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‘To Soak Up’: assimilare e godere – sessualità e politica delle cose 

Soak Up corpi diversi si uniscono senza predominanza. Le fotografie di Ivana Sfredda e il coinvolgimento attivo delle forze non umane negli eventi, citando Jane Bennett

Cosa significa to Soak Up – e l’atto a-sessuale del soaking

Soak Up deriva da un termine anglosassone che indica l’atto di assimilare e godere nel farlo. Fa riferimento sia all’atto sessuale in cui due o più corpi si uniscono, ma anche più generalmente alla convivenza di diversi elementi in uno stesso spazio, che è la definizione utilizzata da Sfredda. La pratica sessuale del soaking, spiega la fotografa italiana, nasce infatti da «un bisogno fisico che sorge dalla volontà di unirsi e di assimilarsi, dello stare connessi l’uno dentro l’altro annientando i confini che delimitano un corpo da un altro». 

Nelle immagini di Sfredda i corpi non sono separati e nemmeno distinti a seconda della loro categoria di appartenenza, sono visioni provocatorie dove tutto è analizzato e guardato dallo stesso livello di senso. Che sia esso un fiore, una lumaca, una ragnatela o un umano, quello che interessa l’artista è la relazione tra loro e con ciò che li circonda. 

Soak Up – il titolo dell’ultimo progetto fotografico di Ivana Sfredda

L’ultimo progetto fotografico di Ivana Sfredda si intitola Soak Up ed è iniziato nel 2022 a Milano, anche se le immagini appartengono a periodi temporali precedenti. Forse iniziato più come esperimento, è un tentativo di inserirsi all’interno di una catena di relazioni umane e non umane che a primo impatto risultano inaccessibili e incompatibili. 

Il Geo-affetto, e la teoria di Mario Perniola in Sex appeal dell’inorganico

Più che di sessualità, si parla di forza attrattiva – geo-affetto – «capace di smuovere la materia apparentemente inerte e, in questo incontro transitorio, tra interno ed esterno, tra organico ed inorganico, si crea un processo nel quale i corpi perdono la loro forma originaria verso una dimensione più fluida».

La componente sessuale non è intesa come una pura ricerca di godimento ma diventa pulsione grazie alla quale la materia si trasforma in superficie sensibile. Riprendendo la teoria di Mario Perniola in Sex appeal dell’inorganico (1994), la sessualità è un punto di sospensione che definisce ‘sessualità neutra’: «questo distacco corporeo implica un sentire estraneo, cibernetico e neutro, un sentire diverso che permette l’accesso a nuovi orizzonti di contatto e convivenza».

Attraverso il mezzo fotografico e lo sviluppo di Soak Up, Ivana Sfredda vuole ritrovare quelle percezioni sensoriali legate all’infanzia e ai luoghi familiari. I soggetti che sceglie sono i più diversi, senza nessuna predominanza di categoria, sono rappresentati secondo uno sguardo ravvicinato e posti tutti su uno stesso piano. Corpi e spazi sono ridefiniti in coesistenza tra di loro.

Ivana Sfredda fotografa un sistema di relazioni – l’ispirazione dal manuale di Jane Bennett Materia Vibrante. Un’ecologia politica delle cose

«Che cosa attrae un elemento all’altro? Che cosa muove la vitalità della materia?» – queste le domande che l’artista visiva si pone. Sfredda trova risposte nel manuale del 2023 della teorica politica Jane Bennett, Materia Vibrante. Un’ecologia politica delle cose, che ridefinisce i concetti di geo-affetto e vitalità materiale come un impegno metodologico a evitare l’antropocentrismo e biocentrismo. 

In Materia Vibrante, Jane Bennett, rivoluziona la prospettiva tradizionale, focalizzandosi sulle cose anziché sulla percezione umana delle stesse. Bennett introduce il concetto di ‘materialità vitale’, evidenziando il coinvolgimento attivo delle forze non umane negli eventi. L’autrice esamina come una visione più ampia, considerata come risultato di configurazioni di forze umane e non umane, possa influenzare le analisi politiche globali. 

L’indagine di Bennett si concentra sull’analisi di oggetti comuni e fenomeni fisici, mettendo in evidenza la potenza vitale di formazioni materiali come discariche e sostanze chimiche. Si discutono anche le implicazioni politiche e teoriche del materialismo vitale, enfatizzando la necessità di politiche più responsabili ed ecologicamente sostenibili. 

In questo nuovo sistema di coesistenza non c’è supremazia: l’unico elemento più potente è l’energia relazionale che muove uno o più corpi a unirsi e assimilarsi (to soak up). Si tratta di una pulsione vitale, non prettamente sessuale, della materia che si attrae, dove il geo-affetto riconsidera il corpo in quanto tale, di qualsiasi specie sia, ed immerso in una fitta rete di relazioni.

Ivana Sfredda e la scelta di uno sguardo macro

Ivana Sfredda fotografa i soggetti da vicino. Le figure perdono i bordi e si uniscono fino a creare un unico corpo comunicante. Nelle immagini passa da corpi singoli a frammenti di corpi diversi (un braccio nella bocca di una mucca, una mano nelle interiora di un pesce, o ancora una lumaca sopra una bottiglia di detersivo) nell’atto di assimilarsi.

«La visione quasi macro diventa lo strumento tecnico per creare un focus specifico su quel momento (soaking up) che stabilisce l’unione di due elementi». ‘Una lente che si insinua’, in grado di restituire una visione che superi anche i limiti dell’occhio umano, creando una prospettiva nuova ed universale, uno spazio di ascolto e di contatto con tutto il percepibile circostante.

Il concetto di spazio nella fotografia di Ivana Sfredda

Da un lato esiste lo spazio all’interno del quale questi corpi sensibili si muovono e dal quale sono influenzati nei loro movimenti. Può essere uno spazio di varia estensione e natura. Dall’altro lato si considerano i corpi stessi come terreno di frontiera e spazio di trasformazione.

In un progetto precedente, Leak Out (2022) Ivana Sfredda affronta la tematica dello spazio riducendo il campo d’azione esclusivamente allo spazio domestico della sua casa di Termoli  e di Milano. 

«L’ambientazione è parte integrante delle relazioni rappresentate nelle immagini. Qui i corpi operano come degli ecosistemi, come alleanze trans-specie che non possono fare a meno di contaminare ed essere contaminati dal contesto che abitano: il corpo domestico, la casa, diviene un dispositivo vivo e sensibile».

La reazione come spazio di indagine 

Soak Up non opera all’interno di margini circoscritti, le fotografie non appartengono a nessuna specificità geografica ma raccontano la sconfinata dimensione delle relazioni e del contatto. I corpi stessi, la loro pelle, o superficie esterna diventano spazi porosi in grado di sentire le altre cose che incontrano. Tutti gli elementi presenti nel sistema sono infatti ‘cose che sentono’, e le esperienze che intrecciano raggiungono un livello non tanto personale ma universale.

Il progetto di Ivana Sfredda è ancora aperto a possibili evoluzioni proprio perché si pone come esercizio quotidiano al pensare, al farsi influenzare dalle moltitudini che ci circondano e che conteniamo al nostro interno. La fotografa anticipa come, in questo processo continuo, stia già subendo un nuovo sviluppo, riflettendo sul rapporto con il proprio corpo in relazione a quello degli altri ed al concetto di corpo contemporaneo iper produttivo. 

Ivana Sfredda, luogo d’origine e nuove città

Ivana Sfredda (1995), nata nella campagna di Termoli pullulante di creature da scoprire, si sposta prima a Torino, poi a Milano per approfondire la sua educazione all’arte visiva e al mezzo fotografico, vivendo la città e gli incontri ma mantenendo sempre vivo il sentimento verso i luoghi d’infanzia.

Claudia Bigongiari

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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