Nelle sue esibizioni en travesti, Douglas interpreta donne-icona come Édith Piaf, Marlene Dietrich o Marilyn Monroe
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Dogman di Luc Besson – in un’esistenza ruvida, il cane è salvezza

Una famiglia disfunzionale, un padre violento, un recinto pieno di cani: Caleb Landry Jones è Douglas, che nella gabbia trova conforto. Dogman di Luc Besson conquista con irriverenza intellettuale, fluidità e ruvidità

Dogman, il film di Luc Besson presentato alla 80esima Mostra del Cinema di Venezia 

All’ 80 esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia trionfa l’evasione surreale e sensuale di Yorgos Lanthimos – a confermare come l’altrove sia un luogo migliore del qui. In concorso c’era anche Dogman, l’ultimo lavoro di Luc Besson. Il regista francese scrittura lo statunitense Caleb Landry Jones come protagonista di un film dedicato a una vita al limite che ruota attorno alla triade uomo-sofferenza-cane. Niente di nuovo? Si capirà meglio quando sarà proiettato nelle sale italiane a partire dal 5 ottobre. Serve un pubblico più ampio. Non solo composto da critici, accreditati e imprenditori digitali in vacanza al Lido.

Dogman, la trama del film di luc Besson che si basa su un fatto di cronaca – la storia di Douglas, un’esistenza ruvida

Un film coi cani, ce ne sono circa quaranta. La trama di Dogman si basa su un fatto di cronaca: una famiglia francese rinchiuse il proprio figlio in una gabbia quando aveva cinque anni. Da qui l’intuizione di Besson. Scavare nel trauma. Illuminare la soglia dove la sofferenza non oscura la dignità. Dogman apre a costellazioni di senso. È salvacondotto per intraprendere molteplici riflessioni. I temi si accavallano con grazia. La violenza sta altrove, sempre più emarginata. Dogman è nottilucente.

Il racconto in analessi, non privo di una certa vivacità, assicura coinvolgimento. Una famiglia disfunzionale, un padre violento, un recinto pieno di cani. Il giovane Douglas in quella gabbia non trova ulteriore vessazione ma conforto. Energia vitale per proseguire in un’esistenza ruvida. Da qui germoglia una comunità altra, lontana dalle consuetudini sociali ma non meno in grado di generare affetto. Insomma, il caso di cinofobia del piccolo Hans descritto da Freud si ribalta in Dogman: se l’avversione per gli animali secondo lo psicoanalista celava in realtà il desiderio di attaccare il padre, visto come una persona pericolosa, il film procede all’opposto. Douglas è animato da un revanscismo sociale, una volontà di sublimare il dolore che si nutre dell’amore per i cani. Creature, come la sceneggiatura marca all’inizio del film, che hanno un unico difetto: «si fidano degli umani». 

La versatilità di Caleb Landry Jones. Attore protagonista, musicista rock e volto di Saint Laurent 

Rispetto al cast – composto anche da Jojo T. Gibbs, Christopher Denham, Clemens Schick, Grace Palma – Bresson commenta, «Dogman non sarebbe il film che è senza Caleb Landry Jones. Questo complesso personaggio aveva bisogno di qualcuno che potesse incarnarne le sfide, la tristezza, il desiderio, la forza, la complessità». La filmografia di Jones è scandita da partecipazioni a film come Non è un paese per vecchi dei fratelli Cohen, protagonista in Antiviral di Brandon Cronenberg, compare in Tre manifesti a Ebbing, Missouri diretto da Martin McDonagh, per poi vincere il Prix d’interprétation masculine al Festival di Cannes con Nitram di Justin Kurzel. Peccato che Biennale non abbia avuto la stessa sensibilità dei francesi, destinando la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Peter Sarsgaard. 

La ruvidità di Caleb Landry Jones colta da Saint Laurent nelle foto di Palermo Summer Nights con la direzione creativa di Anthony Vaccarello

Caleb Landry Jones è anche musicista, quattro album in studio al ritmo del rock psichedelico. Volto plastico, occhi capelli scarruffati, parla lentamente e si strofina il volto durante la conferenza stampa in Biennale. Una mano imbrattata d’inchiostro. Texano di origine, Caleb Landry Jones è espressione di ruvidità e anticonvenzionalità rispetto ai paradigmi del cinema di oggi. Tra l’usurato, l’intorpidito e lo stralunato c’è dell’enigmatico nella sua persona. Da tempo se ne è accorto anche Saint Laurent, che ha coinvolto l’attore in diversi servizi fotografici, tra cui il progetto Palermo Summer Nights, già sotto la direzione creativa di Anthony Vaccarello. 

Caleb Landry Jones sul tappeto rosso al Lido di Venezia 

La natura di Jones emerge e lo caratterizza anche quando indossa il tuxedo. Il red carpet di Venezia lo ha calcato per mano all’artista Katya Zvereva. Le bacia una tempia. Vestiti di nero, lenti, sobri. Sguardi impacciati, annoiati, riservati? Il loro è uno tra i più equilibrati e disincantati passaggi obbligati per accedere alla Sala Grande – ma Fanny Ardant è magistrale. Con reticente discrezione indietreggia sorridendo mentre i fotografi scattano verso un punto in cui nessuno zoom a un certo punto potrà arrivare, fino a scomparire dagli obiettivi. 

Nel film di Luc Besson, lontano da qualsiasi blasfemia, God e Dog sono palindromi

La prima volta che ho visto la locandina del film – piuttosto cupa – con il profilo imbronciato di Caleb Landry Jones attorniato da due cani, ho pensato al rapporto millenario che lega l’umanità ai cani. Sotto al nome dell’attore, la citazione di Alphonse de Lamartine: «ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane». Il personaggio di Douglas è ipostasi di sofferenza, solitudine, emarginazione. L’assenza di giudizio abita nel cane, non nell’uomo. Un’attitudine misericordiosa che sembra tendere al divino. Sarà che God e Dog sono correlati. 

Autoritratto con cane nero di Gustave Courbet, ovvero vestire la ribellione 

I toni scuri del montaggio fotografico si sono rimescolati nella memoria in un’opera di metà Ottocento. L’Autoritratto con cane nero di Gustave Courbet. Un olio su tela che i critici individuano come il primo autoritratto del pittore francese mentre posa a fianco del suo cocker spaniel. Anche a Courbet piacevano i cani, ma c’è dell’altro e si annida nel codice del costume. Courbet guarda l’osservatore fiero, lo sguardo ambizioso che sostiene ancora oggi quello degli innumerevoli occhi che osserveranno l’opera. Per il suo primo autoritratto procedere con una scelta identitaria che collima con la sua biografia. Si dipinge con un cappello ad ampia tesa da cui fuoriescono lunghi capelli, mantello nero con fodera beige, pantaloni a strisce. Il pittore è un bohémien. Un artista emarginato. Agitato, criticato dai benpensanti dei Salon parigini, discordante, indignato, rivoluzionario. 

Anche Courbet è stato un ribelle. Ha vissuto la prigionia per l’abbattimento della colonna di place Vendôme. Condannato a pagare i costi di ricostruzione, muore prima della scadenza della prima rata. Rivolgendosi al ministro francese delle Belle Arti nel 1870, mentre rifiuta la Legion d’onore, afferma: lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà. 

La fluidità e la fragilità umana in Dogman

Fragilità e diversità umana e fluidità dinamizzano il film di Luc Besson. In Dogman il protagonista che legge Shakespeare da bambino trova possibilità di esistere nel potere salvifico dell’arte performativa e si concede slanci umoristici. Nelle sue esibizioni en travesti, Douglas interpreta donne-icona come Édith Piaf, Marlene Dietrich o Marilyn Monroe. Trova inclusione presso un locale di drag queen. Il trasformismo lenisce la sua frastagliata identità. Il diverso qui è colto, folle, magnetico. L’irriverenza intellettuale è queer nel film di Luc Besson e Caleb Landry Jones ne è all’altezza. Per la copertina del suo album di debutto – The Mother Stone – sceglie di ostentare una sigaretta a petto nudo con il volto colmo di cipria e una parrucca Luigi XV. 

Dogman, un film sulla ruvidità esistenziale 

Dogman è il racconto di un’esistenza semi-interrotta a ritmo delle musiche di Eric Serra. Caleb Landry Jones interpreta un dolore esistenziale che accomuna i più, indipendentemente da dove ha origine. Tutti abbiamo traumi, tutti tentiamo di cicatrizzare segni indicibili di sofferenza. Il mondo piange, e Luc Besson sceglie di raccontare una realtà al limite, finzionale ma per niente lontana nello spettro emotivo dalle quotidiane vite di chi guarda. Se, come scrive Yasmina Reza in Felici i Felici (Adelphi, 2013), «scegliamo dei volti fra gli altri, ci inventiamo delle boe per segnare il corso del tempo. Tutti voglio qualcosa da raccontare», allora il personaggio di Douglas sceglie e si racconta attraverso il legame con i suoi cani. In un paese dove il 56% dei single ha un animale domestico pare che dietro ai cani si nascondono ribelli incompresi. Questi ultimi sanno accudire. L’atto affettivo si fa disinteressato. Trascende il dolore e si tramuta in disincantata sopravvivenza. Qui resiste un ancoraggio antico. Una salvezza che passa attraverso la cura. 

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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