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Milano, il legno e la poetica dell’incastro nel racconto di Giacomo Moor

Giacomo Moor e Aurelie Callegari, nel segno del legno – lo studio di Milano e gli arredi per la scuola Why Not, di Mathare, tra gli slum più popolosi di Nairobi, in Kenya

MOOR – Lo studio del designer milanese

Al numero 14 di via Clitumno, Milano, si trova un cortile che sembra un cantiere, ma il capannone che si affaccia presenta un’insegna rigorosa e ipnotica: MOOR. Lo studio del designer milanese è anche il suo laboratorio di produzione. Si respira un odore di legno tagliato. C’è legno dappertutto. I pannelli lignei sono accatastati e impilati meglio che le riviste su un coffee table di una casa di design, e gli strumenti, pronti nelle scansie, sembrano facili da usare. Aleggia un finto silenzio, si odono rumori bianchi, i ronzii dei macchinari, commenti a mezza voce di chi sta lavorando, senza grida o frastuoni non necessari. Giacomo Moor e Aurelie Callegari hanno fondato lo studio appena dopo la laurea di Giacomo al Politecnico di Milano. In occasione della presentazione ad Assab One del progetto condotto per LiveinSlums, li ho incontrati e mi hanno raccontato tutta la storia.

Assab One e il progetto con LiveinSlums a Mathare

GM: La mostra è il risultato di un lavoro che è durato circa un anno, partito con una chiamata da LiveinSlums, ONG che opera in territori critici da anni. Siamo stati invitati a progettare una serie di arredi per il dormitorio e il refettorio della loro scuola, che si chiama Why Not, di Mathare, uno degli slum più popolosi di Nairobi, in Kenya. La particolarità della richiesta è stata quella di non chiederci solo il disegno ma anche di pensare a degli arredi che i ragazzi del luogo potessero imparare a costruire, e poi replicare in autonomia. Si è innescata una logica di totale semplificazione della produzione.

AC: Facilmente realizzabile perché facile da pensare.

GM: Si è trattato di un lavoro soprattutto sui giunti, una riflessione che mi portavo dietro da tanto e ha trovato un naturale sbocco in questa chiamata. L’incastro – che è la parte nobile dell’ebanisteria – richiede tempo e complessità. Qui è stato semplificato al massimo. Normalmente è conico, inclinato e richiede delle geometrie perfette. Qui è ortogonale. Ogni componente in gioco è necessaria a creare la struttura. Il piano di queste panche, di questi tavoli, e dei letti a castello, fa da lucchetti. È come un grande domino in cui ogni elemento va dentro all’altro e l’ultimo chiude tutto.

Giacomo Moor a Mathare, uno degli slum più popolosi di Nairobi, in Kenya

AC: Siamo partiti con una serie di attrezzi, che sono poi rimasti a loro. Avevamo pochissimi giorni e l’obiettivo di riuscire a realizzare insieme un elemento per tipologia, così che tutti gli arredi fossero stati provati. Poi loro hanno continuato a realizzarli, mandandoci fotografie su Whatsapp e Instagram, per sapere se procedevano bene. Stiamo conducendo una raccolta fondi insieme ad amici ristoratori e musicisti, ma abbiamo anche messo a catalogo questi pezzi, con l’idea di circolarità.

GM: Si tratta di oggetti staticamente risolti in sé stessi, che per pezzi lignei non è scontato. Così tornati in Italia abbiamo pensato di produrli anche noi, proporli ai clienti, considerando per ogni pezzo una donazione a LiveinSlums.

AC: Grande royalties di tutta la collezione che si è sviluppata da quei primi tre pezzi, ai quali abbiamo aggiunto un letto matrimoniale e altro ancora, va a sostenere LiveinSlums e la seconda parte del nostro progetto con loro, che prevede di tornarelì per costruire la cucina. Diverse centinaia di bambini gravitano intorno a Why Not, e in troppe occasioni il pasto fornito loro dalla scuola è l’unico certo della giornata. Per questo abbiamo pensato a ragionare sulla cucina.

Chi è Giacomo Moor?

GM: Sono milanese, e ho sempre vissuto a Milano. Ho studiato design al Politecnico, dove mi sono laureato nel 2007. Fin dai primi anni universitari, mi sono appassionato al legno. Appena dopo la laurea ho deciso di aprire uno studio indipendente, per lavorare da libero professionista. Ho iniziato con un piccolo spazio qua vicino, ingrandendolo passo passo. L’obiettivo, ma anche la nostra cifra, risiede nel coniugare l’aspetto progettuale con l’aspetto realizzativo. Gran parte di ciò che facciamo ha uno sbocco esecutivo all’interno di questo spazio. Il mio approccio, conseguente la formazione che ho avuto, nasce nel rapporto con il materiale, dalla sua osservazione e dai processi di lavorazione. Ogni idea parte da lì.

Legno nello studio di Giacomo Moor

GM: Il legno prevale, ma siamo obbligati a usare materiali diversi – se pensiamo alla realizzazione delle cucine. I legni sono perlopiù di origine europea. Il rovere rimane il legno più usato. Poi il frassino, ma anche tanto castagno. Il legno che importiamo extra-europeo è il noce canaletto, che viene richiesto spesso, e arriva dal Nord America. Prestiamo attenzione alle finiture, optando per vernici a basi d’acqua. I nostri fornitori sono per lo più a km 0, ed è ciò che anche prima di noi ha fatto la fortuna del sistema dell’arredo, tra Milano e la Brianza. Abbiamo un camion che va e viene dalla Brianza due volte a settimana.

Giacomo Moor e Aurelie Callegari – le attività dello studio

La nostra attività si divide al momento in tre aree. La prima è la collaborazione con clienti privati, che ci contattano in autonomia, e per cui progettiamo e realizziamo interni di qualsiasi tipo. Si tratta perlopiù di italiani, milanesi soprattutto – ma le case sono sparse per tutta Italia.

Il secondo campo di azione prevede di seguire interamente l’arredo di una casa. Veniamo contattati per il progetto e la realizzazione di spazi interi: non più il singolo pezzo, la cucina, o un dettaglio, ma uno studio totale sullo spazio. Si entra così nella categoria che chiamiamo site specific, in cui ogni pezzo viene disegnato ad hoc. Non trattiamo muri e strutture edili, però è capitato di collaborare con architetti e ingegneri, o di progettare arredi che modificano anche sensibilmente lo spazio e l’abitabilità di una casa.

Il terzo ambito sono le collaborazioni con le aziende, il lavoro da designer. Io progetto, ma il pezzo è poi prodotto in esterno, dall’azienda che ha chiesto il disegno. Ecco, questi sono i tre grossi campi d’azione dello studio.

Made in Italy, senza implicazioni politiche ma come genius loci

GM: In quest’area c’è una capacità intrinseca di fare mobili, in particolare in legno. Le maestranze hanno una marcia in più.

AC: Si è creata un’esplosione nel secondo dopoguerra, data dal rapporto tra disegnatori, imprenditori, artigiani. Ne viviamo ancora gli effetti benefici.

GM: Tra progettisti, falegnami e montatori siamo diciotto persone.

AC: Siamo tripartiti in unità di lavoro. La squadra di montatori è sempre in esterno, a concludere gli allestimenti nelle case; poi c’è la squadra di falegnameria con un responsabile di produzione e alcuni dipendenti – ora due ragazzi che vengono da un college in Olanda noto per la falegnameria; c’è quindi l’area di progetto, con Giacomo e i suoi assistenti, e infine due ruoli di responsabilità che fanno da cerniera tra tutto: un responsabile dell’ufficio tecnico per l’ingegnerizzazione dei lavori, o per i montaggi, più complessi che media tra i disegni esecutivi e la realizzazione, e un responsabile tecnico tra i falegnami alla macchina controllo numerico, anche lui un mediatore importante. Abbiamo lavorato sempre di più a sviluppare collezioni che fossero realizzabili con gli strumenti e il team che abbiamo qui.

GM: Affrontare il progetto con la consapevolezza a monte dei macchinari necessari per metterlo in atto è necessario per capire se rimarrà dentro, qui, o se può diventare un oggetto da proporre ad un’azienda esterna.

Giacomo Moor e Aurelie Callegari, insegnanti alla NABA, workshop al Politecnico

GM: Anche la piega che abbiamo sempre dato allo studio va in quella direzione, come puoi vedere ci sono tanti ragazzi e ragazze giovani. Ogni nuova persona che entra è da formare, è un investimento in cui crediamo. Da noi la discriminante per riuscire a integrarsi e lavorare bene, più che sapere già usare le mani, è quella di sapere leggere e capire i disegni, quindi la provenienza è solitamente da studi di architettura o design.

AC: Siamo una struttura piccola, quindi la produzione non funziona a catena di montaggio. Non c’è un responsabile del taglio o un responsabile dell’assemblaggio. Ogni ragazzo della falegnameria risponde del progetto che gli viene affidato, dall’inizio alla fine. Parte con la lettura del progetto, ne discute con Giacomo e i responsabili, che gli illustrano i nodi critici di quello specifico progetto, e arriva al pre-assemblaggio, prima che il lavoro esca con i montatori. C’è un coinvolgimento di ogni ragazzo che vede realizzato il frutto del suo lavoro, e che deve arrivare a questa autonomia.

GM: La nostra clientela privata è prevalentemente milanese, italiana, ma l’obiettivo per i prossimi anni è cercare di aprirci al mondo internazionale anche come studio. Non solo attraverso le collaborazioni con le aziende. Il modo di progettare dovrà tener conto di questa novità, perché saranno prodotti che dovranno essere più facili da montare, senza la presenza costante dei nostri montatori. L’approccio progettuale dovrà aggiornarsi. Inoltre, abbiamo appena concluso la collezione di cucine, che lanceremo a breve, e implementeremo le armadiature, ma stiamo chiudendo anche una collaborazione con un’azienda per la produzione di un rubinetto con miscelatore integrato.

Irene Caravita

Giacomo Moor, Liveinslums
Giacomo Moor, Liveinslums

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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