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Milano di merda: una mappa dell’eroina negli anni Novanta

La Milano ruvida dell’eroina – Alessandro ‘Kresta’ Pedretta torna nel periodo della sua dipendenza e raccontare com’è cambiata la città in venti anni, tra omologazione e gentrificazione

Milano di merda. Cronache di una città tossica di Alessandro Kresta Pedretta

Alessandro ‘Kresta’ Pedretta è in libreria con Milano di merda. Cronache di una città tossica, edito da Agenzia X. Si parla di eroina, forse la più stigmatizzante tra le droghe. Già dal titolo – ancora di più dalla copertina, con la Madonnina con una siringa in mano – è chiaro che nel libro c’è di più. È Milano il teatro dell’epidemia che Pedretta racconta passando dagli anni Novanta a oggi. La sua è una narrazione a doppio filo che dietro il leit motiv dell’abuso di eroina porta con sé una riflessione sulla città e sui suoi cambiamenti. Con un punto di vista diverso da quello a cui siamo abituati. Lontano dalla moda, dal design, dalle ‘settimane del’ capoluogo lombardo. 

Lampoon intervista Alessandro Kresta Pedretta: l’eroina e Milano, una lotta agli stereotipi

«Come diceva il buon Hemingway – sottolinea Pedretta – bisogna scrivere di quello che si conosce. Io non conosco la termodinamica e nemmeno l’Africa. Conoscevo l’eroina: è stato un periodo lungo. Nel bene e nel male. È durato 13 anni circa. Poi ho sempre pensato che certe dinamiche non siano mai state esposte in romanzi o volumi. Mi è piaciuto farlo in maniera sì cruda ma anche ironica. Ho voluto basare la cosa su un fattore grottesco. Va detto: non è un libro che esalta la droga, ma vuole combattere gli stereotipi».

Pedretta non conosce bene solo l’eroina ma anche la città. «Sono nato a Como per sbaglio, vivo a Milano da quando ho quattro anni. Sono un milanese atipico. Tra me e Milano c’è un rapporto di amore e odio. È un posto alienante, sembra che risucchi l’individualità. È tutto basato sull’equazione casa-lavoro-consumismo a livelli massimi. Viverci è difficile: cominci ad assomigliarle sempre di più. L’amore però c’è».

Milano di merda – viaggio a ritroso nella Milano ruvida degli anni Novanta

Il protagonista del romanzo ha lo stesso nome e lo stesso lavoro che Pedretta ha da nove anni. Fa lo spazzino a Stazione Centrale, punto d’osservazione privilegiato per capire la città. Da lì passano i turisti e gli uomini d’affari. Lì si alternano con i senzatetto. Un giorno, mentre lavora, appare un fantasma del suo passato. È Ivan, vecchio amico che non vedeva da vent’anni. Con lui aveva condiviso l’esperienza dell’eroina. Poi era sparito in circostanza misteriose.

Kresta parte così alla ricerca di Ivan, che proseguendo si lega a un’altra misteriosa sparizione. Si torna con la mente negli anni Novanta. Si va dagli scantinati putrescenti di piazza Selinunte alla stazione di Romolo quando non era ancora ripulita dallo Iulm lì di fianco. Spacciatori violenti, poliziotti in borghese, orecchie che saltano sotto lame di coltelli. Un crogiolo di situazioni il più disumano possibile: l’uomo incapace di gestire le sue pulsioni, l’uomo che non è più uomo ma animale. Tutto sotto una coltre di freddo e paranoia: il libro è ambientato d’inverno, ma il freddo è anche la condizione fisica ed esistenziale del tossico.

Lo stile di Pedretta è grottesco, la scrittura estremamente precisa. Il sangue che coagula dentro una siringa e che sottopelle si fa grumo in una vena collassata. La pelle che diventa crosta, ferita, pus. Che si trasforma in altare dove celebrare un rito sacro, sempre uguale a se stesso: il buco. Il corpo diventa un mezzo: si cerca la fuga dalla morte dell’animo e dalla noia. In realtà si prende la rincorsa verso la stessa morte a velocità spedita. Tra le pagine si dispiega tutto il disgusto che chi non conosce l’eroina prova verso chi ne è vittima. Anche lo schifo che gli stessi dipendenti provano verso di sé. In questo quadro dove l’uomo non è più uomo emerge però con forza un punto di vista terribilmente umano che spesso manca quando si parla di eroina. Quelle del protagonista e delle sue vecchie conoscenze sono storie di amicizia e vicinanza. Tanto che, appunto, tra amici ci si ricerca anche dopo venti anni.

Milano, venti anni di cambiamenti e omologazione 

Nei due decenni che separano il vecchio Kresta dal nuovo, anche Milano è mutata – pur rimanendo la stessa ‘Milano di merda’. Nel libro si parla di una «città mai doma di cambiamenti, che cannibalizza anche la propria storia». Una metropoli che «corre e non sa mai veramente dove va», anche se c’è la Madunina «lì immobile da sempre e sempre uguale a se stessa, indifferente agli accadimenti» a vegliare sui suoi abitanti.

Milano, riflette l’autore, oggi è «molto più omologata, ha meno spazi differenti. Anche i locali sono standardizzati». Fa l’esempio del tossico. «Rispetto alla generazione che arrivava dagli anni Settanta, quella delle contestazioni, oggi anche il tossicodipendente si è mimetizzato. Forse è un bene: c’è meno degrado. Tra i tossici prima c’era una sorta di scintilla contro lo status quo. Oggi anche il pensiero del tossico, pur essendo schiavo della droga da cui è manipolato, non è molto diverso da quello della casalinga».

Sotto alcuni punti di vista, continua Pedretta, Milano «dava anche più spazio, tra centri sociali e rave illegali, alla libera espressione di alcune sottoculture e controculture. Non si parla solo di chi utilizzava sostanze stupefacenti. Adesso ho 48 anni, prima ne avevo 25. È vero che da giovani sembrava tutto più bello, ma c’era un insieme di ‘cose di libertà’, una tribù. Ora mi sembra che non ci sia più questa comunione d’intenti. Non voglio tirare in mezzo Internet e telefonini, ma c’era una curiosità maggiore nell’esplorare la cultura. Era difficile arrivare a conoscere determinate cose: dovevi frequentare librerie, biblioteche, dovevi girare la città».

Trasformazione urbane e gentrificazione di Milano

Nel romanzo c’è anche il tema, un po’ più velato, della trasformazione urbana della città: «Milano cambia, si fa a pezzi e viene riassemblata con gentrificazioni ed edificazioni verticali». C’è un passaggio che descrive le sette vie che partono da piazzale Loreto, oggi in procinto di essere rinnovato dietro a un maxiprogetto che sta facendo discutere – sintetizzando – per la privatizzazione di un luogo simbolo, nel bene e nel male, di Milano. 

Pedretta: «Mi viene in mente NoLo. Mi sembra un gioco di mercato, ho amici che vivono lì da anni e la zona come benessere non è migliorata. C’è un flusso di immigrazione di poveri che si sono installati lì, però c’è stato anche un gioco nel vendere questa zona come zona da hipster. I problemi sociali rimangono e sono gravi. Hanno aumentato i prezzi delle case: la gente ci va e poi trova la gente che si accoltella. Mi ricordo una delle soluzioni del Comune, forse era in via dei Transiti: c’era una fontana dove andavano i senza tetto e cos’hanno fatto? Non delle docce, magari comunali, ma hanno tolto la fontana. Ora i senzatetto puzzano e i cittadini non hanno più una fontana».

L’eroina, la periferia e il bosco di Rogoredo

Tornando a parlare di eroina, Milano di merda ricostruisce la mappa anni Novanta di una rete di luoghi – più o meno nascosti – dove si consumava la processione di tossici in cerca di dosi. Negli ultimi anni c’è invece solo un posto che è stato associato al consumo di eroina: il bosco di Rogoredo, menzionato anche nel libro, all’estremo confine sudorientale della città.  È un po’ la sintesi plastica di un pensiero della società che Pedretta sintetizza così nel libro: «Va bene farsi, ma che sia lontano dall’occhio del benpensante, e se dovete morire fatelo fuori città». Di recente del bosco di Rogoredo si è quasi smesso di parlare: «L’uso di eroina con le ‘vecchie’ modalità per fortuna è calato molto. Ma negli ultimissimi periodi Rogoredo è stata sgomberata per l’ennesima volta. E cosa è successo? Per quanto ne so i tossici si sono spostati ancora un po’ più in là, fuori città. Però così in realtà non si risolve nulla».

Alessandro Pedretta – gli autori di riferimento, La Nuova Carne e Il rito di Villa Triste

A livello stilistico, il romanzo è disseminato di citazioni, palesi o nascoste. C’è la musica di Lou Reed, c’è la letteratura. «Sono sempre stato un avido lettore – dice Pedretta – anche da dipendente. I miei autori di riferimento sono Ferdinand Céline, Henry Miller, Hemingway, tutta la Beat generation in generale. Ma anche i classici della Generazione perduta. Poi c’è Bukowski. Per la poesia Ungaretti, Campana, Majakovskij»

Pedretta è tra i fondatori de La Nuova Carne, casa editrice che da manifesto si presenta come dedicata alla narrativa insolita. «Siamo cinque persone sparse per la Penisola. Tutto è nato nel 2018 come rivista online, poi abbiamo creato un’associazione culturale e una casa editrice. Principalmente ci basiamo sul genere fantastico, ma stiamo cercando di deviare. Ci piace proporre una narrativa che spesso non viene considerata: antologie di racconti distopici, cyberpunk, controcultura»

Quasi insieme a Milano di merda – terzo romanzo di Pedretta, dopo È solo controllo e Livello 49 – è uscito anche Il rito di Villa Triste, scritto insieme a Stefano Spataro per Dark Zone Edizioni. Anche qui si parla di Milano. «È una specie di giallo che ripercorre la storia di Villa Triste, in zona piazzale Lotto. È uno dei luoghi tragici del periodo dei ‘repubblichini’, in cui la famigerata banda di Pietro Koch torturava i partigiani. Da qui è partito lo spunto per un romanzo pulp-esoterico, che è anche – di nuovo – una mappa di Milano: porta Genova, le colonne di San Lorenzo, il Naviglio Pavese, l’ex stabilimento Ginori».

Alessandro Pedretta

Alessandro Kresta Pedretta nasce nel 1975 in provincia di Como. Operaio e scrittore, è ideatore e fondatore della casa editrice La nuova carne. 

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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