, non troppo all’Occidente, non al passato (recente o remoto), né al futuro asettico: lo stile è tale proprio perché non è riconducibile a qualcosa che sia altro da sé.

Le scelte cromatiche puntano sulle sfumature di bronzo e oro, non modernamente fredde, per accompagnare l’ospite con discrezione. Il nero perde il suo predominio, gli spigoli severi dell’arredamento contemporaneo si smussano: le luci restano soffuse, gettate su pareti a grana irregolare che sembrano smaterializzarsi. I due banchi bar rivestiti da pannelli di ottone e la postazione dj sono il fulcro. Attorno tavoli con piani retroilluminati, poltroncine con angoli smussati, rivestite in pelle dorata, cuscini. Armani/Privé sarà aperto da settembre a giugno. Musica, ambiente, luce.

Text Domenico Trapani
@glaucoellenico

 

In a year of beginnings, Milan sees the re-opening of one of its after-dinner reference points: the eclecticism of Armani/Privè breeds a musical selection for every day of the week – from house to live shows – mixing it up.

The experience begins at the entrance under the logo, a lantern that welcomes visitors in via Pisoni. A new entrance has been added in via Manzoni, while a dedicated one remains for the Armani/Nobu restaurant. Lanterns above the thirty tables that define the at times oriental atmosphere in six hundred and fourty square meters, but it’s not really the Orient that is Armani’s inspiration in this case. Not the Orient, not the Western world, neither the past (recent or long gone) nor the aseptic future. Style is just that, impossible to boil down to simply the sum of its parts.

The chromatic choices play on shades of gold and bronze, not modern cold tones, to accompany guests with a certain composure. Black looses its power, the strict corners of modern furniture become rounder, lights become softer, hitting textured walls and seemingly disappearing. The two bars lined with brass panels and the dj podium are the fulcrum of the whole place. Around them, tables with backlit surfaces, armchairs with smooth corners in gold leather, and cushions. Armani/Privé will be open from September to June. Music, ambiance, light. 

Armani/Privé
Via G.Pisoni 1, 20121 Milan
+30 02 72318655

Opening hours
From Wednesday to Thurday: 11:30 pm – 3:00 am
From Friday to Saturday: 11:30 pm – 3:30 am

Images courtesy of press office
www.armanirestaurants.com

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