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Un aggiornamento sui numeri dell’industria moda con Francesca Romana Rinaldi

Dalle fabbriche cinesi di Shein all’industria della moda occidentale, filiere produttive opache e poca trasparenza – 70 marchi su 250 analizzati hanno punteggi tra lo 0 e il 10% – Francesca Romana Rinaldi

Il punto di Francesca Romana Rinaldi sullo stato dell’arte del settore moda

Squadernando un’estesa casistica aziendale, in L’Impresa Moda Responsabile (Egea, 2022) Francesca Romana Rinaldi condivide i dati sull’evoluzione delle catene sostenibili e fa il punto sullo stato dell’arte del settore moda. Ragionare la moda come un compartimento stagno non è possibile: una rete di collegamenti intersettoriali la pone al centro di dinamiche che coinvolgono il territorio, le materie di cui questo si compone, i media, le arti applicate e figurative. La moda è un’industria culturale, calata in un preciso contesto sociale e ambientale con cui deve fare i conti e stabilire un equilibrio economico di lungo termine. Tuttavia in un settore che va ai mille orari, costantemente bombardato dal doppio fuoco di trend e scadenzari, il lungo termine non è banale. 

Colossi del fast-fashion e impossibili cambi di narrativa 

Le emissioni di gas a effetto serra del settore si stima aumenteranno di circa 2,7 miliardi di tonnellate l’anno entro il 2030, riflettendo un tasso di crescita annua del volume del 2,7% (McKinsey & Company e Global Fashion Agenda, 2021). La Commissione Europea ci informa che la quantità totale annuale di microplastiche che si formano o che si perdono nell’ambiente potrebbe essere dell’ordine di undici milioni di tonnellate.  La cattiva gestione chimica è stimato a sette miliardi all’anno entro il 2030 (UNEP, 2021), mentre circa 215 trilioni di litri d’acqua all’anno sono consumati dall’industria (The UN Alliance for Sustainable Fashion, 2022). Si tratta di numeri alla portata di tutti, a patto che la conoscenza del contesto in cui si opera sia una priorità. 

Non è il caso, citando un recente fatto di cronaca, di Shein, colosso del fast fashion. In un viaggio organizzato ad hoc tra le fabbriche cinesi di uno dei più grandi – e inquinanti – rivenditori del settore, dodici digital creator sono stati chiamati a risollevarne l’immagine. Un tentativo di cambiare la propria narrativa risultato in un «torrente di vetriolo online» – così l’hanno definito Jordyn Holman and Sapna Maheshwari del New York Times che ha investito Shein e i dodici viaggiatori. Questi ultimi ignoravano forse l’indagine del canale di informazione britannico Channel 4 sugli orari dei lavoratori di Shein, costretti ben oltre le diciotto ore. Secondo un rapporto di Bloomberg News risulta inoltre che alcuni capi Shein siano realizzati in cotone dello Xinjiang, la cui importazione è già vietata negli Stati Uniti e presto lo sarà anche in Europa, in quanto frutto dei lavori forzati imposti agli uiguri,  minoranza musulmana cinese con una lunga storia di discriminazioni. Trasparenza e tracciabilità, d’altro canto, sembrano essere ancora prerogativa di pochi, mentre acqua, petrolio e terra continuano ad essere le materie prime non solo dei rivenditori del fast fashion, ma anche dei grandi brand da passerella. 

Leggere la moda attraverso i dati, tra numeri certi e numeri – volutamente – non detti 

Il Fashion Transparency Index è un indicatore che, sulla base dell’analisi dei duecentocinquanta brand più del settore, misura la trasparenza, tracciabilità e propensione al cambiamento di questi ultimi. Su questo si esprime Francesca Romana Rinaldi, portando alla luce i dati: «L’ultimo Fashion Transparency Index conferma un andamento ancora lento dei progressi sul tema della trasparenza a  livello globale. Dall’analisi dei duecentocinquanta marchi del settore moda risulta una media dell’indice di trasparenza ferma al 26%, seppur con qualche eccezione. Per la prima volta nel 2023, due marchi hanno infatti ottenuto un punteggio pari o superiore all’80%. Tuttavia, settanta marchi su duecentocinquanta ottengono ancora punteggi compresi tra lo 0 e il 10%». 

«Nelle fasce più alte sembra che qualcosa si stia comunque muovendo. Sempre più marchi di lusso stanno rivelando i loro fornitori. Anche nella tracciabilità di filiera, per la prima volta, oltre la metà (52%) dei principali marchi della moda ha reso noto l’elenco dei propri fornitori di primo livello. Il punteggio medio complessivo nella sezione tracciabilità, tuttavia, è del 23% con quasi la metà (45%) che ci dice poco o nulla. Rispetto ai rifiuti e alla sovrapproduzione, l’88% continua a non rivelare i propri volumi di produzione annuali, oscurando la portata e la verità della sovrapproduzione, mentre il 99% non rivela l’impegno a ridurre il numero di nuovi articoli che produce. Rispetto all’economia circolare, la maggior parte (95%) non è trasparente su come stanno consentendo una giusta transizione verso l’economia circolare, il che dipinge un quadro poco chiaro su come verranno affrontate le voci e le esigenze dei lavoratori».

Ripensare il business model: perché l’economia circolare è il modello vincente 

«Dall’analisi pubblicata nel report 2021 del Monitor for Circular Fashion – l’Osservatorio di ricerca SDA Bocconi che dirigo – risulta che un modello circolare porti a una migliore brand reputation, una maggiore fedeltà dei consumatori, nuove opportunità di business, posti di lavoro e riduzione dei costi. Per migliorare la performance di circolarità del settore moda nel suo complesso, dovrebbero essere prioritarie alcune azioni ben precise, tra cui l’attuazione dei principi di eco-design per la durabilità, il disassemblaggio e il recycling, l’accelerazione della simbiosi industriale, il potenziamento dei progetti pilota sulla circolarità. Gli attuali modelli di business dovrebbero essere ripensati passando dalla logica della massimizzazione del profitto a quella della creazione del valore condiviso per pianeta e persone. Il modello dell’economia circolare potrebbe andare in questa direzione ma restano dei trade-off da risolvere, anche di tipo ambientale e sociale». 

Slow fashion: un segnale positivo da parte dei brand o una nuova etichetta da apporre ai capi?

La scrittrice e consulente eco-tessile Kate Fletcher afferma che, in alcuni ambienti, «fast» è diventato sinonimo di un tipo di moda che incarna il valore dell’insostenibilità. Si noti però che la velocità non è di per sé un indicatore di pratiche dannose per l’ambiente ma, sostiene sempre la Fletcher, uno strumento finalizzato alla crescita economica con conseguenti effetti ecologici. Una cultura lenta, d’altra parte, non è al versante opposto del fast-fashion. Si tratta, piuttosto, di un approccio differente, in cui progettisti, acquirenti, rivenditori e consumatori sono consapevoli dell’impatto dei prodotti sulle comunità e sugli ecosistemi. Se però il sistema fast-fashion raggiunge facilmente la soglia della sostenibilità e del profitto economico, una produzione a bassa velocità corre il rischio di non generare sufficiente domanda. Il dubbio è quindi lecito: l’uso crescente del termine slow-fashion è, effettivamente, il segnale di un’attenzione positiva alle dinamiche socio-ambientali da parte dei brand o, semplicemente, una nuova etichetta da apporre ai loro capi? 

Come chiarisce Francesca Romana Rinaldi «La moda per essere sostenibile dovrebbe certamente rallentare il ritmo e produrre collezioni più timeless. Ricordiamoci che il settore moda è responsabile ogni anno per la generazione di circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, la maggior parte dei quali finisce in discarica o viene incenerito (McKinsey & Company, 2022). Finché il settore moda alimenterà un sistema basato sulla sovrapproduzione e il consumatore non verrà rieducato ad acquistare meno e meglio, sarà difficile pensare di cambiare realmente le cose. La Commissione Europea ha iniziato a sensibilizzare i consumatori sui rischi del fast fashion, a partire dalla strategia per i tessili sostenibili e circolari del 30 marzo 2022». 

Francesca Romana Rinaldi – quante volte prevediamo di utilizzare il nuovo capo?

«La prima domanda che ci dovremmo porre – prosegue Francesca Romana Rinaldi – è se ci serve realmente un nuovo capo o se possiamo in qualche modo riutilizzare capi che abbiamo già nell’armadio. La seconda è chiederci quante volte prevediamo di utilizzare il nuovo capo, evitando gli acquisti d’impulso. Sarebbe bello se il consumatore avesse anche maggiori informazioni dai brand per poter capire anche altri elementi: il capo è durevole? Non contiene sostanze chimiche potenzialmente pericolose per la salute delle persone e dell’ambiente? È stato prodotto rispettando i diritti dei lavoratori? Su queste domande fondamentali non abbiamo ancora abbastanza elementi: il passaporto digitale proposto dalla Commissione Europea potrebbe nei prossimi anni aiutarci a trovare una risposta a questi quesiti, permettendo ai consumatori di fare delle scelte informate». 

Definire la sostenibilità nel sistema moda con Francesca Romana Rinaldi

«La prima definizione di sostenibilità – spiega Francesca Romana Rinaldi – porta la data del 1987, quando Gro Harlem Brundtland, presidente della Commissione mondiale su Ambiente e Sviluppo, presentò il rapporto Our Common Future, altresì noto come Bruntland report: «sostenibilità significa essere capace di soddisfare i bisogni attuali senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i loro bisogni». Ora, applicando il concetto di sostenibilità al settore moda, l’apparente ossimoro tra moda e sostenibilità si risolve nell’equilibrio economico di lungo termine che l’impresa moda può raggiungere integrando gli obiettivi economici di breve termine – irrinunciabili per la remunerazione di capitale e lavoro – con obiettivi non economici. Questi ultimi fanno riferimento al rapporto con l’ambiente, la società, la cultura, i media, le istituzioni, la legislazione e soprattutto la dimensione dei valori e dell’etica. Dunque, per poter continuare a competere le aziende devono adottare un nuovo modello manageriale e imprenditoriale che implichi una prospettiva di medio-lungo termine e prenda in considerazione tutte le parti interessate ponendo i valori, l’etica e l’innovazione responsabile al centro». 

«Se fino a qualche tempo fa il numero era esiguo, oggi quasi tutte le aziende del settore moda hanno avviato un percorso di sostenibilità. Esistono alcuni elementi concreti per valutare se è presente una reale strategia per la sostenibilità: l’adozione di un approccio scientifico per la misurazione dei risultati e di un sistema di reporting allineato agli standard internazionali, l’applicazione di approccio olistico e multiattoriale alla sostenibilità e l’utilizzo della tracciabilità come strumento per dare sostanza agli slogan di circolarità verso gli stakeholders. Dunque, in ultima analisi, dei segnali positivi ci sono. Come già menzionato, i risultati del Fashion Transparency Index in parte confermano un – seppur lento e graduale – progresso. Sulla circolarità le ventisei aziende del Monitor for Circular Fashion che rappresentano 29.5 miliardi di euro di fatturato e 78,400 lavoratori, presenteranno il 19 settembre nel Circular Fashion Manifesto 2023 il loro lavoro di implementazione della misurazione della circolarità e della tracciabilità di filiera. L’11 ottobre ci sarà inoltre un evento dedicato alla condivisione con l’intero settore dei risultati raggiunti: il Monitor for Circular Fashion Report 2023».

Francesca Romana Rinaldi

Francesca Romana Rinaldi fa parte del team dei ricercatori presso SDA Bocconi School of Management Sustainability Lab dove dirige le attività dell’ SDA Bocconi Monitor for Circular Fashion. In SDA Bocconi è direttrice del Circular Fashion Management Executive Program. Nel MAFED – Master in Fashion, Experience and Design Management – è coordinatrice del corso di Managing Sustainability in Fashion, oltre che di numerosi progetti nel campo della sostenibilità della moda.  Le sue attività di ricerca vertono sui temi della tracciabilità, trasparenza e circolarità nel fashion.

Stella Manferdini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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