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ON CLIMATE CHANGE – Photo essays by Alessandro Albrecht, Matteo Capone, Emilio Perillo, Olga Shapovalova, presenta i lavori selezionati nell’ambito del concorso fotografico indetto dal Forum Austriaco di Cultura Roma
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Come raccontare il cambiamento climatico senza sensazionalismi

In conversazione Tommaso Perrone, direttore di LifeGate, Silvia Moroni, alias Parla Sostenibile e Andrea Grieco, divulgatore, attivista e LinkedIn Top Voice su ambiente e cambiamenti climatici

Cosa significa raccontare il cambiamento climatico – per scongiurare che l’informazione sul tema finisca per saturare sé stessa

In un momento in cui i nuovi media, ormai prima ancora dei giornali tradizionali, hanno assunto un ruolo predominante nella formazione dell’opinione pubblica ma anche in parte nella precostituzione dell’agenda setting, comprendere quali strumenti e modelli di comunicazione sul clima risultino più efficaci per informare in modo corretto e funzionale è diventato un tema su cui riflettere, tra cittadini e istituzioni, politica e singoli amministratori, ma soprattutto tra comunicatori stessi. La divulgazione ambientale deve fronteggiare uno scenario in cui le persone sono esposte, da una parte e dall’altra, a posizioni che si pongono agli antipodi, costruendo e decostruendo allo stesso tempo una narrazione su cui la scienza si è già espressa da tempo senza mezzi termini: da una parte il negazionismo, che è portato a rappresentare determinati interessi politici ed economici, dall’altra l’allarmismo, che seppur posto sui presupposti scientifici può risultare una fonte di assuefazione in merito alla reazione del pubblico di fronte a notizie di una certa portata. Una circostanza che si è potuta constatare anche con altre emergenze del passato e del presente, in primis il Covid e il conflitto in Ucraina. Nel mezzo di questo vortice, esiste lo spazio per un’informazione affidabile e corretta, a maggior ragione se prenda in analisi non solo i comportamenti sostenibili del singolo cittadino, e quindi consumatore, ma soprattutto un cambio di paradigma nel nostro sistema economico e produttivo globale. Il tutto partendo da una riflessione coscienziosa e partecipativa delle scelte politiche e di natura economica dei nostri rappresentanti. 

Comunicare la crisi climatica: Tommaso Perrone, Silvia Moroni, Andrea Grieco 

Attraverso le voci di Tommaso Perrone, direttore di LifeGate, Silvia Moroni, green content creator conosciuta sui social anche come Parla Sostenibile e Andrea Grieco, divulgatore, attivista e LinkedIn Top Voice su ambiente e cambiamenti climatici, questa conversazione si propone di immaginare a quali modelli comunicativi possiamo fare affidamento d’ora in avanti, scandagliandone obiettivi, eventuali chiamate all’azione, responsabilità dirette e indirette nei confronti del pubblico e dei cittadini. È giusto approcciarsi all’informazione partendo dal cogliere l’importanza di un’azione collettiva? La popolazione, che sta aumentando la propria consapevolezza del fenomeno, può avere le capacità e la cognizione per fare parte di un cambiamento radicale o rischia di cadere nell’immobilismo di un limbo in cui c’è spazio solo per l’attesa di ciò che accadrà e per la mera gestione quotidiana di ciò che sta già accadendo?

Tommaso Perrone: l’informazione come chiamata all’azione

La confusione che vivono lettori e utenti del web è accompagnata, a sua volta, dalla viralità dei contenuti che si mimetizzano con tutto ciò che di altro possiamo vedere sulle piattaforme social, oltre che dalla capacità di quest’ultimi di creare dibattito e partecipazione emotiva in merito ai danni dei cambiamenti climatici. Tutto questo però, secondo il direttore di LifeGate, non deve prescindere dalla necessità di entrare in un’ottica di partecipazione concreta e chiamata all’azione, basate sulla consapevolezza ormai confermata dalla comunità scientifica che le cause del climate change siano da collegare alle azioni dell’uomo e del suo sistema industriale, quindi in primo luogo dello sfruttamento dei combustili fossili.

«Il punto, secondo me, è un altro. – Ha spiegato Perrone – Non credo che le persone abbiano per forza il dovere di uscire da questo vortice informativo, perché tutto ciò rappresenta un processo inevitabile. L’informazione, ormai, si fa quasi tutta così: l’abbiamo visto con la pandemia e con la guerra in Ucraina. Allo stesso tempo però, come è successo con la pandemia, non ci dev’essere una finalità a portare dalla propria parte più persone per vincere una partita tra fazioni. Anche in questo frangente, istituzioni, organizzazioni internazionali e decisori politici devono porsi con chiarezza e fermezza alla popolazione, partendo dal presupposto comune che un modo per affrontare il problema c’è, che ci piaccia o no. Il nostro modo di fare informazione è finalizzato ad accrescere la consapevolezza riguardo al fatto che quello che stiamo vivendo sia reale e abbia delle responsabilità umane oggettive, ma purtroppo il rischio è che la cronaca diventi talmente forte e preponderante che, come successe per la pandemia, raggiungeremo un punto in cui ormai non ci sarà più niente da negare e l’informazione avrà già raggiunto il suo obiettivo”.  

Comunicazione climatica: I negazionismi, tra stimoli della politica e interessi individuali

«Non credo che i negazionisti veri e propri, intesi come persone, cittadini e opinione pubblica che non credono con cognizione di causa nel cambiamento climatico siano davvero tra noi. – Ha aggiunto Perrone – Penso invece che esistano personaggi, giornalisti e figure del settore televisivo che, per interessi economici, professionali, politici o strettamente personali decidono di portare avanti determinate tesi per rimanere protagonisti del panorama mediatico ed evitare di essere messi in disparte. Molti di quelli che vediamo oggi in televisione, per esempio, non li considero negazionisti ma persone che, sulla base del tema di cui si sta parlando, scelgono semplicemente di prendere la posizione meno popolare e scientificamente meno avvalorata. Il vero problema dell’informazione oggi, invece, è che fino a 48 ore fa non si era ancora compreso a pieno la portata della questione. Soltanto quando centri nevralgici come Milano e Roma hanno subito i danni che abbiamo potuto notare tutti, si è iniziato a valorizzare il tema ponendolo in prima fila nelle notizie. Finché l’impatto della crisi climatica si registrava in zone periferiche, di provincia o rurali, l’agenda setting era impostata in un modo, mentre ora sembra stia cambiando tutto proprio sulla base di un coinvolgimento diverso. Anche l’agenda politica, forse, sta iniziando a rimodularsi per gestire l’emergenza, mi riferisco alle recenti dichiarazioni di esponenti del governo come il Ministro della Protezione Civile Musumeci per esempio, che nonostante non abbia ancora collegato le cause alle attività umane, ha ammesso almeno l’esistenza di queste criticità e espresso la necessità di un intervento repentino e programmatico. Come informazione, però, a noi questo interessa poco: la comunicazione sull’ambiente deve portare, sostanzialmente, a delle azioni concrete da parte dei tavoli amministrativi. L’informazione dev’essere un supporto, quindi, portando la coscienza collettiva, e quindi anche politica, a rendersi conto di un cambiamento che non va opzionato ma messo in atto senza esitazione».

Parlare della crisi climatica negando le sue cause non risolverà il problema: I combustibili fossili

L’utilizzo dei combustili fossili e le emissioni di CO2 rappresentano le cause principali del riscaldamento globale e del cambiamento climatico. E, se in passato la mitigazione di questo sistema produttivo poteva sembrare solo una delle tante possibilità, ora è invece l’unica strada per affrontare con metodo questa emergenza planetaria. E lo stesso vale per un eventuale dibattito politico e pubblico sul tema.  

«La sola mitigazione delle cause principali che ci hanno portato a questo scenario, quindi la riduzione delle emissioni causate da carbone, petrolio e gas, non è più sufficiente. – Prosegue Perrone – Al contrario, se si agisce solo sulla prevenzione e la gestione dei fenomeni estremi legati al clima, il rischio è quello di vivere in una costante condizione di emergenza che non ci possiamo permettere. Quindi è il momento di agire su entrambi i fronti: mitigazione e adattamento. A differenza del Covid 19, infatti, non arriverà mai un vaccino per la crisi climatica, bensì l’opportunità di cambiare approccio nel nostro sistema economico-produttivo. Soltanto nel momento in cui smetteremo di bruciare combustibili fossili potremo sperare che nei successivi dieci anni i fenomeni che stiamo vivendo ora si vadano lentamente a stabilizzare. È una specie di effetto domino che oggi ci porta a convivere con le conseguenze delle emissioni di dieci anni fa, e lo stesso varrà per il futuro». 

«Ecco perché la prima funzione dell’informazione dev’essere quella della chiamata all’azione politica, non intesa come dibattito ma come vera presa di posizione in termini di paradigmi industriali. Sulle questioni scientifiche, il dibattito politico lascia il tempo che trova perché ormai non c’è più spazio per il dibattito: conosciamo tutti le cause di questa emergenza e noi comunicatori non possiamo fare altro che spingere affinché ci sia un’azione immediata e funzionale. Per esempio la cosa che più mi colpisce è che il dibattito social, all’interno della nostra community e a differenza di quelle delle testate generaliste che stanno trattando il problema, è relativamente basso: questo significa che quando l’editore tiene fermo il punto, la tipologia di reazione è molto più contenuta rispetto all’allarmismo di massa. Per questo dico che non bisogna proprio dare spazio al dubbio: così si da solo terreno fertile a posizioni dannose che, forse, nemmeno sono riconducibili davvero a persone fisiche e reali. Questo è un po’ il gioco dell’infotainment televisivo, d’altra parte: scegliere chi la pensa in un modo e chi in un altro, metterli insieme nello stesso studio a discutere e creare divisione. Non c’è nulla di più sbagliato di questo fraintendimento della par condicio, che nel caso di verità fattuali espresse dalla scienza non regge e non può essere sostenibile nel lungo periodo». 

Raccontare la crisi climatica con Silvia Moroni: i social tra coinvolgimento e conoscenza della propria community

Il modo in cui interagiamo con il clima sta radicalmente cambiando e lo sa bene anche Silvia Moroni, che sensibilizza e informa da anni la sua community giorno dopo giorno attraverso un linguaggio che, necessariamente, deve differenziarsi in base ai target e alle piattaforme di riferimento. I social hanno acquisito un ruolo fondamentale nel plasmare le nostre opinioni, influenzando le nostre scelte e modellando le nostre interazioni. In questo contesto in continua evoluzione, emergono voci significative come quella appunto di Moroni, sui social conosciuta come Parla Sostenibile, che rappresenta a pieno l’importanza dei social in fatto di sensibilizzazione e mobilitazione del singolo.

«Non tutte le comunicazioni e le informazioni sono per tutti, sia per la loro complessità che per il pubblico di riferimento. – racconta Moroni – Se guardo la mia esperienza personale, credo ci sia il bisogno di una comunicazione diretta a dei target ben specifici. Io, per esempio, mi informo su canali che non sono gli stessi in cui si informano le persone che appartengono alla mia community. In questo contesto, emerge un fraintendimento diffuso che è quello di confondere la disobbedienza civile con la comunicazione. Mi riferisco, per esempio, al caso degli attivisti di Ultima Generazione: è sbagliato considerare le loro azioni come parte di un processo di comunicazione, perché rappresentano a tutti gli effetti scelte di disobbedienza civile che sensibilizza ma non ha l’obiettivo diretto di informare. Ovvio, quindi, che le persone con una consapevolezza minore sul tema possano cadere in questi fraintendimenti ed è per questo motivo che la comunicazione deve passare da linguaggi e strumenti diversi a seconda di chi si ha di fronte. Per me, si dovrebbe parlare solo di teoria ma le persone vogliono soprattutto la concretezza: trovare quindi un equilibrio tra una comunicazione che informi e una che porti alle scelte pratiche è sicuramente la prima sfida da affrontare». 

Comunicazione climatica: contenuti e azioni sostenibili bastano?

Il limbo dell’attesa e l’interrogativo su ciò che può fare il singolo cittadino per fronteggiare la crisi climatica e fare la sua parte è un punto cruciale. In questo senso, i social giocano un ruolo chiave perché l’esposizione repentina ai contenuti rende questo interrogativo ancora più complesso. 

«Personalmente trovo interessante la scelta di portare le persone ad attuare comportamenti sostenibili, nel momento in cui i contenuti hanno un impatto significativo non solo nelle scelte del singolo ma in quelle di tutta una comunità: le dinamiche corporative e aziendali, gli indirizzi politici, l’attenzione costante e personale al problema. I consigli e i contenuti sui social, quindi, non possono essere altro che l’inizio di un percorso all’interno di un contesto più ampio di consapevolezza collettiva. Una cosa da dover approfondire, in questo senso, è il rapporto tra il tema e i grandi influencer: negli ultimi giorni ho notato che molte personalità dei social, soprattutto figure che non si occupano di ambiente, si sono espresse a riguardo con grande veemenza e partecipazione. In questo senso, sono molto curiosa di vedere se questa sorta di mobilitazione continuerà e se, in quel caso, potrà contrastare la destagionalizzazione del problema e il calo di interesse che purtroppo spesso si registra quando i fenomeni estremi iniziano momentaneamente a placarsi. Mi piacerebbe capire se possono dare un aiuto, anche di fronte ai negazionismi, facendo leva sulle community enormi che possiedono. Sono pessimista riguardo ai decisori politici e soprattutto a quelli che ci governano attualmente, prima di tutto perché hanno un’impostazione culturale e ideologica lontana da quello di cui si sta parlando, quindi confido davvero nelle potenzialità di figure che, grazie al loro bacino di utenti, possono veicolare contenuti e messaggi sostenibili influenzando, più di quanto lo possa fare questa classe politica, le coscienze delle persone e quindi anche quelle della comunità intera. Una cosa di cui sono certa e ottimista è che le persone possono capire, attraverso questi step, quanto siano importanti la propria consapevolezza e le azioni utili per fare la propria parte».

Andrea Grieco spiega la crisi climatica: educazione ambientale e cultura collettiva

La consapevolezza ambientale è soprattutto una questione di educazione quotidiana e di cambio di mentalità, spesso non favorita dallo storytelling giornalistico delle testate tradizionali. Lo sostiene Grieco, che da tempo sulle sue pagine social ha scelto di utilizzare una comunicazione forte e d’impatto, con l’obiettivo di mettere le persone di fronte alle evidenze che i cambiamenti climatici ci stanno mostrando. La saturazione delle notizie sul clima può rappresentare infatti una forma di stallo per gli utenti, ma solo se quest’ultime non vengono esposte in funzione di un inter-connessione tra cittadini, media, istituzioni sociali ed educative e realtà territoriali e amministrative.

«La narrazione della crisi climatica ha avuto un andamento molto definito e la sua curva è molto chiara. – spiega Grieco – Nasce come qualcosa che è fortemente connesso con le considerazioni scientifiche, e quindi i dati e gli studi, ma nel tempo si è trasformato in qualcosa che rimane lì: fermo a guardarci, rimanendo “data-based” ma senza lo step definitivo e ulteriore che ci porterebbe a quel cambio culturale e politico che tutti ci stiamo aspettando. Identificare un evento estremo come una conseguenza della crisi climatica, per esempio, rappresenta ancora un tabù per molte persone: l’utilizzo delle parole, dei concetti e delle informazioni corrette è estremamente importante se si vuole una volta per tutte cambiare la visione delle persone e l’approccio che hanno di fronte a fenomeni naturali di una certa portata. Come dico sempre, non stiamo parlando di maltempo, ma di conseguenze dirette della crisi climatica in atto. Sulle testate generaliste, infatti, non si parla mai direttamente di crisi climatica perché l’obiettivo è quello di non spingere la singola persona a vivere negativamente la situazione, ma riportare un dato solo dal punto di vista giornalistico, che non è un dato globale e nemmeno circostanziato. Sto parlando del cosiddetto effetto framing, tipico dell’informazione, che porta a porre una notizia sotto una veste diversa in base a come viene raccontata. Questo dimostra quanto sia importante l’utilizzo delle parole ma soprattutto quanto tutto questo porti a sentirci ancora più impotenti di fronte a fenomeni di tale portata, impotenza che può e dev’essere sublimata attraverso azioni concrete che possono nascere attraverso la riappropriazione di quegli spazi di dibattito e confronto collettivo. Ripartire quindi da quello che è il bisogno del singolo e della comunità, mettendo al centro la strada giusta per contribuire al raggiungimento di un percorso e di normative che tutelino la comunità. Il processo partecipativo dev’essere qualcosa di reale: si parla sempre di processi diplomatici e partecipativi ma non si intende mai realmente il loro vero significato. Fondamentale in questo senso è ragionare sulla base di un vero e proprio patto di filiera, dove tutti partecipano allo stesso modo e prendono parte al processo trasformativo della società proponendo delle soluzioni senza ovviamente dimenticare le cause dirette di questa crisi. Non è altro che la forma più utile di democrazia che parte dal basso, nata e costruita per il bene comunitario».

Gli interrogativi sbagliati della comunicazione ambientale: cosa si può fare all’origine?

«L’istituzione, da sola, non può fare abbastanza. – Prosegue Grieco – Dal mio punto di vista ci stiamo ponendo da troppo tempo le domande sbagliate e cadendo in tunnel cognitivi che non ci permettono di entrare in un percorso efficace, duraturo e partecipato. La vera questione non è “Cosa deve fare l’istituzione alla base” ma “Cosa possiamo fare tutti assieme, manifestando il concetto di Polis dell’antica Grecia dove tutti prendono parte alle decisioni. Riguardo alla saturazione dell’informazione sul clima, la stagionalità del problema ormai non esiste più: la tropicalizzazione dell’area mediterranea si tocca con mano e si può vedere con i propri occhi, mentre in vista delle prossime elezioni europee sono sicuro che questo inverno il mondo della comunicazione darà molto spazio alle posizioni politiche riguardanti il clima, con il semplice obiettivo da parte dei rappresentanti europei di spostare delle masse importanti di consenso. La situazione, alla fine, è questa: se da una parte a livello planetario sta succedendo di tutto, dall’altra c’è una risposta negazionista che cresce ed è fomentata da una classe politica, sociale e giornalistica che vuole silentemente darle appoggio. Perciò, oggi il vero problema secondo me non è tanto la saturazione delle notizie, ma la possibilità che l’indifferenza a queste stesse notizie aumenti grazie appunto a posizioni che vanno in contrasto con le verità scientifiche. E se poi tutto ciò va a braccetto con il consenso elettorale e la perdita di responsabilità del singolo, lo scenario che ci troviamo davanti pone molte più inquietudini di quelle che può generare un interrogativo di quel genere. Lo scollamento dalla realtà non ha ridotto solo le responsabilità del singolo, che per definizione è e dev’essere parte della collettività, ma anche l’etica che sta alla base delle nostre scelte e dei nostri comportamenti».

 Il rapporto con l’attivismo climatico e performativo

In questo contesto in cui attivismo, militanza e informazione si uniscono legittimamente per conseguire finalità comuni, c’è comunque ancora una sfumatura strumentale con le sue criticità e i suoi limiti, come ha voluto sottolineare lo stesso Grieco: «Una parte di content creators e influencer, purtroppo, ha capito che con i contenuti sul clima si può guadagnare mercificando il concetto di sostenibilità. E, nel momento in cui capisci che un tema può essere una proficua fonte di guadagno, le tue scelte andranno sempre e comunque in una direzione performativa continua. Tantissimi utenti mancano di una vera cognizione di causa e non hanno accesso a un certo tipo di informazione, perciò un’esposizione di questo tipo è solamente dannosa e distoglie l’attenzione da quelle che sono le vere soluzioni, molto più complesse e difficoltose rispetto ai consigli domestici o alle prese di posizione personali, che possono solo rappresentare un modo per arginare il problema nel breve periodo e sentirsi parte di un cambiamento. Tutto questo, però, risulta inutile se visto con l’occhio del singolo e non con quello di una comunità globale che deve unirsi per stravolgere tutto ciò a cui siamo stati abituati finora».

Matteo Mario

alberi caduti dopo la tempesta a Milano
alberi caduti dopo la tempesta a Milano

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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