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Emma Stone, Poor Things, un'onirica Lisbona
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Diversità, vergogna e orgoglio: ‘Poor Things’ tra amplessi e autopsie

Poor Things di Yorgos Lanthimos, adesso in sala al cinema – e Leone d’Oro a Venezia l’estate scorsa – il film racconta il macabro che diventa splendido, tra malattie e autopsie

Poor Things, senza spoiler – Emma Stone, le scene in bianco e nero – la lotta allo stereotipo, la diversità e l’identità di genere, la cultura e l’imprenditoria

Emma Stone fracassa il cranio di un cadavere con un punteruolo (che noi pensavamo ancora nelle mani di Sharon Stone fin dal 1992). Poco dopo perde la verginità. Le scene in bianco e nero virano a colori. Da quella che potrebbe essere la pagina di un fumetto d’archivio a Gotham City, siamo trasportati in una onirica Lisbona in technicolor drogato di intelligenza artificiale. 

Per digerire, il vecchio patologo emette un rutto e dalla bocca ed esce una bolla di sapone. Anatomia tra banchi di legno, sui tavoli cadaveri per autopsie. È una delle prime scene del film, non c’è spoiler. Vecchiaia, malattia, inabilità. Non c’è la vergogna, ma l’orgoglio. Poor Things, questo film di Yorgos Lanthimos, elabora il concetto di tolleranza per il diverso – e da tolleranza si passa all’innamoramento. Che sia questo innamoramento per il diverso, per il malforme sincero, per il crudo e ruvido difetto fragile, l’unica forma contemporanea di cultura? Non solo di cultura, ma di imprenditoria che della cultura è oggi parte intrinseca e complementare.

Siamo diversi o siamo unici – entrambe le parole soccombono in una lotta allo stereotipo. Si parla di diversità, troppo spesso il contesto è l’identità di genere. La malattia, la fragilità – sono forme umane che definiscono bellezza. In questo mondo nuovo, che Yorgos Lanthimos racconta in Poor Things, la fragilità è la prima forma di vanità. In Barbie, ad aiutare una stereotipata Margot Robbie, sappiamo che arriva Weird Barbie, tra spaccate e contorsioni, più agile delle altre. 

La storia di Poor Things: la sceneggiatura, il furious jumping è il sesso tra Emma Stone e Mark Ruffalo

Una ragazza con movimenti spastici e con diverse abilità mentali – ancora, un rutto e una bolla di sapone. Non si comprende subito di cosa tratti la storia di Poor Things. Emma Stone è Bella Baxter, il trambusto neuronico prodotto dalla masturbazione. Il film attraversa una dimensione artistica, grottesca, autoriale e quasi maniaca – per approdare a una letteratura solida, dove la trama si lascia comprendere senza fatica. Chi si interessa di letteratura, sa cosa succede quando un autore semplifica la trama: si dà più attenzione ai dialoghi, quelle complicazioni intellettuali che permettono di andare oltre l’intrattenimento. La complicazione della trama lavora quasi sempre come un orpello: sporca, confonde e offusca. La semplicità è la migliore complicazione che un esercizio umano sappia raggiungere.

I primi venti minuti non sono stati facili – la domanda su come lasciare la sala è stata ponderata da una percentuale di spettatori – ma adesso, fare l’amore è un susseguirsi di furious jumping. Una, due, molte sessioni di sesso per Emma Stone che rende attivo e consistente Mark Ruffalo nonostante la pinguedine. L’attenzione del pubblico in sala, se il film potesse durare quattro ore, pochi avrebbero da protestare se non per una pausa di necessità fisiologiche.

La data di rilascio di Poor Things era stata fissata il 12 ottobre – dopo il Leone d’Oro a Venezia – poi era stata prevista a dicembre e in fine è uscito a gennaio: le tempistiche degli Oscar

Il film è uscito nei teatri di tutto il mondo adesso a gennaio 2024 – arriverà in streaming verso marzo – queste tempistiche sono le migliori per sfruttare la promozione che un premio Oscar può lavorare. 

Poor Things ha vinto il Leone d’Oro a Venezia a settembre dell’anno scorso Non c’era stato rumore intorno a questa prima visione: gli attori non c’erano e la macchina mediatica del festival non funzionava come gli altri anni. Per potere mediatico (ovvero, ancora, promozionale) Venezia è la seconda rassegna cinematografica dopo Cannes. È il quarto sito di placement – in gergo, il tappeto rosso – dopo gli Oscar, il MET e ancora Cannes. Se alla prima di Poor Things fossero arrivati a Venezia gli attori nei ruoli protagonisti, oggi il film sarebbe già stato nell’immaginario di tanti. 

Frankenstein a quell’appartamento su Bolsaja Sadovaja, Irene d’Atene e Mickey Mouse in Fantasìa, Derek Jarman, Fassbinder

Una casa vittoriana a Londra, un rimando a Frankenstein sembrava sminuire tutto – ma siamo al numero 50 di Bolsaja Sadovaja, con il gatto rosso che ti risponde se lo chiami Behemoth. Dietro la cucina altri cadaveri sono pronti per le autopsie.

Yorgos Lanthimos, 50 anni, nato e cresciuto in Grecia, con un’estetica radicata nella cultura mediterranea. Una complessità di strati storici, di riferimenti culturali. L’influenza di Bisanzio: nel film non è citata, ma avrebbe potuto esserlo, Irene d’Atene, imperatrice d’Oriente, una donna che fu capace di cavare gli occhi a suo figlio. Il delirio visionario che si impossessa di Lanthimos in Poor Things sembra la stesso di quello che avvolge Mickey Mouse, tra podio e leggio, in Fantasìa. Era stato scelto Mickey Mouse a dirigere l’orchestra di Walt Disney perché la sua popolarità in quegli anni stava crollando. 

I riferimenti a Derek Jarman e Fassbinder sono quasi specchio – con ritmi diversi, comandati dai dialoghi. Registi che come Lanthimos hanno radici culturali lontane dall’America: Jarman in Inghilterra (dove Lanthimos oggi vive), Fassbinder in Germania. Poor Things definisce un cinema europeo in un momento in cui Hollywood soffre la sua crisi gestionale a colpi di sciopero. L’America è sempre impantanata in una Cancel Culture con la quale si sta ridicolizzando. Nel suo libro To Paradise, Hanya Yanigahara vede nell’Europa l’unico luogo sul pianeta che può salvarsi dai regimi di contingentamento a cui ci ridurrà la crisi climatica. 

Emma Stone e Nicolas Ghesquière, Pietro Beccari e la moda francese – ritmica e raffronto con i costumi di Holly Waddington per Poor Things

Emma Stone appare nelle campagne pubblicitarie di Louis Vuitton: c’è una ritmica e un raffronto tra i costumi disegnati da Holly Waddington per Poor Things e la moda di Nicolas Ghesquière. I costumi si evolvono nell’arco della durata del film – da abiti in costume, crinoline con stecche di balena – rotte o spaccate a metà dai movimenti spastici di Bella Baxter – a le tournure, al coulinson nella guerra tra Eugenia Bonaparte e la Contessa di Castiglione. Per poi scivolare in pantaloncini culotte, minigonne rubate per qualche ora da Miu Miu, tempo di perdersi trai vicoli. Soprabiti, volumi, armature. La moda di Ghesquière è composta di incroci, di strutture e morbidezza, di spalle che diventano creste, tra fiocchi, spine e ragni di Lalique resi grafici, come pettorali: la trama di Poor Things.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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