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Gli antipatici, quelli insopportabili

Ritratti e stereotipi degli antipatici – una donna antipatica la abbiamo incontrata tutti, un uomo antipatico sappiamo come si chiama

Gli Antipatici di Oriana Fallaci: Bergman, Nilde Iotti e l’antipatia della superbia

Il titolo di questo articolo arriva in prestito da un libro di Oriana Fallaci edito da Rizzoli. In copertina, sotto Gli Antipatici in bastoni, la grafica prevede i nomi di profili esemplari, scritti a mano. Ingrid Bergman, Nilde Iotti, Federico Fellini, Cayetana d’Alba, Porfirio Rubirosa – così discorrendo. Il gioco lo conosciamo: l’elenco degli antipatici è di tale rispetto che l’onore di essere inclusi distende il cipiglio per l’appellativo sprezzante.

Per tanti, ritrovarsi antipatici in società è un vanto più che un rammarico. C’è chi coltiva il proprio atteggiamento distaccato producendo quel poco di soggezione che fa gioco negli affari come in amore, e in quanto altro. L’antipatia può derivare dalla superbia, se la superbia nasce da un merito al proprio talento, questa antipatia sia trasforma in aurea e poi in leggenda. Su questo emisfero culturale, si sofferma Oriana Fallaci elencano una rosa di antipatici.

Lo stereotipo dell’antipatico

Diversamente, io vorrei concentrarmi sugli stereotipi che vivono all’emisfero opposto di quello raccontato da Fallaci. Su quei casi umani che vivono per esser simpatici a tutti, e che invece tutti evitano perché precisamente antipatici. Lo stereotipo di quello che ti annoia, che ti irrita con le sue locuzioni, le sue cortesie strategiche – rimanendo comunque convinto di esserti simpatico più della gente che frequenti abitualmente. Addirittura crede di muovere in te fiducia e finanche amicizia – mentre tu stai solo pensando a come ridurre ogni probabilità di contatto.

L’antipatica, declinazione al femminile dello stereotipo generico: una boomer a tavola da Nobu

Ovvia retorica femminile: l’antipatica ce l’hai sempre intorno. È quella che vuole venire alla tua festa. Tu l’avresti tralasciata, ma tant’è – inutile dare sgarbo, ti illudi. La inviti. L’antipatica ti risponde entusiasta che viene insieme a una sua amica, e che per cortesia tale sua amica sarebbe meglio fosse seduta a tavola vicino a lei. Te ne tesse le lodi, intellettuali ed estetiche – quando si sa che l’antipatica si porta appresso solo amiche che le appaiono inferiori e che l’antipatica stessa è già un caso critico su entrambi i fronti. Alla tua festa ti ritrovi due casualità stereotipate che si fermano nell’angolo, sedute a parlare tra di loro, tra noia e imbarazzo. Non bevono vodka, solo un poco di vino bianco che le bollicine disturbano gli acidi. Ci tengono a intrattenerti su filosofia e Baci Perugina – è la tua festa, i tuoi amici stanno arrivando – ma l’antipatica è convinta tu ti diverti più con lei e con la sua saggezza poliglotta.

Dopo sei mesi, l’antipatica riappare: si siede a tavola, invitata da Nobu. Pagano gli uomini, per i quali dà per scontato sia sempre un piacere averla. Premette, bisogna scusarla, l’antipatica non ha piacere a dividere la selezione di sushi flambé e ordina salmone selvaggio e carne wagyu – oppure un filetto ripieno al tartufo cotto in crosta di pane. Una seconda mano di tartufo è grattugiata fresca – l’antipatica rompe la crosta, assaggia la carne e dice che no, è troppo cotta – se è possibile averla più al sangue, e la rimanda indietro.

La conversazione con l’antipatica cade sempre su un ragionamento sui social. Che sia per darti un riferimento concreto di quello che ti sta raccontando, che sia per dimostrarti la sua aggiornata comprensione del mercato del lusso. Ovviamente, l’antipatica è una boomer.

L’antipatica a casa di amici: chiacchiericcio posticcio e stereotipato

Utilizza frasi da funzionario della Nasa: «sono in casa di amici in modalità relax» – e l’orticaria aumenta per quel di amici generico da suonare come un dettaglio irrilevante – ovvero: tu. Gli amici per lei sono accessori, contorni e contesto: opzionabili per fare un viaggio in barca. Alternativamente, vanno bene gli sconosciuti – meglio, le fa piacere conoscere persone nuove.

Caffè e contro caffe, vi spostate in salotto. Sono le tre di pomeriggio, il camino è acceso in un sabato nebbioso di inverno. L’antipatica risponde al telefono, la vedi che si alza per spostarsi come ogni forma post protozoica sa che bisogna fare – ma no, l’antipatica si avvicina alla finestra, ma resta lì: il tono di voce alto, limpido e costante. Al telefono c’è l’amica inferiore. L’antipatica inizia a raccontarle della conversazione che ha avuto con un disagiato che le ha chiesto di uscire – ma il vero intento dell’antipatica è fare sapere a te – non alla sua amica – sia quanto la sua vita emotiva sia complessa, sia quanto le sue amiche sentano il bisogno di starle vicino. L’antipatica possiede la certezza che qualunque cosa chiunque altro stia facendo, non sarà mai paragonabile, per qualsivoglia rilevanza, al suo chiacchiericcio posticcio e stereotipato che così tanto la soddisfa.

L’antipatico, declinazione al maschile dello stereotipo generico: Amadeus

Passiamo allo stereotipo maschile, che possiamo qui così ben definire e sintetizzare fino a dargli un nome proprio: Amadeus. Per 360 giorni all’anno, il problema lo annienti cambiando canale. Purtroppo negli ultimi cinque anni, quei restanti cinque giorni sono quelli di Sanremo. Per cinque giorni la voce di Amadeus imperversa su Rai Uno e non solo. Anche il volto – ma non mi cimento a disquisire di fisiognomica facciale – sarebbe troppo anche per chi fosse a digiuno da ieri mattina.

Legge i nomi dei cantanti, e te li ripete – come quando a scuola elementare, la maestra ti ripeteva il testo da riassumere una seconda volta, perché una terza mai ci sarebbe stata. Un modo di fare compiaciuto, pieno di aggettivi: ogni donna è straordinaria – certo, anche se nessuna sarà mai all’altezza di Fiorello. Era da dieci anni che Sanremo non era vinto da una donna – e di questi dieci anni, Amadeus ne ha condotti gli ultimi cinque. Potrà anche essere un caso, ma Amadeus non perde occasione per ripeterci quanto sia stato attento alla selezione dei cantati in gara. Le giacche di plastica firmate Gai Mattiolo sono pagate con il budget disposto dalla Rai, quindi da noi contribuenti pubblici – mi autocensuro qui.

Ogni Sanremo condotto da Amadeus è un festival meraviglioso

Per ogni festival di Sanremo condotto da Amadeus, Amadeus ci conferma che si tratta di un festival meraviglioso. Tutti i Festival di Sanremo sono meravigliosi, certo – in particolare, quello che stiamo seguendo. I cantanti selezionati da lui sono meravigliosi. Gli autori sono meravigliosi. La scena de Il Ballo del Qua Qua con John Travolta era stata scritta nel dettaglio e condivisa con Travolta in tutto il dovuto anticipo: purtroppo non è stata una improvvisata venuta male, ma studiata in ogni lugubre dettaglio.

Giovanna, la moglie di Amadeus: Angelina Mango e Teresa Mannino

In prima fila, centro platea, primo posto prioritario a favor di camera, c’è sua moglie Giovanna. Il venerdì sera, la regia continuava a inquadrarla – evidentemente qualcuno si è accorto dell’esagerazione, e il sabato la regia ha ritrovato un minimo di decenza, contenendosi. Una corte monarchica – spavalda come quella dei Borgia, sgargiante come quella di Luigi XV a Versailles. La moglie di Amadeus partecipa ogni scelta di Amadeus – Angelina Mango, ringraziava lei, Gio, dal palco con il premio in mano. Teresa Mannino è stata voluta da lei, Giovanna, che vuole diventare una regina dei social, un’influencer. Non è bastata la multa dell’anno scorso, per quella umiliazione che abbiamo assistito sulla Rai, televisione di stato. Ruolo simile per il figlio quindicenne, che seleziona per il padre i cantanti della sua generazione: idolo twink, primo comando dell’esercito Mengoni, labiale perfetto sul ritornello di Geolier.

Tale è la mania di protagonismo di Amadeus che neanche l’ultima scena viene lasciata, come di consueto, alla vincitrice del festival: ci ritroviamo a vedere Amadeus e Fiorello salire in una carrozza da matrimonio da favola – che quanto meno, un bacio in bocca tra loro due, poteva chiudere tutto in fluidità. Titoli sul claim Sanremo SiAma – niente di meno.

Sanremo, Giuria Demoscopia e Televoto

Amadeus ha eliminato la giuria demoscopica – perché non poteva essere un quarto asset di votazione per Sanremo? La stampa, le radio, il televoto e la giuria demoscopica. Un quarto in percentuale a tipologia di giuria. Amadeus vuole il televoto perché la selezione dei cantanti da lui condotta non si basa sulla qualità musicale delle canzoni – ma sul seguito social di chi queste canzoni le canta; sul potenziale tormentone che queste canzoni possono diventare tramite i social.

Lo sdegno per Amadeus e per la RAI: il rifiuto di Sinner, i fischi di Geolier, le parole di Cazzullo e Saviano

Mi chiedo perché possano valere così tante mie righe di sdegno nei confronti di Amadeus. La risposta mi commuove: Sanremo è uno specchio culturale del paese. Cultura popolare, costume – possiamo definirlo come vogliamo – ma un evento televisivo come questo, seguito da 7 persone su 10 in Italia, è un osservatore sociale e sociologico. Sinner ha rifiutato di andare su quel palco per evitare il disagio in cui Amadeus e i suoi autori lo avrebbero coinvolto.

Il ruolo della RAI è un aggregatore dell’identità nazionale: i fischi a Geolier non sono liquidabili come un fastidio di spettatori anziani che hanno comprato il biglietto all’Ariston. Quei fischi hanno mosso le penne di Cazzullo e di Saviano, hanno portato a galla un argomento di antimeridionalismo, come se davvero contasse qualcosa che Carlo di Borbone sia andato ai funerali di Vittorio Emanuele.

Mi sono tornati a mente i numeri fissi da centralino che continuo a bloccare quando ricevo televendite. Rispondi, riattacchi, richiamano, blocchi, non blocchi, rinunciano. Quanti sono quei numeri? Potrebbe forse esistere un software, uno strumento informatico, capace di generare utenze per mimare numeri diversi? Potrebbe essere che aziende di call center basate in alcune regioni dell’Italia meridionale abbiamo programmatori capaci di riversare una quantità spropositata di sms da un computer, piuttosto che da un pubblico da casa?

No, non si tratta solo di canzonette.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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