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The Fashionable Lampoon
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musica

Il Grunge di Marc Jacobs,
oltre una lite con i Nirvana

Kurt Cobain contact sheet. Courtesy Jesse Frohman via It's Nice That
Grunge & Glory, Vogue, December 1992. Kristen McMenamy in Perry Ellis by Marc Jacobs, ph. Steven Meisel. Courtesy Rag Pony
Marc Jacobs' 1992 'grunge' collection for Perry Ellis
Nirvana Promopic, ph. Charles Peterson
Nirvana photographed before the MTV Unplugged session, ph. Jesse Frohman for The Observer
Christy Turlington in Perry Ellis Spring 1993 collection, designed by Marc Jacobs. Courtesy Vogue Runway
Kristen McMenamy and Kate Moss – Marc Jacobs’ Spring 1993 'grunge' collection for Perry Ellis. Courtesy Vogue Runway
Alice in Chains, portrait Billboard
The Perry Ellis collection
Kurt Cobain performs in a vintage floral print, Amherst (Massachusetts), 1990. Courtesy Malibu PR Gal
Cover Story Family Values, Spin, December 1992
Tom and Pilar Law, Woodstock, Bethel, NY, 1969, ph. Henry Diltz. Courtesy Getty Images
Seattle grunge band Alice in Chains, ph. Chris Carroll
Rockfans met for the 'Rock gegen Rechts' concert on 14 June 1980 in Frankfurt (Germany), ph. Klaus Rose
Grunge: A Success Story, New York Times, 1992

Text Valeria Sgarella

 

Cronache recenti

Novembre 2018. La Marc Jacobs International è denunciata per violazione di copyright dalla Nirvana LLC, società formata da due membri della band – Dave Grohl e Krist Novoselic – e dalla Cobain Estate, controllata da Courtney Love. Jacobs sarebbe reo di aver utilizzato il classico smiley, il faccino giallo che è il logo della band. Fu lo stesso Cobain a disegnare lo smiley, nel 1991, utilizzato per la prima volta sui volantini del party di lancio dell’album Nevermind. Un simbolo successivamente mutuato dalla cultura acid house inglese di fine anni Ottanta e utilizzato da più brand – ultimo, in ordine di tempo, Drew House, linea di abbigliamento di Justin Bieber.

La Nirvana LLC depositò e concesse in licenza il faccino e il logo ‘Nirvana’ ad alcuni brand, tra questi Target, H&M e Urban Outfitters. Tale concessione non fu prevista né approvata per la Marc Jacobs International che pose lo smiley su t-shirt da 115 dollari e su felpe da 200 dollari aggiungendo la scritta Heaven laddove di solito c’è scritto Nirvana, con lo stesso carattere. Come si legge nel testo del procedimento, ‘il marchio ha utilizzato un’imitazione dell’immagine dei Nirvana come parte di una campagna ben più ampia, includendo testi di canzoni (Come As You Are) negli spot della collezione e realizzando meme con frammenti di videoclip’.

La Marc Jacobs International, a oggi, ignora il procedimento.

 

Ventisei anni di moda grunge

Già nel 1991 MTV trasmetteva in alta rotazione le band arrabbiate di Seattle, con le loro masse di capelli roteanti, jeans sdruciti, maglioni di lana infeltrita, camicie quadrettate aperte sul torso nudo e anfibi usurati – in città si potevano trovare a 5 dollari in supermercati come KMart o Value Village. Pearl Jam, Alice In Chains, ma soprattutto Nirvana, erano i nuovi portavoce del disagio e della coolness giovanile. Kurt e Courtney Love, la coppia squilibrata del momento appariva sulle copertine dei magazine.

Nel 1992, Jacobs disegnò per Perry Ellis la collezione Bootleg Redux Grung. La sfilata andò in scena in un loft di SoHo, a New York. In passerella c’era l’antologia del modeling: Helena Christensen, Naomi Campbell, Carla Bruni, Tyra Banks, Christy Turlington.

La collezione era un compromesso tra quadrettati e leopardati, sobrietà e rivoluzione. Completi giacca e pantalone dai colori pastello facevano intravvedere bra maculati o blu elettrico. Abiti in pelle color verde acido accentati da piume e pellicce che terminavano con orli e pizzi. Collant a rete da pesca, Dr.Martens e Converse completavano il quadro: la versione aggiornata del thrift store, il classico negozio di abbigliamento che sarebbe diventato la mecca di chi amava ‘vestirsi grunge’. Thrifting è un verbo, a Seattle: significa andare a far spesa nei negozi di seconda mano.

Lo show ebbe anche un fuori programma: Chloe Sevigny irruppe sulla passerella nuda, sguinzagliata dai Sonic Youth, che proprio lì giravano il videoclip della loro Sugar Kane. Con quella collezione, Marc Jacobs si guadagnò la stima dei colleghi. «È fresca, fa molto New York, e poi, a parte tutto, Marc è un ragazzo simpatico», dichiarava Gianni Versace.

Gli abitanti di Seattle videro la flanella sdoganata sulle pagine del New York Times. Nella sezione Style c’era uno speciale dal titolo Grunge: una storia di successo che raccontava le origini di quello che fino a quel momento era stato il look dei tagliatori di legna nel nord della West Coast. Camicie pesanti per giornate piovose, spese a spaccar tronchi all’aperto. Il servizio firmato dal giornalista Rick Marin era corredato da alcune foto: due ragazze naso-a-naso con addosso maglioni a strisce orizzontali, un tizio con la camicia da boscaiolo in vita, un fotogramma del film Singles, e un ritratto di Kurt Cobain.

Ci furono critiche. «La scena musicale di Seattle, rea di aver partorito quella pazza di [Courtney] Love, ha dato vita a uno stile trasandato nella Seventh Avenue che risulta così forzato da essere già vecchio dal momento in cui compare in passerella», scriveva Cathy Horin sul Washington Post il giorno dopo la sfilata. Nel marzo successivo, Suzy Menkes scrisse: «Il grunge è aberrante» e Jacobs fu licenziato da Perry Ellis. Il New York Times sostenne che Jacobs non avesse neanche mai messo piede a Seattle, in vita sua.

Quella collezione ispirata al look delle strade di Seattle avrebbe aperto un varco nella storia dello streetwear. segnata da Jacobs che in città non ci aveva mai messo piede, sosteneva. Da allora l’allure del grunge a Seattle è rimasta viva, una sorta di orgoglio locale. Marc Jacobs lo ribadirà nel 2018: «Il mondo ha bisogno di grunge più che mai: autenticità, accoglienza, libertà, tolleranza», rilanciando quella collezione presentata ventisei anni prima per Perry Ellis, in una versione rivista e aggiornata.

Questa volta con il suo nome.

 

Storia di una fake news del 1992

A corredo dello speciale del New York Times, c’era un colonnino dal titolo The Grunge Lexicon, un vademecum con i termini in uso nel gergo giovanile di Seattle e dintorni: un mini-dizionario del grunge. Solo dopo l’uscita del giornale fu dichiarato che quei termini erano stati inventati di sana pianta. L’autrice dello scherzo si rivelò una punk poco più che ventenne al nome di Megan Jasper, centralinista presso l’etichetta discografica Sub Pop Records. Una ragazza con la cresta talmente alta che, quando saliva in macchina, doveva inclinarsi di lato per sistemarsi sotto al tettuccio.

Megan Jasper è oggi l’amministratore delegato della Sub Pop.

 

Kurt Cobain un mannequin involontario

«Non voleva togliersi quegli occhiali, il che mi rendeva impossibile guardarlo negli occhi. Col senno di poi, c’è qualcosa in quegli scatti che giustifica la sua scelta», ha dichiarato Jesse Frohman. Il servizio fotografico di Frohman a New York nel 1993 sarebbe stato l’ultimo per Cobain.

Gli occhiali bianchi e lo smalto rosso sbeccato sulle dita. Tutti i ragazzi del mondo avrebbero desiderato quella montatura ovale di Christian Roth, serie 6558. Linea che il brand ha tutt’ora in vendita, dopo averla ribattezzata Archive 1993. Costo: 177 sterline. Il cardigan di mohair verde pallido della Manhattan Fashion che il leader dei Nirvana indossò durante MTV Unplugged del 1993 sarà venduto all’asta 22 anni dopo per 137,500 dollari.

Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains portarono sul palco ribellione e indolenza, elementi contrastanti. L’aspetto di chi si è appena svegliato prigioniero di una sbronza mai sopita, il palco ridotto a un cumulo di macerie. L’aspetto è trascurato. «Kurt era troppo pigro per lavarsi i capelli», dichiarerà il giornalista biografo dei Nirvana Charles R.Cross. Il messaggio è chiaro: «Voi non ci avrete. Non ci avrete, macchine del capitalismo. Non ci avrete, major discografiche. Non ci avrete, poteri forti».

Tutte le band simbolo del grunge cederanno, chi prima chi dopo, alle lusinghe di una potenza discografica.

 

Sub Pop Estetica: da Wes Anderson a Charles Peterson

Per prima fu la Sub Pop Records a dare un codice visivo al grunge, quello che sarebbe comparso ovunque: sulle copertine dei dischi, sui poster e sulle fanzine – l’etichetta indipendente di Seattle che per prima pubblicò Nirvana e Soundgarden. Lo fece con un motto «sull’orlo della bancarotta dal 1988», data la continua mancanza di entrate in cassa. Fu merito della Sub Pop se il grunge diventò non rimase un fenomeno del Nord Ovest Pacifico degli Stati Uniti.

Il codice estetico grunge ebbe i suoi protagonisti locali, come l’artista Jeff Ament, futuro bassista dei Pearl Jam; grafici come Wes Anderson, ideatore del logo dell’etichetta, ma soprattutto il fotografo Charles Peterson, allora poco più che ventenne, seppe ‘far vedere’ il grunge: rabbia, malinconia, sudore. Foto che sapevano rendere il movimento, grazie a quelle scie di luce che, fino a quel momento, erano un effetto indesiderato dei flash malfunzionanti. «Furono le foto di Peterson a spingermi a lavorare sul suono regionale» dice Bruce Pavitt, fondatore della Sub Pop. «Ricordo di aver sentito energia uscire da quelle foto, la prima volta che le vidi. Se riusciamo a tradurre in musica l’energia di quelle foto, conquisteremo la gente».

La grafica usata per le copertine dei dischi doveva far capire fin da subito che si era in presenza di un disco Sub Pop: banda nera in alto con band e titolo riportati all’interno, in bianco. Il logo Sub Pop, anch’esso in bianco e nero col carattere Microgamma, lo stesso che ancora oggi campeggia su vinili (pochi) poster e merchandise. Lo stesso che ha portato l’etichetta a competere con gli altri colossi industriali di Seattle – Amazon, Microsoft, Starbucks, Boeing.

A Kurt Cobain non piacque la collezione di Marc Jacobs per Perry Ellis del 1992. Poco dopo la sfilata, Jacobs gli aveva inviato alcuni capi in omaggio. «Li abbiamo bruciati. Eravamo punk, non ci piaceva quella roba», aveva dichiarato Courtney Love.

Vintage Cardi B e le altre: Grammy Awards 2019

Cardi B in vintage 1955 Mugler Couture wearing Gismondi 1754 earrings. ©GettyImages

Janelle Monàe in Jean Paul Gaultier Couture wearing Tiffany CityHardWear collection earrings. ©GettyImages

Jennifer Lopez in Ralph & Russo Couture wearing Niwaka jewels. ©GettyImages

Camila Cabello in Giorgio Armani Privé wearing Harry Winston jewels. ©GettyImages

Lady Gaga in Celine wearing Tiffany Blue Book Collection diamond necklace. ©GettyImages

Katy Perry in Balmain Haute Couture wearing Djula jewels. ©GettyImages

Dua Lipa in Atelier Versace wearing Bvlgari and Ashley Zhang jewels. ©GettyImages

Miley Cyrus in Mugler wearing Loree Rodkin jewels. ©GettyImages

Alla 61° edizione dei Grammy Awards, tenutesi il 10 febbraio allo Staples Center di Los Angeles, le maison diventano protagoniste con i loro abiti di alta moda. Tra loro, oltre ai cardinal Versace Atelier di Dua Lipa e Jean Paul Gaultier indossato da Janelle Monàe, fa il suo ingresso in società Balmain Haute Couture, che dopo il primo show in gennaio debutta in pubblico indosso a Katy Perry e Kylie Jenner. Il volto più interessante dell’haute couture è però quello vintage. A catturare tutta l’attenzione è infatti la rapper Cardi B, la cui extravaganza ha la capacità di sorprendere chi crede di aver già visto tutto. L’ispirazione anni Novanta che l’aveva spinta, per il Coachella 2018, a indossare un look total white memore di quello delle TLC in No Scrubs, l’ha portata a spostare lo sguardo dallo urbanwear alle passerelle di haute couture, scegliendo tre abiti di Thierry Mugler.

Apre le danze sul red carpet con un abito dal taglio a sirena nero e rosa, realizzato per celebrare i 20 anni della maison per la collezione haute couture Fall/Winter 1995, all’epoca indossato dalla modella Simonetta Gianfelici. Un bustier nude di pailettes con un collier di perle sembra sorgere da una gonna che ricorda il guscio di un’ostrica: guanti di seta rosa e un copricapo di perle – è la reinterpretazione della Nascita di Venere del Botticelli.

Sempre dalla collezione haute couture 1995, Cardi B sceglie la creazione indossata durante la sua performance del suo singolo Money. Silhouette zoomorfe vengono richiamate da una ruota di crinolina nera in organza a guisa di coda di pavone con piume che bordano gli orli, che si abbina a una calzamaglia con motivo animalier di velluto nero, il tutto completato da una tuta body impreziosita da strass.

L’ultimo vestito indossato dalla rapper, della collezione haute couture Primavera/Estate 1997 di Mugler, mixa le linee classiche dello stile impero a lunghe frange sul décolleté e sui guanti, il tutto impreziosito da decorazioni in cristallo. L’abito la accompagna durante la cerimonia di premiazione, quando Cardi diventa la prima donna nella storia ad aver ricevuto il premio per il miglior album rap dell’anno.

Cinquant’anni di Woodstock.
Un litigio a colpi di marketing

Woodstock 1969
Woodstock 1969
Woodstock 1969
Woodstock 1969
Woodstock 1969
Tom and Pilar Law, Woodstock, Bethel, NY, 1969. Ph. Henry Diltz
Woodstock 1969
Woodstock 1969
Woodstock 1969
Woodstock 1969
Woodstock 1969
Bobbi Kelly, Nick Ercoline – Woodstock 1989
Woodstock 1979
Woodstock 1994
Woodstock 1999

Text Federico Armani

 

Ha i tratti di una sfida, il cinquantenario di Woodstock. I giorni di ‘pace e musica rock’ sono ufficialmente diventati un marchio per attrarre e dividere. Nei giorni tra il 16 e il 18 agosto, a poco meno di tre ore di auto l’uno dall’altro, si sfideranno due festival paralleli.

Da mesi è confermato il Bethel Woods Music and Culture Festival, che avrà luogo nella storica sede del primo festival, patrocinato dal Bethel Woods Center for Arts – l’organizzatore no profit che gestisce il sito originale –, in collaborazione con il gigante del live promoting Live Nation e la società multinazionale di comunicazione INVNT.

Michael Lang, uno dei promoter della Woodstock del ‘69, dopo aver cercato di accaparrarsi il luogo originale della manifestazione, ha ripiegato sulla vicina Watkings Glen per realizzare Woodstock 50. Ancora poco chiare le dinamiche di questa separazione. Certo è che Lang, essendo partner di Woodstock Ventures, la società che detiene i diritti sul nome del festival, non ha avuto paura di istituire un evento tutto suo, con l’intenzione di gareggiare con quello di Bethel. Durante una telefonata con EDM.com il presidente e amministratore delegato di INVNT avrebbe dichiarato di essere stupito dalla scelta di Lang, affermando di non aver parlato con lui per oltre un anno.

I toni di Lang sembrano comunque pacati. In un comunicato stampa ufficiale lo stesso Lang ammette che Bethel non sarebbe stata in grado di ospitare le strutture per un evento grande quanto il cinquantenario di Woodstock, esaltando comunque la bellezza e il valore della location originale e invitando le persone a visitare il museo dedicato all’evento. Nonostante i toni velati, è chiara l’intenzione di Lang di presentare il proprio evento come il ‘Real Woodstock’. Pronto a rivelare la line-up del festival in febbraio, in concomitanza con l’inizio della vendita dei biglietti, Lang ha inoltre dichiarato a Rolling Stones di avere già contattato più di quaranta artisti del miglior rock, pop, hip-hop da suddividere in tre palchi, oltre ad alcune pietre miliari che animarono il festival originale.

Solo Carlos Santana sembra aver dato conferma della propria partecipazione al festival organizzato da Live Nation, mentre per molti mesi sono circolate voci che vedevano coinvolti artisti del calibro di Bruce Springsteen, Eminem, Ariana Grande, Coldplay, Elton John, Pearl Jam, Foo Fighters, Pink, Zac Brown. Molti altri grandi nomi del tempo si sono invece dileguati in fretta, evitando di rilasciare dichiarazioni o, come nel caso di Roger Daltrey, frontman degli Who, attaccando direttamente lo spirito dell’iniziativa. A margine della presentazione all’edizione americana di Billboard della sua autobiografia Thanks A Lot Mr. Kibblewhite: My Story, Daltrey ha dichiarato: «È impossibile rifare Woodstock, perché la vera star di Woodstock è stata il pubblico. Si può celebrare la ricorrenza, ma non si può replicare il festival. Nessuno ci ha ancora contattato, ma francamente non ho alcun interesse in un’operazione del genere». Nemmeno per quanto riguarda un’altra presenza molto desiderata, il ritorno di Crosby, Stills, Nash & Young, sembra esserci speranza. «Ho parlato con ciascuno di loro singolarmente – ha annunciato Lang – ed è un vero casino».

Il festival è rimasto nella storia anche grazie alle periodiche forme di rievocazione ed eventi celebrativi. Il 7 settembre 1979, un pubblico di 18mila persone si riunì a Parr Meadows per un concerto di dieci ore con alcuni degli artisti originali del Festival di Woodstock. Per il ventennale, il cosiddetto ‘Forgotten Woodstock’ del 1989, una serie di artisti guidati dal chitarrista folk Pich Pell improvvisò dei concerti nella location dell’edizione originale del 1969. Nonostante alcuni avessero rapidamente confezionato magliette ad hoc e i proprietari avessero cercato senza successo di far pagare cinque dollari per il parcheggio, l’edizione venne ricordata per la quasi totale mancanza di merchandising. In diversi articoli dell’epoca è ancora possibile rintracciare l’ ironia di chi vedeva nella commemorazione solo il malcelato tentativo di riportare in auge un’epoca ormai finita. «Ora la generazione di Woodstock ha carte di credito e non osa partire senza di loro. L’ultima volta che sono venuti guidavano autobus Volkswagen; questa volta arriveranno in Mercedes» – dichiarava Bob O’Keefe, un venditore di gelati della zona intervistato sul NY Times nel 1989. «Oh, ecco che arriva una Volvo».

Il venticinquesimo anniversario del 1994 si è tenuto a Winston Farm, 160 chilometri da New York. Registrò vendite di biglietti per 160mila unità ma una presenza di più di 550mila persone, rendendo pressoché impossibili le misure di sicurezza previste. Denominata ‘Mudstock’ per le battaglie di fango tra pubblico e band – che portarono i Green Day a suonare completamente ricoperti di fango ed erba lanciata dal pubblico – l’edizione del ‘94 mostra, in misura minore, i prodromi di quello che ad oggi viene ricordato come uno dei festival più controversi della storia della musica, quello di cinque anni dopo.

Woodstock ’99 è stata l’edizione con più risonanza mediatica, grazie alla copertura televisiva di MTV e alla diretta disponibile in pay-per-view. Si svolse a Rome, nello stato di New York, con la partecipazione di circa 400mila persone e di artisti come James Brown, Jamiroquai, Korn, Offspring, Korn, Bush, Moby, Chemical Brothers, Limp Bizkt, Rage Against the Machine, Fatboy Slim e Red Hot Chili Peppers. Devastata dall’elevatissima temperatura (38 gradi) e dall’impossibilità di reperire acqua e cibo a prezzi ragionevoli, l’edizione visse fin dalle prime ore di un clima di violenza e rabbia che vide il suo apice in quattro conclamati casi di stupro, due morti, sei feriti gravi e diversi veicoli dati alle fiamme. Non a caso, l’ultima vera commemorazione di Woodstock prima del cinquantesimo anniversario di quest’estate venne definita all’unanimità come ‘il giorno in cui morì la musica’.

Biopsia sulla discografia mondiale:
chi vive e chi muore

 
Dua Lipa and Calvin Harris in the Official Video of One Kiss
Illustration of Drake for his latest album Scorpion
The Rolling Stones live in concert, June 2018
Johnny Hallyday, live performance, 2016
Helene Fischer, 2018
Ed Sheeran Tour 2018, live in Zurich

Text Paolo Madeddu

L’industria discografica mondiale sta bene. Dalla metà del decennio si è ripresa, trainata da streaming e dal mercato dei concerti. Due modalità opposte di fruizione, ma anche – per gli artisti – di guadagno, che inducono chi compone a prediligere musica più appetibile per tali contesti. Per esempio, abbreviando le canzoni per agganciare l’ascoltatore con il ritornello in 30 secondi, la soglia oltre la quale scatta la remunerazione della traccia. Oppure cercando brani dotati di cori da cantare in massa. Persino l’hip-hop sta diventando più cantabile.

I cambiamenti antropologici
La differenza non è solo tra l’ascolto da un telefono e quello da un vinile. Ci sono anche mutamenti antropologici. Per esempio, la marginalità delle donne, il nazionalismo delle chart (pur nella globalizzazione e omologazione dei generi), lo strapotere dei brand, sono elementi che si possono riscontrare a prescindere dai punti di vista e dalle nostalgie. Quanto diremo in proposito è facilmente riscontrabile verificando le graduatorie e le tendenze degli ultimi cinque anni, e confrontando i rapporti annuali di IFPI, Buzzangle, Billboard, Music Business Worldwide, UK Official Charts, MusikIndustrie e FIMI.

La parabola degli ultimi 30 anni di discografia è stata: crescita, crollo verticale, e infine rinascita in termini diversi. Il music business ha ricominciato a correre. A patto di cambiare quasi tutto: il motore, la carrozzeria, gli accessori, i piloti. La crisi del settore intorno al Duemila è stata causata dalla tecnologia. I file mp3 e la possibilità di scambiarli gratuitamente on line avevano messo in ginocchio il comparto. Etichette storiche e in salute si sono estinte in pochissimi anni. Le tre multinazionali più forti (Universal, Sony e Warner) a colpi di acquisti e fusioni hanno sbranato il mercato, lasciando una fetta minoritaria a una galassia di etichette indipendenti. Le major sopravvissute hanno scelto dirigenti con know-how di tecnologia, marketing e comunicazione.

Il loro minore interesse per la musica come forma d’arte è risultato funzionale. La musica pop si è oggi trasformata in catena di montaggio della canzone, che autori, produttori e top-liners (vocalist specializzati in bridge o ritornelli) realizzano secondo procedure standardizzate. Quanto ai talent-show, continuano a produrre fenomeni (di durata variabile) in Europa, mentre in USA e Regno Unito le ultime edizioni hanno portato più benefici alla tv che alla musica.

Il genere più popolare, l’hip-hop, si è proficuamente trasformato in cassa di risonanza di brand potenti, ai quali non dà fastidio associare il proprio nome a una patina di provocazione. La sua nuova corrente, la trap, ne ha abbattuto il più antico precetto: il respect per la storia. Le superstar create dall’oggi al domani non sentono alcun bisogno di conoscere i loro padri nobili. Il loro pubblico, il cui picco è tra i 12-13enni, è in sintonia.

Il rock, dal canto suo, sopravvive grazie ai tour delle vecchie star nonché come patrimonio culturale ed emozionale, favorito dal palpabile disinteresse degli artisti pop e hip-hop per canzoni che siano ascoltabili tra un anno. Questo garantisce vendite costanti, anche in mancanza di tour, a nomi come Pink Floyd, Beatles e Queen. Sono infine generi in ascesa il k-pop coreano e soprattutto il latino, in particolare il reggaeton. A quest’ultimo danno una mano l’impressionante aumento del consumo di musica in Sudamerica, e la popolazione statunitense di lingua ispanica.

I mercati principali per la musica sono 1. USA 2. Giappone 3. Germania 4. Regno Unito 5. Francia 6. Corea del Sud 7. Canada 8. Australia 9. Brasile 10. Cina. L’Italia non rientra più in questo club. Il furore “social” scatenatosi quando Spotify ha tentato di difendersi dal proliferare di account illegali è piuttosto indicativo in merito.

Nel mercato più importante, quello USA, il consumo di musica è cresciuto del 16%. Lo streaming rappresenta il 38% del mercato, con i cd a poco meno del 30%. Il vinile è in crescita, ma è evidentemente una nicchia, pari al 3,7% del mercato (in qualche area peraltro sta calando: -7% in Germania).

Oltre al live, cresce sensibilmente l’impatto delle sincronizzazioni, ovvero i guadagni dall’uso di musica in pubblicità, film e serie tv, videogiochi. Il download a pagamento di file mp3 (del quale iTunes era il player dominante) è quasi del tutto un ricordo. L’86% degli ascoltatori di musica del pianeta si serve di servizi di streaming come Spotify (87 milioni di abbonati), AppleMusic (56 milioni di sottoscrittori), o compagnie locali come TimMusic.

Leader assoluto è tuttavia YouTube. Le case discografiche e i cantanti non lo amano perché li compensa con percentuali infinitesimali dei propri guadagni, inferiori a quelle già non elevatissime degli altri servizi.

Le donne sono in calo: niente pop e niente divas nella top ten
Il canadese Drake è l’artista di maggior successo negli Stati Uniti. Il suo ultimo album Scorpion è stato il più venduto dell’anno. Dentro c’è la canzone più ascoltata, God’s plan. Alle sue spalle Psycho di Post Malone e Nice for what, dello stesso Drake. Il pop è completamente scomparso dalla top ten americana. Tra gli artisti complessivamente più ascoltati, dietro a Drake, solo rapper fino al n.9 (Imagine Dragons), e solo maschi fino al n.12 (Taylor Swift). Tra gli album più venduti, la rapper Cardi B è riuscita a strappare il settimo posto, buon risultato per una donna. Da qualche anno le fortune delle divas sono in calo in America e più o meno ovunque. Grazie al deliberato machismo dell’hip-hop, le classifiche di Paesi come USA, Regno Unito e Italia sono dominate dai maschi.

L’unica donna nella top 10 degli album del Regno Unito è Dua Lipa. Nel Paese che fa da quartier generale europeo delle major e che detta le priorità alle filiali nazionali, il consumo di musica è aumentato del 6%, ma le esportazioni sono in calo. Dietro a nomi di peso mondiale come Ed Sheeran e Adele, non si vede un ricambio. Di sicuro, il trionfatore del 2018 George Ezra non ha esportato in tutto il mondo il suo Staying at Tamara’s.

La cartella clinica di Lady Gaga
Scartando la soundtrack di A Star Is Born con Bradley Cooper, l’ultimo album di Lady Gaga, Joanne (2016) è stato il n.108 tra i più venduti negli USA in quell’anno. Il precedente Artpop era andato poco meglio (n.103). Ma tra i due album è stata invitata a cantare nell’intervallo del Superbowl. La sua esibizione è stata il picco di audience dell’evento (110,2 milioni). Diventata un’attrazione di Las Vegas, terrà 74 concerti al MGM Park per 100 milioni di $.
Malattia: scarsità di hit. Cura: investimento sul personaggio (film compreso).

La cartella clinica di Katy Perry
Katy Perry con Witness (2017) ha venduto, tra cd e ascolti in streaming, 161mila copie negli USA. Rispetto al precedente Prism (2013) manca uno zero e qualcosa (1,7 milioni di copie). L’album è stato il n.92 nella classifica annuale. Eppure Forbes la incorona n.1 tra le Highest-Paid Women in Music del 2018, e n.4 tra le Highest-Paid Female Celebrities. Solo per fare il giudice ad American Idol ha incassato 25 milioni di dollari.
Malattia: età troppo elevata per il pop (34 anni). Cura: diversificazione delle attività.

Ogni Paese ha ridotto la propria apertura internazionale. In particolare il crescente consumo di hip-hop induce ad ascoltare quasi solo propri connazionali. Il brano più ascoltato del 2018 nel Regno Unito, One kiss di Calvin Harris & Dua Lipa, è n.19 nella classifica annuale italiana (il n.1 in USA, God’s plan di Drake, è n.26). L’album-fenomeno in Francia è stato l’ultimo disco del compianto eroe nazionale Johnny Halliday, mentre in Germania Helene Fischer, con il suo tradizionalissimo Schlager germanico, è l’unica donna a farsi rispettare in un mondo di maschi. Un po’ come Angela Merkel.

Per quanto riguarda i tour, il più remunerativo del 2018 è stato quello di Ed Sheeran, che ha incassato 429 milioni di dollari; dietro di lui Taylor Swift (315 milioni) e i coniugi Beyoncé & Jay-Z (253 milioni). L’ottavo posto dei Rolling Stones con 117 milioni di dollari diventa primo posto assoluto se si considera il numero di esibizioni: quelle di Sheeran sono state 99, mentre quelle degli storici rocker sono state solo 14. Il biglietto del 28enne inglese – per precisione – costava un po’ meno rispetto a quello dei veterani connazionali.

I giovani non sono malati: prendono
ansiolitici per amore della musica

Text Marika Surace
@marikasurace

 

Dall’armadietto dei medicinali in bagno si passa alle feste, poi ai concerti in discoteca. Se gli hippy avevano l’LSD, gli yuppy la cocaina e la generazione X trascorreva notti a ballare sotto l’effetto dell’ecstasy, i ventenni di oggi preferiscono gli antidepressivi.

Il 15% della popolazione italiana utilizza ansiolitici, sonniferi e benzodiazepine, una classe di medicine con proprietà sedativo-ipnotiche. I dati diffusi lo scorso settembre dal CNR non lasciano dubbi sulla crescita del loro consumo, in particolare fra i giovani. Dall’indagine condotta da Espad Italia dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR, emerge che il 9,2% degli studenti ha assunto psicofarmaci senza prescrizione medica. Il 5,5% nell’arco di un mese, l’1,9% con frequenza. Gli psicofarmaci più utilizzati da chi ha tra i quindici e i diciannove anni sono quelli per dormire. Si assumono anche per combattere l’angoscia o gli attacchi di panico.

Queste droghe hanno il proprio riferimento culturale. La musica, prima di tutto, com’è avvenuto in passato con ogni altra sostanza. «Niente di nuovo», spiega Stefano Benzoni, neuropsichiatra infantile e autore del libro Psychofarmers (Isbn edizioni). «È dagli anni Sessanta che il legame musica-psicofarmaci periodicamente fa capolino nel mondo mainstream. Dai tempi di Mother’s Little Helper dei Rolling Stone, in cui la band britannica raccontava le vicende di una casalinga che, per superare la giornata, si affida a una pillolina gialla, che altro non è che il Valium».

Valium, ma anche Lormetazepam, Diazepam, Lexotan, Tavor, e soprattutto lo Xanax, le cui pastiglie sono diventate il logo di magliette e tatuaggi, e che oggi è lo psicofarmaco di moda, molto presente nei testi delle canzoni dei musicisti più seguiti dalle giovani generazioni. Da Relaxx, nata dal connubio Marracash e Gué Pequeno, a Marco Anastasio, vincitore dell’ultima edizione di X Factor, che nel singolo La fine del mondo canta: ‘Io mando giù l’arsenico, non lascio manco più le goccioline. Xanax come noccioline e pare da rimpicciolire’. XNX è anche il titolo di una canzone del trapper Sfera Ebbasta.

C’è anche chi si è pentito. Arturo Bruno, in arte ex Dark Side e oggi noto come Side Baby, ex membro del gruppo trap Dark Polo Gang, una volta deciso di disintossicarsi ha voluto raccontare a che livello fosse arrivata la sua dipendenza. «Mischiavo oppiacei, benzodiazepine ed eroina, arrivavo a sessanta pastiglie al giorno. Poi mi sono reso conto che non potevo continuare così. Ho lasciato le pasticche e il gruppo, ho capito che le canzoni potevano condizionare le persone e mitizzare le droghe. Ho sentito una responsabilità».

I giovani sono tutti depressi? Non proprio. Perché chi assume le pillole del benessere, soprattutto nella fascia d’età sotto i vent’anni, lo fa soprattutto per scopi ricreativi. «Non possiamo negare che negli ultimi anni ci siano stati mutamenti sociali che hanno portato a una progressiva alienazione», continua Benzoni. «Contribuisce anche una vera ossessione per il controllo, che porta a medicalizzare ogni stato che si allontani dalla cosiddetta normalità. Il pericolo non sta solo nella musica o nei testi trap, che attirano l’attenzione dei ragazzini su certi medicinali. Il problema è che questi farmaci sono spesso facilmente prescritti dai medici generici, e non si considerano i pericoli di dipendenza e assuefazione».

In Inghilterra, un’indagine commissionata dalla rivista Vice ha svelato che il 35% degli intervistati, ottantacinquemila in tutto, ha dichiarato di assumere Xanax, come i loro conoscenti. Non è un caso che, sempre secondo una ricerca inglese, il numero dei giovani che si rivolgono alle strutture sanitarie per problemi di dipendenza abbia raggiunto un record nel 2018.

Complice è anche la facilità nel reperirli. Se è vero che gli psicofarmaci andrebbero prescritti dal medico, è semplice trovarli attraverso amici, parenti, farmacie che chiudono un occhio e, in proporzioni crescenti, anche online. Secondo il quotidiano inglese Guardian, il 22% del totale delle vendite di medicinali avviene, in Gran Bretagna, nel dark web.

Tra i rischi va aggiunto quello di imbattersi nel cosiddetto Fake Xanax, più pericoloso dell’originale poiché ha un dosaggio più alto. Annovera tra gli effetti collaterali episodi psicotici, allucinazioni, cambiamento della personalità. Negli Stati Uniti, dove la diffusione delle benzodiazepine è molto più estesa che in Europa, il tema è diventato di dibattito pubblico.

Alla fine del 2017, Lil Peep, uno dei più noti rapper della scena musicale americana, è morto a soli 21 anni per un mix di Fentanyl e Xanax. La reazione di molti colleghi è stata quella di dissociarsi dallo psicofarmaco, con dichiarazioni sulla pericolosità della pillola che, fino a poco tempo prima, era protagonista dei loro testi. Le autorità sanitarie hanno iniziato a riflettere seriamente sulla prevenzione. C’è chi teme che non sarà così semplice.

«Siamo sempre meno capaci di reagire a ogni cambiamento sociale e della nostra vita», afferma Matt Haig, autore di Vita su un pianeta nervoso (E/O editore). «Non parlo solo di cambiamenti negativi, ma anche positivi: una promozione, una vincita, la nascita di un figlio. Tutto porta alla depressione, all’ansia. E i più giovani, soprattutto gli adolescenti, sono quelli che hanno meno strumenti per gestirle. Non può essere solo un problema dell’individuo, ma della società. Che però, oggi più che mai, è costruita sulla paura, sull’incertezza. È così che l’individuo rimane da solo con i suoi dubbi». Le pillole spesso sono lì sul comodino, a portata di mano.

 

‘Non capisco se la noia è il mio boia o una mia paranoia

Prima che muoia comunque da sola

House of Savoia Xanax avoja’

XANANAS – M¥SS KETA feat. Populous

The Dot Circle 2017 – Le storie

I cinque libri in gara

Le storie e le interviste di the dot circle 2017

STEFANO SENARDI

Text Micol Beltramini

 

Stefano Senardi sta girando un documentario per Sky Arte. È su Fernanda Pivano, come il libro che ha curato per Mondadori insieme a Sergio Sacchi, I miei amici cantautori. «I cantautori sono la poesia delle strade, sono gli interpreti della fantasia della gente, sono i cantori delle emozioni del quotidiano», si legge in quarta di copertina. Letteratura e musica sono davvero così vicine? «Per quel che mi riguarda sì, anzi, credo di aver cominciato a leggere prima che ad ascoltare musica. Poi la musica ha tolto tempo all’esperienza della lettura perché io sono così, il mio modo di ascoltare non prevede letture di mezzo, o faccio una cosa o faccio l’altra. Ma amo molto i libri, sono curioso e non mi stanco mai di crescere».

Anche l’assegnazione dell’ultimo Nobel sembra andare in questa direzione. «Esatto. Un tempo solo i narratori potevano vincerlo, poi sono arrivati i poeti e ora anche i cantanti. È una linea consequenziale, mi pare torni tutto».

Un aneddoto su Fernanda Pivano, già che abbiamo parlato di lei. «Ci siamo frequentati, abbiamo riso tanto. Mentre scrivevamo il libro io e Sergio Sacchi la andavamo a trovare a casa. Lei di certi cantanti italiani non sapeva moltissimo, allora a volte le contavamo su delle balle per vedere se indovinava oppure no. Come si arrabbiava! Siete degli stronzi, mi prendete in giro!». Nata il 18 luglio, d’altronde: permalosa, ma anche motivata e tenace. «Ah, avresti dovuto conoscerla: ci credeva tanto, era proprio un soldato della pace». In effetti mi sarebbe piaciuto. Sono nata il 18 luglio anch’io.

Per ulteriori informazioni:
Alberta Vianello
alberta.vianello@memorianetwork.com
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On Cover Illustration @quellaclaudia
Supported by @Tiffany&Co. – Introducing Tiffany City HardWear collection. – www.tiffany.it

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