Gigliola Cinquetti
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Aldo Grasso racconta Sanremo – cosa fu il Festival senza la televisione? 

Quando il Festival di Sanremo era un café-chantant al Casinò trasmesso solo in radio – Aldo Grasso seleziona 85 fotografie da un archivio di 15mila e la kermesse senza televisione

Intervista ad Aldo Grasso, curatore della mostra fotografica presso le Gallerie d’Italia, a Torino, dal 1° febbraio al 12 maggio 2024 Non ha l’età. Il Festival di Sanremo in bianco e nero 1951-1976

Nei suoi primi anni di vita, il Festival di Sanremo altro non è che un intrattenimento per gli ospiti abbienti del Casinò. I camerieri girano in divisa per il Salone delle Feste, mentre la disposizione dei tavolini e del palco fa sembrare l’evento più un café-chantant parigino che il rito collettivo su Rai 1 a cui siamo abituati. «Nel 1951 la manifestazione è fatta per dei signori che stavano al tavolo. Cenavano, bevevano e intanto si godevano lo spettacolo» – esordisce Aldo Grasso, curatore della mostra fotografica presso le Gallerie d’Italia, a Torino, dal 1° febbraio al 12 maggio 2024 Non ha l’età. Il Festival di Sanremo in bianco e nero 1951-1976. L’esposizione consiste in 85 scatti provenienti dall’Archivio Publifoto, che raccontano il dietro le quinte del primo Sanremo, la sua evoluzione sociale e interna. 

Si tende un po’ a dimenticare gli albori del Festival. Già solo il fatto che è stata una creazione del Casinò. «La mostra ha voluto ricordare quelle origini. In parte perché è il periodo, quello su cui si concentra l’esposizione, dal ‘51 al ‘76, in cui non c’era una così grande attenzione da parte della televisione stessa. Era più un fenomeno seguito dalle riviste, i settimanali, i rotocalchi. Di qui, l’importanza del lavoro del fotografo. Ci sono delle fotografie che sembrano archeologia. Nessuno si ricorda com’era il Festival agli inizi, dentro al Casinò». 

Quanto costava il biglietto per una serata di Sanremo – comprendeva sia lo spettacolo che la cena

È il 1951, e gli interpreti in gara in questa prima edizione del Festival sono tre. Il sistema di votazione, che si basa sulle hostess che passano tra i tavoli a ritirare delle ‘schede elettorali’ compilate dal pubblico, preferisce Nilla Pizzi e la sua Grazie dei fiori. 50 voti. Il prezzo del biglietto, che comprende sia lo spettacolo che la cena, è di 500 lire. Una cifra proibitiva per una qualsiasi famiglia della working class italiana. 

«All’epoca, lo stipendio di un bancario, cioè il posto considerato più sicuro, era di 80mila lire. Nel 1952 vengono tolti i tavoli e messe delle sedie. Per cui, la platea aumenta. Nel 1953 e 1954 vengono costruiti dei soppalchi dove mettere fotografi, giornalisti e anche altra gente. Arrivati a un certo punto, la sala del Casinò non può contenere più nessuno. Nonostante ciò, si è andati avanti fino al 1976. A quel punto hanno stabilito che era ormai impossibile continuare al Casinò. Sia per esigenze di spazio, quindi per mettere tutte le telecamere, sia per esigenze scenografiche, quindi dal punto di vista del palco».  

Sanremo rimane nel grembo materno del Casinò fino al 1976

I lavori di costruzione del Teatro Ariston iniziano nel 1953. Almeno fino al 1976, quindi, con varie modifiche strutturali per poter accogliere sempre più pubblico e giornalisti, Sanremo rimane nel grembo materno del Casinò, per adempiere il suo compito iniziale di rianimare un mese turisticamente morto come febbraio. In quell’anno si passa non solo dal Casino all’Ariston ma anche dal bianco e nero alla TV a colori? «All’epoca i televisori a colori erano pochissimi. Bisogna aspettare ancora quattro o cinque anni per avere un cambio su grossa scala. Questo per il fatto che c’era stata una legge che aveva ritardato l’uso del colore in Italia. Per cui, si facevano le trasmissioni a colori, ma la maggior parte degli italiani le vedeva ancora in bianco e nero. Dobbiamo aspettare l’inizio degli anni Ottanta per vedere il Festival a colori». 

Le prime edizioni del Festival di Sanremo sono solo radiofoniche

I primi anni di Sanremo sono esclusivamente radiofonici. «Sì, per i primi quattro anni, dal 1951 al 1954, sono trasmessi da Radio Rai. I cantanti e i musicisti fanno tutte le prove nella sede Rai di Torino. Quando tutto è pronto, sia i cantanti più famosi che le cosiddette voci nuove, si trasferisce tutto a Sanremo, che era anche un po’ l’appendice rivierasca di Torino. Era il posto dove l’alta borghesia torinese andava a svernare. Si permetteva questo lusso, riservato alle famiglie più ricche, di passare alcuni mesi in Liguria perché il clima era più mite di quello rigido dell’inverno torinese. Per cui c’è questo legame, che noi abbiamo voluto in qualche modo ricostruire con la mostra, tra la città di Torino e quella di Sanremo». 

Festival di Sanremo agli albori: restano solo le fotografie

Le fotografie sono l’unica testimonianza visiva di quei primi anni della kermesse. «Abbiamo scelto di esporre fotografie che, a parte pochi casi, non riguardano il palco. Anche perché, poi, la mostra è integrata dal materiale delle teche Rai, che mostrano le esibizioni di alcuni cantanti di quegli anni. La mostra invece si concentra su tutto quello che riguarda il backstage. C’è una foto, che io adoro, della sala stampa. Immaginiamoci com’è oggi la sala stampa del Festival: uno dei posti più iconici, più affollati, frequentato da un numero sterminato di corrispondenti».

La sala stampa del Festival di Sanremo, ieri e oggi

Una sorta di Parlamento Europeo oggi. «Invece noi abbiamo la prima foto della sala stampa, che consiste in uno stanzino con un tavolo, su cui sono appoggiate sei o sette macchine da scrivere. Si capisce che l’interesse c’era, ma non era così spasmodico come adesso. Sarà poi soltanto con l’arrivo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti, che sono i primi casi che creano il personaggio, che si esce anche dall’ambito puramente musicale e si crea così un’attenzione mediatica. Il primo, per via di un successo anche al di fuori dell’Italia, e la seconda perché c’è questo caso se vogliamo sociologico. Questa ragazzina di sedici anni che va al Festival con una canzone che parla di se stessa. I giornali iniziano a interessarsi e soprattutto la TV inizia a espandere l’attenzione verso i personaggi del Festival anche attraverso altre trasmissioni». 

I Festival canori nascono per ravvivare i mesi turisticamente più morti

Si è raggiunto l’obiettivo iniziale dell’evento, cioè quello di ravvivare il Casinò nei mesi più scarichi turisticamente. Un po’ come il Festival del Cinema di Venezia. «Questa è una cosa che si dimentica sempre: queste manifestazioni nascono con uno scopo puramente turistico. Nel caso di Venezia si voleva prolungare la stagione estiva, rendendo settembre un mese ancora attivo. Nel caso di Sanremo, si voleva ravvivare un po’ febbraio, che era storicamente il mese più morto per il turismo rivierasco. Si è pensato a lungo a una manifestazione che portasse turisti anche nel periodo più freddo e spento della stagione». 

Anche Un Disco per l’Estate, è nato per dare al Casinò di St. Vincent un po’ di brio anche nella stagione calda, ma ha avuto vita molto più breve. «La longevità si deve al fatto che, poco a poco, è diventato il Festival della Televisione, più che il Festival della Canzone italiana. È un investimento più televisivo che canoro, benché negli ultimi anni le canzoni abbiano una loro dignità».

L’Archivio Publifoto conta 15mila scatti de Festival: il processo di selezione operato da Aldo Grasso 

Soltanto negli anni su cui si concentra la mostra, ‘51-’76, i fotoreporter di Publifoto hanno pubblicato 15mila scatti del Festival. «Il costume era quello: i fotografi scattavano un gran numero di fotografie. Per noi è stato un lavoro difficile tirarne fuori 85. Bisognava fare delle scelte, è stata una scrematura bella intensa, che viene fuori, da un lato, dalla scelta iniziale di soffermarsi sulle foto che raccontassero il Festival. Quindi, foto non del palco ma quello che succedeva dietro o fuori dal palco, anche nella città di Sanremo. L’altro criterio, in questi casi è sempre estetico. Abbiamo scelto delle fotografie che ancora oggi abbiano una forza iconica tale da essere dei piccoli racconti. Basta guardare uno scatto per vederlo sciogliersi e cominciare a raccontare molto più della sua apparente staticità». 

Dal Dopoguerra al boom economico, il Festival di Sanremo ha mostrato i cambiamenti della società e segnato l’appartenenza a una comunità

Il periodo dal 1951 al 1976 è denso di cambiamenti sociali. Si passa dagli anni del Dopoguerra al boom economico, poi la Summer Of Love, infine Piazza Fontana, che inaugura gli anni di piombo. Lo spettacolo assorbiva e proiettava i cambiamenti, segnando nel pubblico un senso di appartenenza alla comunità.

«L’intento della mostra non è storiografico, ma il clima di quegli anni si percepisce attraverso eventi traumatici che sono successi al Festival. Il suicidio di Luigi Tenco nel 1968 è proprio uno di questi momenti che racchiude le tensioni del Paese. Tensioni sia dal punto di vista personale, perché si parla dei fermenti di quegli anni, di cui Tenco era anche un cantore. Quando il privato diventa politico, si diceva allora. Poi, allo stesso tempo, dal punto di vista istituzionale. Il Festival, nonostante il suicidio di Tenco, non si ferma quell’anno, perché l’ordine era: Dobbiamo andare avanti, c’è tensione nel Paese. Quindi bisogna l’evento non sia un evento amplificatore delle tensioni nazionali, ma che sia una distrazione».

Come i rotocalchi raccontavano i cantanti

Mina al porto insieme al marinaio. «Quello che chiedevano i rotocalchi: volevano delle storie, in modo che nel giornale si potesse imbastire un racconto. I settimanali dell’epoca erano così, strutturati da racconti, che si trattasse di cronaca nera o rosa, perché occupavano ancora una funzione nelle famiglie, non essendoci ancora la televisione a coprire tutte queste storie».

Le condizioni del Festival di Sanremo e il valore attribuito alla musica

Il format del Festival. «Ci sono stati cambiamenti, legati al tipo di presentazione. C’è stata l’epoca Mike Bongiorno, quella di Pippo Baudo, quella di Fabio Fazio e ora Amadeus. È chiaro che il Festival e la scelta delle canzoni tendono in qualche maniera a riprodurre la personalità del conduttore. Si crea attorno una propria sensibilità, sia dal punto di vista della presentazione degli ospiti, sia da quello delle canzoni. Ci sono stati dei momenti con Baudo, con Fazio o anche con Bonolis, che sembrava quasi che le canzoni fossero meno rilevanti degli ospiti presentati sul palco. Uno dei meriti di Amadeus è stato di riportare la musica al ruolo di protagonista». 

Aldo Grasso

Il Professor Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere e docente di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano, è curatore della mostra fotografica presso le Gallerie d’Italia, a Torino, dal 1° febbraio al 12 maggio 2024 Non ha l’età. Il Festival di Sanremo in bianco e nero 1951-1976. La mostra consiste in 85 scatti, accomunati dalla stessa missione: raccontare per immagini il dietro le quinte del primo Sanremo, la sua evoluzione sociale e interna. L’importanza dell’Archivio Publifoto, da cui sono state prese le fotografie, qui è ancora più evidente, se si conta che per i primi tre anni la kermesse è stata trasmessa solo radiofonicamente. E anche con l’arrivo della TV, non è mai stato mostrato il vero lato backstage dell’evento nei suoi primi decenni, se non attraverso i rotocalchi che, grazie alla mostra, tornano a vivere.

Claudio Biazzetti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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