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Copertina libro Tommaso Giangi, Afferrare un_ombra, Minimun Fax
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Il corpo di Jim Thorpe: superuomo o freak? 

Jim Thorpe, una vita al confine tra il super-uomo e il freak – Tommaso Giagni racconta l’atleta nativo americano, un’esistenza travagliata tra fama, razzismo e miseria, nonostante i suoi successi in ambito sportivo 

Il corpo di Jim Thorpe, un caso di diversità umana che genera successo

Durante le Olimpiadi del 1912, l’aspetto fisico di Jim Thorpe venne studiato, analizzato e passato al microscopio dagli scienziati per cercare di cogliere il segreto della sua diversità umana, un corpo dalla prestanza fisica fuori dal comune. Da una parte era considerato una sorta di semi-dio; dall’altra, la sua stazza e la sua prestanza fisica costituiranno anche un pretesto per sottolineare la sua distanza e la sua estraneità al mondo dei bianchi. 

«Thorpe si muove sempre sul confine tra il super-uomo e il freak (fenomeno dal baraccone, in italiano, ndr) del circo. Un essere che quindi non è umano, in senso dispregiativo. Le persone che l’avevano conosciuto, infatti, si riferivano a lui sempre con epiteti o accostamenti sovra-umani, come il paragone con la locomotiva o quello con una serie di animali (“Sguscia in campo come un incrocio tra un levriero, una lepre e un’anguilla”, disse una volta un avversario di lui), atti a sottolineare la sua forza bestiale».

La vita di Jim Thorpe raccontata per la prima volta in italiano

C’è una piccola cittadina nello stato della Pennsylvania, negli Stati Uniti, dove è sepolto, che porta il suo nome. Ha vinto due ori ai Giochi olimpici di Stoccolma nel 1912, che però gli sono stati tolti e ridati solo trent’anni dopo la sua morte. Jim Thorpe è stato una stella del football americano e ha giocato nella Major League di baseball. Ha avuto tre matrimoni e otto figli. Ha parlato al telefono con diversi presidenti statunitensi ed è stato vicino di casa di Marilyn Monroe. Ha recitato in oltre settanta film, tra cui King Kong e La furia umana, spesso come comparsa. Ha lavorato a fianco di star del cinema come John Wayne e Bob Hope, Frank Capra e John Ford, Henry Fonda e Buster Keaton. Una volta fece addirittura a pugni con l’attore Errol Flyn fuori da un bar di Hollywood.

Nato in Oklahoma nel 1887 e appartenente alla nazione Sax e Fox, Jacobus Francis Thorpe, detto Jim, è considerato uno dei più grandi atleti di tutti i tempi. Versatile, instancabile e dotato di una forza fuori dal comune, eccelse in in tutti gli sport che praticava. Nonostante la fama e i successi raggiunti, Thorpe dovette combattere tutta la vita contro i pregiudizi e il razzismo serpeggiante nei confronti dei nativi americani. 

Tommaso Giagni nel suo libro Afferrare un’ombra. Vita di Jim Thorpe, edito da minimum fax e pubblicato a settembre 2023

Lo racconta bene Tommaso Giagni nel suo libro Afferrare un’ombra. Vita di Jim Thorpe, edito da minimum fax e pubblicato a settembre 2023.

«Ho intercettato la sua storia per caso – racconta l’autore – quando mi sono imbattuto nella descrizione del suo corpo morto durante il funerale tradizionale nativo, interrotto improvvisamente dalla vedova del campione, che tenterà di venderlo al migliore offerente, per poterci lucrare sopra. Alla fine troverà un acquirente, interessato a costruire una tomba e un memoriale pubblico, ma si tratterà di un posto (Chunks, in Pennsylvania,  che poi prenderà il nome di Jim Thorpe, ndr), dove Thorpe non aveva mai messo piede . Da quel momento ho iniziato a interessarmi alla sua storia e così ho scoperto la sua vita. Ho fatto lunghe ricerche e raccolto una quantità di materiale immensa, che poi ho deciso di far confluire in un libro».

Prima di questa biografia, non esistevano testi originali né traduzioni in italiano di libri su Thorpe: «Mentre scrivevo, ho sentito la responsabilità di essere il primo a raccontare in italiano di questa storia», confessa Giagni.

Una bandiera per i nativi e un orgoglio per gli americani, nonostante il razzismo

Jim Thorpe è stato definito ‘il più grande atleta del mondo’ dal re di Svezia Gustavo V, durante la cerimonia di consegna dei suoi due ori, nel pentathlon e nel decathlon, alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912. Nonostante i suoi straordinari risultati sportivi, le sue origini peseranno però sempre su di lui come un’onta, una colpa da espiare. 

«Thorpe è nato nel 1887, in un momento storico in cui i nativi americani erano appena stati sconfitti – afferma Giagni. Non esisteva più il ‘problema’ dei nativi americani, i bianchi avevano vinto e non avevano più paura di loro. Nonostante questo, il razzismo ha tormentato la vita di quest’uomo. Essere nativo ha sempre rappresentato una zavorra nel mondo bianco. Al tempo stesso, Thorpe è stato una bandiera per i nativi, l’esempio in carne e ossa che si poteva arrivare ai massimi risultati pur essendo nativi americani. C’è poi un altro aspetto da considerare: Thorpe ha sempre voluto essere un nativo, nonostante fosse ben inserito nel mondo bianco e si scrivesse con i presidenti degli Stati Uniti. La svolta – spiega – avviene quando l’atleta riesce a far vincere gli Stati Uniti alle Olimpiadi: da quel momento non è più considerato un nativo, quindi inferiore. Prima di vincere le medaglie era chiamato infatti ‘l’indiano’, subito dopo la vittoria non più. Thorpe, dal canto suo, non ha mai rinnegato le sue origini, ma era anche orgoglioso di essere statunitense (ci tiene a partecipare alla Seconda Guerra Mondiale a nome del suo Paese, ad esempio)».

Ad ogni modo, Thorpe è stato uno sportivo straordinario ed è considerato ancora oggi un eroe dello sport americano: «Per fare un paragone, Thorpe è quello che Fausto Coppi ha rappresentato per l’Italia. Tutta la vita di Thorpe è stata una corsa a ostacoli per dimostrare al suo Paese di essere di più di quello che il mondo si aspettava da un bambino nativo americano, cresciuto nelle pianure dell’Oklahoma, alla fine dell’Ottocento. Con la sua storia e il suo impegno, in qualche modo ha fatto da ponte tra americani bianchi e nativi».

Una sola vita, tanti lavori: sportivo professionista, imbianchino, comparsa e sindacalista

Thorpe ha svolto tanti lavori diversi nell’arco della sua vita: da quelli legati al mondo sportivo, fino a lavori più umili, che comunque non disdegnava, per guadagnare qualcosa in più. Negli anni ’30 si avvicinò anche allo scintillante mondo del cinema, ricoprendo però ruoli secondari o facendo piccoli camei. 

«Il contesto storico è fondamentale – dice Giagni – È un’epoca in cui lo sport permette di vivere di rendita. Thorpe termina la sua carriera sportiva nel 1928: un anno dopo avviene il crollo della Borsa di Wall Street a cui segue la Grande Depressione. Il campione deve completamente reinventarsi e lo farà con grande intraprendenza, sorprendendo e a volte spiazzando le aspettative che le persone avevano su di lui. La grave crisi economica che colpisce il Paese lo costringe a svolgere lavori molto umili, come l’imbianchino o l’operaio»

Sarà Hollywood, con la sua ascesa nel mondo del cinema negli anni ’30, a offrirgli nuove possibilità: «Farà la comparsa in circa settanta film, tra cui King Kong, sempre nel ruolo del nativo americano o del giocatore di football o baseball. In quegli anni avrà a che fare con leggende del cinema come Buster Keaton, John Ford e Bob Hope, e avrà anche una scazzottata con Errol Flynn»

Non solo, nel 1935 apre l’Indian Center di Los Angeles, trasformandosi una sorta di sindacalista di attori, comparse e figuranti nativi a Hollywood. In poco tempo diventa un punto di riferimento per la comunità nativa: preme per assicurare loro condizioni lavorative migliori, si batte perché a interpretare nativi non siano greci, italiani e messicani truccati, insiste affinché, con l’ingaggio, siano coperti da assicurazione sanitaria, e perché ottengano una retribuzione giusta: «All’epoca la stessa giornata da comparsa veniva pagata 11 dollari a un non-nativo e 5,50 dollari a un nativo, esattamente la metà».

Lo sport come mezzo di emancipazione e il ritiro dei titoli olimpici per professionismo

Attraverso i suoi successivi sportivi, Thorpe è riuscito a ottenere rispetto e considerazione da chi prima lo considerava soltanto un ‘indiano’, e quindi un essere inferiore e incivile. Nel suo caso lo sport, quindi, ha rappresentato un mezzo di emancipazione dalla sua condizione di esponente di una minoranza oppressa.

«La sua è la storia di un uomo che scopre il suo talento – afferma l’autore – Attraverso il talento, raggiunge il successo nello sport e attraverso il successo riesce a vivere sicuramente meglio di un nativo americano della sua età in quel periodo storico».

Il suo essere nativo ha causato diversi problemi a Thorpe: non aveva la cittadinanza americana, in quanto nativo, e gli fu concessa, come fosse un merito, solo dopo aver vinto alle Olimpiadi di Stoccolma. «Poi c’è tutta la storia delle medaglie – sottolinea Giagni – con il Comitato Olimpico Internazionale, in particolare nella figura del presidente Avery Brundage, che per decenni si metterà di traverso a Thorpe, fondamentalmente per via del razzismo nei suoi confronti»

I titoli olimpici gli furono ritirati per una questione prettamente burocratica: in passato aveva giocato a baseball da professionista, ovvero ricevendo un compenso, cosa all’epoca non permessa agli atleti iscritti alle Olimpiadi, che dovevano essere dei dilettanti. I suoi due ori gli verranno riconosciuti soltanto il 18 gennaio 1983, per volere dell’allora presidente del Comitato Juan Antonio Samaranch, trent’anni dopo la sua morte.

Lo sterminio dei nativi americani: l’identità di una minoranza calpestata

Nel libro vengono citate più volte le politiche razziste ai danni dell’identità di una minoranza, e gli episodi di pulizia etnica che hanno portato alla decimazione e allo sterminio dei nativi americani, poi rinchiusi in riserve sotto il controllo degli organi federali statunitensi. Anche se gli storici non sono concordi nel parlare di ‘genocidio’ in questo caso, si trattò a tutti gli effetti di uno sterminio di massa, che causò, nel periodo compreso tra il ‘500 e il ‘900, tra le 55 e oltre 100 milioni di vittime.

«Ritengo che si possa parlare di genocidio – sostiene lo scrittore – perché si è trattato di una distruzione sistematica di un popolo, a sua formato da tanti sottogruppi. C’è stato il tentativo di distruggere con metodo un gruppo di persone in quanto tale. Sulla questione nativa non vedo dei passi avanti: è stato distrutto un intero universo fatto di culture e tradizioni antichissime, mentre quei popoli sono stati costretti dentro a dei recenti. Adesso è difficile ricreare quello che è stato annientato. A livello politico, ho notato qualche operazione più di facciata che di sostanza e una realtà che può soltanto immalinconire».

Tommaso Giagni

Giornalista e scrittore, Tommaso Giagni nasce a Roma nel 1985, dove si laura in Storia. Ha pubblicato tre romanzi, tutti accolti da un notevole successo di critica: L’estraneo (Einaudi, 2012), Prima di perderti (Einaudi, 2016) e I tuoni (Ponte alle Grazie). Nel settembre 2023 è uscito il suo ultimo libro, Afferrare un’ombra. Vita di Jim Thorpe, edito da minimum fax. Ha partecipato a varie antologie, tra cui: Voi siete qui (minimum fax, 2007), Il lavoro e i giorni (Ediesse, 2008), Ogni maledetta domenica (minimum fax, 2010), La caduta dei campioni (Einaudi, 2020), Rivali (Einaudi, 2022) e Data di nascita (Solferino, 2022). Attualmente collabora con L’Espresso, Avvenire e l’Ultimo Uomo.

Alessandro Mancini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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