Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

L’ossessione per Prada: quanto durerà ancora?

L’industria della moda rimane ossessionata da Prada: l’identità della borghesia, l’ironia ruvida di una signora che cammina a passi svelti, l’orgoglio di una donna che identifica Milano e i milanesi

Piove a Milano: ieri sfilava Prada

Lo sciopero nazionale era stato annunciato per ieri, 23 febbraio: ATM – suona Azienda Trasporti Milanese – non ha aderito. Questa mattina, piove – il taxista dice a Milano quando piove tutti usano la macchina. Dice una volta pioveva sempre, adesso piove quattro volte l’anno e sembra l’apocalisse neanche fossimo a Roma. Oggi l’indotto cresce di poco per i tassisti – ad aumentare è il traffico – quelli della moda girano con autisti a disposizione l’intera giornata, gli NCC. In ogni caso, non si sciopera quando la città accoglie i mercanti. Si lavora e si rimane a disposizione –è la città ad avere indotto, pazienza, non la categoria. Il taxi un poco male odora, la mattina alle 7 e 15 – ma c’è orgoglio a guidare sotto la pioggia. Ieri pomeriggio, sfilava Prada.

Il segno di Raf Simons sta prendendo spazio sul foglio di Prada

Gli strumenti e gli elementi rimangono quelli della signora, ma via via, una collezione dopo l’altra, appare più marcata l’identità di Raf Simons. La transizione sta procedendo con lentezza prevista: soluzione di continuità non vuole essere percepibile. Sarebbe ingenuo pensare che si tratti di una collaborazione: qualcosa come: la signora e il designer mostravano ammirazione reciproca, un incontro, altri scontri, l’accordo. Non era solo una proposta di Prada davanti alla disponibilità di Simons. Si trattava, così come continua a trattarsi, di due designer che nel corso della loro esistenza hanno trovato la serietà, la complicazione che può essere intesa come sofisticazione (senza intendere questa parola come un plauso). In parole più semplici: chi altro poteva prendere le redini di Prada vicino alla signora? Esisteva un’alternativa sul mercato? O ancora – esisteva una direzione diversa per queste due figure se non quella che li ha fatti avvicinare? Mercato, clienti e pubblico: quelli a cui piace una moda che sia segno intellettuale prima che estetico, sono quelli che vestono Prada.

Chi sono i clienti di Prada oggi?

Parliamo al femminile – esistono ancora le donne di Prada, quelle originali? Le clienti che comprendono l’azzardo, l’ironia della bruttezza, la goffaggine che diventa noncuranza: la camminata a passetti veloce, mezzo tacco, bacino alto, golfino al punto vita – e la gonna sotto il ginocchio, con l’orlo alto una spanna. Esistono ancora le donne che sono questo, oppure ci restano solo ragazze che imitano quel che non possono capire? Ragazze che sminuiscono sia l’uniforme di Prada, sia la Milano che questa uniforme rappresenta, sia – di certo – loro stesse. 

Nel contesto di uno show di Prada tutto ha un senso – ma esistono, queste donne, fuori nella realtà? Questa contraddizione adesso sembra poter procedere, o forse resistere – ma continuerà? Per quanto tempo ancora? Il punto rimane l’origine: se si tolgono le fondamenta, l’edificio starà in piedi lo stesso? La signora milanese e borghese alla quale la signora Prada si riferisce, dov’è finita? 

A Parigi c’è quella della Rive Gauche che esce dal letto del ragazzo della notte prima e gli ruba una camicia, capelli spettinati, niente trucco, cappello a falda e nel migliore dei casi il frenulo tra i due incisivi mai reciso – se la camicia rubata dall’armadio del ragazzo è bianca, cadiamo su Saint Laurent – se la camicia è in check, siamo con Slimane. Queste dive sbadate sono l’immagine di Parigi, così come la signora borghese di Prada è l’immagine di Milano. È talmente borghese che l’unica cosa a inorridirla è la parola borghese. La signora che porta vanto di una passione comunista. Oggi, una donna come Hunter Schafer è vestita in Prada – non è italiana, e può essere intesa come catalisi di accettazione per ogni disforia di genere.

Le donne di Milano per la signora Prada: Cini Boeri, Giulia Maria Crespi, Gae Aulenti, la Contessa di Monza

La signora Prada sembra voler ricordare a tutte le altre reattive borghesi e milanesi, che di ogni disgrazia si può ridere – e discuterne con un ragazzo arrivato dal Belgio. L’ironia ruvida. Cini Boeri le avrebbe potuto rispondere a tono – così come Giulia Maria Crespi, Gae Aulenti o la Contessa di Monza – mantenendo l’acume del dialogo che Lina Sotis usava per un suo trafiletto. Oggi tra le fila, appropinquandosi per trovare il posto numerato, si notano annoiate quelle carine che si chiamano tutte Chiara, sempre troppo truccate e sempre con troppe paillette addosso – insieme alla giornalista che il trafiletto della Sotis, per quanto ci voglia provare, non riuscirà mai a scriverlo.

La sfilata è andata in scena per la prossima stagione: ci sono i dettagli di sartoria, i cappelli da postino o da gendarme che sono enormi senza diventare costume. Le cinture in nastro, le redingote e qualche pois stilizzato. C’è meno ironia e più concetto – Simons porta con sé la scuola del Nord: quando le redingote si ribaltano sul fronte – lasciando sulla schiena l’apertura del panciotto, è più una forma di letteratura piuttosto che di abito. I decori con i nastri monocolore sono frequenze errate. 

Prada – la moda è una questione di misura, prima che di ossessione

La moda di Prada – o meglio – la moda che Prada governa, conduce e insegna, è una questione di misura. Anche di modo e di atteggiamento, certo – ma prima, di misura. Il concetto, ovvero il campo dove Raf Simons è prioritario, viene dopo la misura della signora. In questi anni, fianco a fianco, che sia questo il ragionamento costante nel loro confronto: come comprendere, sentire, intuire e percepire, la misura. Milano è la città della misura.

Forse è più facile trovare la donna di Jil Sander, oggi a Milano – piuttosto che la donna di Prada. La donna di Jil Sander è una virago virile e matematica, fredda, monocromatica, senza compromessi. La donna di Prada può essere anche arcigna, bruttina e per questo più sofisticata nella sua chiacchera dopo cena, tra una tuberosa, un cioccolatino macchiato di rossetto, una sigaretta rotta – avrà ancora voglia di un giovane adulto ambizioso e imberbe che la faccia ridere.

Lo sforzo culturale, l’industria della moda e l’ossessione

L’industria della moda è genericamente ossessionata da Prada. Vero che esiste un’ossessione ancora più drammatica, di questa per Prada, che l’industria subisce – l’ossessione per Hedi Slimane. Rispetto a Prada, Hedi Slimane è inavvicinabile, distaccato e indifferente – l’ossessione rimane in silenzio, intima, riservata. L’industria della moda – non la moda di per sé – è una comunità di persone ossessionate. Quelli che hanno successo, in questa industria, sono quelli ossessionati. 

Per industria della moda non si intende solo la comunità di quelli che producono e vendono vestiti – ma si intende un sistema che produce grafica, fotografia, che sovvenzione arte e istituzioni culturali, che catalizza i tentativi di studenti in ogni parte del mondo. La domanda è a monte – l’industria della moda è intellettualmente abile a tale ossessione? La maggior parte delle persone risponderebbero di no – e a ragione se si vogliono spendere tre minuti seguendo il video rilasciato da Business of Fashion e ascoltando le domande poste dell’editore. Il dialogo si basa su quesiti del tipo – perché Prada è influente? e risposte: «because it’s good» (Katie Grand). 

L’ironia ruvida di Prada è umiliata. Da notare che le persone coinvolte in quel video non sono influencer impegnati in un selfie, ma profili che muovono migliaia di dollari con le loro decisioni. Se tutto lo spessore culturale che si pone dietro alla creazione di un immaginario (che in inglese si riassume nella parola brand), si riduce a conversazioni tipo convenevole con molti aggettivi, lo scetticismo si impone. Gli ossessionati dell’industria della moda appaiono tralasciabili nel loro carnevale. 

Il carnevale che vediamo in strada: persone a caso, turisti vari, gente che vorrebbe essere qualcuno invece che essere se stessi. Tutti questi non ci piacciono, a Milano. I milanesi non confondono mai il carnevale: i milanesi sanno che il carnevale è un argomento di quaresima e di pasticceria, di bambini con bacchette magiche e stelle filanti – e di neve che un giorno rimaneva nei parchi. 

In questo contesto di ossessione, Milano rimane la città della misura

La misura di Milano è quella che Prada ha insegnato alla città con la sua camminata – passi brevi su mezzo tacco. È la stessa misura di cui parla Giorgio Armani alla conclusione di ogni sua sfilata. Per Armani, l’industria della moda non nutre ossessione – ma gli italiani, sì. Giorgio Armani è forse l’uomo che gli italiani ammirano senza indugio, quando ancora sistema il dettaglio di una vetrina, quando si infastidisce per le scostumate in strada, quando liquida la moda stessa come brutta parola. Tutti – tranne quelli ossessionati dalla moda – ma quanti sono alla fine? – restano dalla parte di Giorgio Armani. Non è moda, va bene – ma in un momento, questo nostro, in cui i colori fluo, i tessuti sintetici e l’abuso di pelle appaiono irrilevanti, Armani procede con una sartoria rilassata (così rilassata che potrebbe fare a meno di paillette in plastica). Giorgio Armani non è mai stato un borghese. 

Quando a Milano piove, abbiamo tutto quello di cui abbiamo bisogno: l’aria pulita. Ci serve la pioggia, ce ne serve ancora – così come pioveva un tempo e come i taxisti si ricordano. I rami lucidi degli alberi spogli. Avremo tempo di piantare altri tigli, di creare nuove aziende, nuovo indotto, più posti di lavoro. La signora borghese userà ancora la sua ironia ruvida: aiuterà suo marito ad aggiornare l’etica del padrone: ovvero, un imprenditore che sappia occuparsi dei suoi dipendenti meglio di quanto possa fare lo Stato, offrendogli un sistema talmente vantaggioso e protetto che questo dipendente voglia ritrovare la volontà e le unghie per non venirne privato tramite licenziamento. Si tratta sempre di misura. Oltre alla pioggia e alla neve, quello che manca a Milano è l’orgoglio – ovvero, il senso di Milano per la moda.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X