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Gio Ponti negli Cinquanta a Sanremo, all’Hotel Royal, progettò una piscina di acqua di mare articolata e mossa come una laguna. Al rooftop del Royal Continental di Napoli, sul lungomare Partenope, al decimo piano dell’albergo, Ponti volle porre la vasca – di nuovo d’acqua marina – in stretto dialogo con il paesaggio del Golfo, con la Collina di Pizzofalcone e l’antistante insula di Castel dell’Ovo. Su tre lati sorgono delle quinte murarie – una in un rosso pompeiano mutuato forse da Barragán – che convogliano la vista verso la Penisola Sorrentina. Il progetto fu pubblicato nel 1954 sulla copertina del numero 291 di Domus, con il titolo Una piscina sul tetto

Piscine. Rettangoli, quadrati o morfologie circolari, lunghe e strette come strisce liquide, ovali, irregolari e ellittiche. Blu, nere, verde smeraldo, céladon, infinity pool, foderate di marmo o onice, istoriate da fregi, rilievi e mosaici, a guisa di cetra neroniana o della chitarra di Elvis Presley, di palma, di stella e farfalla. Superfici speculari contenute da contorni murari e incendiate dal sole, che riflettono brani di cielo e nuvole mobili come fazzoletti di batista fluttuanti – una realtà virtuale, un dipinto surrealista. Acqua prigioniera di un’aspirazione al controllo, ostaggio di una rassicurazione rispetto all’incognita della natura. Acqua aliena e protetta, racchiusa da un esprit de geometrie.

Bondi Beach a Sidney, in Australia, è flagellato dalla violenza delle onde dell’oceano, che sembra volerlo inghiottire in una luce che non lascia scampo. La piscina è un luogo fisico e mentale in bilico tra una dimensione artificiale e una condizione naturale. È lo scrigno deputato del termalismo, lungo una scia che va dalla turca Pamukkale e dal Gellért di Budapest, fino a quelle infinite di Abano e Montegrotto, negli Euganei veneti, fumanti, dove ne hanno ritrovato alcune di epoca romana, appartenenti a una villa imperiale. Una piscina è spuria e ambigua di per sé, anche quando si tratta di una cosiddetta natural pool, pensata come uno stagno ossigenato da un microcosmo apposito di piante, pesci, insetti e cicli organici, pavimentata di ghiaia. 

Piscine forse più belle che utili per bagnarsi o fare sport – quelle scattate da Slim Aarons nei Sessanta e primi Settanta. La piscina wasp di C.Z. Guest a Palm Beach – colonne bianche stagliate sull’oceano. Quelle social di Marbella e Acapulco, oltre alla vasca disegnata con il profilo dell’isola, del beach club La canzone del Mare, fondato a Capri da Gracie Fields. Che dire dell’ossessione dell’occhio di Jacques-Henry Lartigue, che ha consacrato con fotografie, a partire del 1931 e lungo più di mezzo secolo, una piscina e un posto del cuore, l’Eden-Roc dell’Hotel du Cap a Antibes, Costa Azzurra. Piscine seduttive: come quella rotonda con isolotto centrale corredato da falò de Le streghe di Eastwick, nella quale il diavolo, nei panni Jack Nicholson, irretisce Michelle Pfeiffer con il soundtrack del Nessun dorma. Vedi il lungo bacio a mezz’acqua dello spostato Jesse-Richard Gere, al massimo della sua prestanza fisica, con Valérie Kaprisky, in All’ultimo respiro, regia di Jim Mc Bride,1983. Dimostrazioni di potenza economica, come quella a sfioro del Marina Bay Sands, sospesa a duecento metri di altezza sullo skyline di Singapore. 

Una ferita scavata nella terra, un vuoto artificiale da riempire d’acqua ferma continuamente filtrata. Le piscine californiane, azzurro solido e zenitale, della pittura di David Hockney, abitate da solitari nuotatori o soltanto increspate da ombre tatuate sul fondo. Sono simili, per vocazione estraniante e riferimenti cromatici, ai Bagni misteriosi di Giorgio de Chirico, un’opera plastica del 1973 creata per la fontana nel giardino del Palazzo dell’Arte, nel Parco Sempione, a Milano – una vasca da cui emergono due nuotatori, un trampolino, una palla, una cabina e un cigno, un pesce e una fonte.

A Milano, nel 1834, fu varato il primo stabilimento natatorio pubblico italiano, simile, per avere un’idea, alla parigina Piscine Molitor, nata nei Trenta del Novecento, con le sue logge a ranghi sovrapposti. Stava al posto dell’odierno Hotel Diana. Sempre a Milano, in viale Tunisia, nel 1934, fu inaugurata la mole in mattoni rossi e marmo della piscina Roberto Cozzi. Vasca lunga 33 metri e fungeva da bagno pubblico per viaggiatori e galantuomini, come rammentano i mosaici, i marmi policromi e gli intarsi dei pavimenti. Opera dell’ingegnere e architetto Luigi Lorenzo Secchi, che vi miscela istanze razionaliste al gusto storicistico in voga sotto il fascismo. Per un lungo periodo fu la prima indoor del nostro Paese e tra le maggiori in Europa, insieme a quella dell’Isola Margherita a Budapest e alla Hallenschwimmbad del quartiere Mitte di Berlino. Incarna un messaggio politico e sociale caro al regime. Una lastra marmorea reca incisa una frase di Gabriele d’Annunzio, rivolta ai milanesi e non solo: Maestri facili nell’esercitare il nuoto debbono essere tutti gli italiani della penisola, disegnata in tante rive ed emersa da tanti mari. Secchi, uno specialista, in città aveva già edificato da qualche anno l’impianto scoperto della Piscina Romano. 

Status symbol per la borghesia ascendente americana degli anni Cinquanta e Sessanta, punteggiano giardini e cortili di sobborghi più o meno residenziali. Nel plot del film The Swimmer, di Franck Perry, 1968, Burt Lancaster attraversa a nuoto tutte quelle di una città US, lungo un itinerario via via più oscuro, che lo riporterà a casa sua in costume da bagno, dopo aver compreso quanto sia vasta la sua solitudine. Dello stesso anno è The Party, di Blake Edwards, interpretato da Peter Sellers nei panni di un figurante indiano di nome Hrundi V. Bakshi. La villa razionalista, in stile Richard Neutra, del produttore Fred Clutterbuck, sulle colline di Hollywood, dove l’aspirante attore finisce fortuitamente a un dinner party, è organizzata attorno a una piscina che ne percorre interni ed esterno e che si apre e si chiude tramite comandi elettrici. Diventerà lo scenario di mille equivoci e di una serie di gag che precipitano in catastrofe e in divertimento, tra onirismo lisergico, echi da guerra fredda e di filosofie e mistiche orientali, fiumi di alcool e puro caos, per finire invasa da montagne di schiuma rosa – con la musica di Henri Mancini. 

Quante volte viene citata La piscine, di Jacques Deray, 1969 – con Alain Delon, Romy Schneider, Jane Birkin e Maurice Ronet – un giallo dai risvolti psicologici, che al suo apparire in Francia segna una nuova pagina estetica. Oggi, sorvolando un’isola greca qualsiasi in elicottero o atterrando tra raffiche di vento in un aeroporto cicladico, a Mykonos o Santorini, se ne possono osservare a decine, di piscine, patterns e concept diversi, grandi e piccole. Turchesi, per rivaleggiare con l’Egeo, e quasi collegate tra loro, sospese sul nulla e incastonate tra rocce. 

La più antica piscina conosciuta è il grande bagno pubblico di Mohenjo-Daro, centro archeologico del Pakistan, nel Sind, a sud di Lariana. Costruita 2600 anni fa, appartiene alla cosiddetta civiltà dell’Indo o di Harappa. Ogni città fondata dall’espansionismo romano repubblicano e imperiale, a qualsiasi latitudine e clima, oltre al tracciato intorno a cardo e decumano, era corredata di complessi termali con vasche natatorie marmoree o rivestite di mosaici, calde o fredde, emblemi di una cultura e di un inconfondibile approccio sociale. A Villa Adriana, a Tivoli – residenza, nel secondo secolo d.C. dell’imperatore, il Canòpo, secondo l’architetto manierista Pirro Ligorio, proto del cardinale Ippolito d’Este, sarebbe l’evocazione di un braccio del fiume Nilo con il suo delta, che congiungeva la città che porta quel nome, sede di un celebre tempio di Serapide, con Alessandria d’Egitto. Intorno a questa piscina-canale si ergeva un colonnato con copie di sculture elleniche, tra cui spiccano le Cariatidi dell’Eretteo di Atene, rivolte verso l’acqua. L’esedra a conclusione del bacino, ospita il triclinio imperiale di Adriano, nel quale si trova lo stibadium, il letto triclinare del sovrano. Vi si tenevano feste e banchetti resi onirici dagli zampilli d’acqua, dalle naumachie notturne al lume dalle torce e dagli elaborati spettacoli natatori. Performance degne delle pellicole MGM di Esther Williams, ex campionessa di stile libero, che arriva al successo nel 1944 con il film Bellezze al bagno, danzando coreografie in sincrono a pelo d’acqua. Forse la datazione del complesso adrianeo va però situata prima del 132 dopo Cristo, anno del soggiorno dell’Imperatore filosofo in Egitto e della morte misteriosa del suo favorito Antinoo. 

Agli esempi termali romani si è ispirato l’architetto Costantino Costantini in epoca littoria, per la sua Piscina dei Mosaici al Foro Italico – un tempo Foro Mussolini –, a Roma. L’aula coperta, rivestita di lastre di marmo di Carrara e bardiglio, è arricchita da una decorazione di ispirazione archeologica del pittore Giulio Rosso, che si snoda su pareti e pavimenti. Temi ornamentali che si allargano alle vetrate e che siglano le sculture bronzee di Silvio Canevari. L’umanista senese Enea Silvio Piccolomini, non ancora divenuto Papa Pio II, nel Quindicesimo secolo scriveva dai Bagni di Petriolo che, immergendosi in quelle acque, poteva mettersi in contatto diretto con lo spirito della classicità, che stava riprendendo vigore. 

La più bella piscina del mondo è forse ancora la Roman Pool coperta dell’Hearst Castle di San Simeon, in California, 250 miglia a nord di Los Angeles, voluta dal magnate dell’editoria William Randolph Hearst e concepita da Julia Morgan, che ne inizia i lavori nel 1927, dopo la Neptune Pool esterna, realizzata vicino all’ala occidentale della dimora. Un capolavoro art déco che è un’orgia di mosaici, completati soltanto nel 1934-35. L’ interno blu, con girali e ornati verde persiano e giallo-dorati, prende ispirazione da repertori veneziani e dalla Ravenna bizantina. Entrandovi, i sensi sono sovvertiti dalla perfezione specchiata della superficie, che raddoppia l’effetto allucinatorio delle ampie aperture. Quasi 2044 metri quadrati di tessere, posate da maestranze italiane o di ascendenza italiana. I motivi e le figurazioni si devono a Camille Solon, un designer il cui padre era stato un esperto ceramista presso la manifattura inglese Minton. 

La piscina a colonne in cui Jay Gatsby, eroe del romanzo più noto di Francis Scott Fitzgerald, viene assassinato per errore, chiudendo un’esistenza intessuta di révanche e illusioni, di struggimento e mistero. La biblioteca della piscina è un cult novel di Alan Hollinghurst, pubblicato nel 1988. Una storia gay, ambientata nella Londra Ottanta e costellata di colpi di scena, allusioni a figure famose e rivelazioni, attraverso una catena di accadimenti e incontri. Chiude la carrellata, la piscina-totem di Viale del Tramonto, 1950, di Billy Wilder. Un gotico affresco sul divismo di Hollywood, le aspirazioni al successo e la menzogna, che diviene omaggio all’età aurea del cinema muto. Il film comincia sul racconto di qualcuno che è stato appena assassinato, Joe Gillis, ovvero William Holden. Il lungo flashback dello sceneggiatore, viene dal suo cadavere, che galleggia nella piscina di una villa del Sunset Boulevard a Los Angeles.

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