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«A vent’anni vivevo in un sottotetto», mi racconta. «Era un abbaino senza servizi dalle parti di Viale Majno. Non avevo la camera oscura, stavo in ginocchio nel buio della notte a sviluppare i miei negativi». C’è già tutto l’eroismo degli inizi di una storia, di chi aveva vent’anni in una società che stava esplodendo col boom economico. Da lì è tutta una corsa dentro il mito: la Dolce Vita romana, il passaggio parigino, l’incontro con Tom Kublin, la certezza del proprio ruolo, del proprio talento. «Tutta l’arte è captata dal fotografo», mi dice. «Sono stati gli incontri che ho fatto che mi hanno formato, come quell’anno passato con Visconti. Il cinema è stato parte della mia formazione: Rossellini, De Sica, Pasolini». Pasolini lo nomina per spiegarmi il rapporto simbiotico che ha il fotografo con la modella. La capacità dell’artista di vedere oltre quello che vedono tutti gli altri. «Una volta Isa Stoppi – mi dice – ebbe difficoltà a farsi fotografare da Avedon». Me lo dice in tranquillità mentre a me tremano le vene ai polsi. In che senso?, gli chiedo. «Aveva portato un book di mie fotografie e Richard scosse il capo. Non posso fotografarti, Barbieri ti ha già rubato l’anima».

Non è facile parlare con Gian Paolo Barbieri, non certo per il carattere – è una persona gentile, un ottimo ospite. Sono andato a trovarlo nella sede della fondazione che porta il suo nome. «Guarda che cosa ha fatto Pier Paolo Pasolini con la Callas», prosegue. L’ascolto e m’accorgo della difficoltà che ho a parlargli. Non per colpa sua, insisto. Colpa mia. Sono di fronte a un fotografo che ha definito l’idea di bellezza, che ha fotografato le dive dell’ultimo secolo – alcune le ha create. Mi parla come se quello che ha fatto e che fa sia una cosa normale, quotidiana. Gli chiedo del rapporto fra fotografo e modella e lui non mi parla di sé. Viene voglia di fermarsi ad ascoltare, immergersi nei suoi ricordi, da quando nel 1959 decise di fare il fotografo nella vita.

Dai Sessanta a oggi, gli dico, è cambiato il gusto e sono cambiate le donne. Conferma: «Ho visto abiti accorciarsi, sono passato dai tailleur alle minigonne e ai figli dei fiori, ho visto il corpo femminile cambiare di taglia, ma in fondo il fotografo resta sempre lo stesso. È la cultura del fotografo che fa la differenza». Come a dire che se hai una voce la puoi modulare, ma resta sempre la tua. «Dirò di più: anche la cultura della modella fa la differenza». In che senso? «Una volta le modelle avevano più personalità, più gusto. Erano professioniste che non si permettevano capricci. Chi lo faceva erano quelle che chiamo ‘ignoranti’ e che non duravano una stagione». Cos’è cambiato? «Forse è il digitale che ha cambiato tutto».

Gian Paolo Barbieri, Monica Bellucci, 2000. Courtesy of 29 ARTS IN PROGRESS gallery

La ragione del nostro incontro è per parlare di una mostra che in questi giorni espone per la prima volta al mondo 140 polaroid inedite. Una specie di cantiere dell’artista che si può visitare fino al 27 luglio: 29 ARTS IN PROGRESS gallery di Milano, via San Vittore 13. C’è un prima e un dopo nella fotografia, dico, proseguendo. Analogico e digitale. Il digitale sembra aver democraticizzato tutto. Siamo tutti fotografi, aggiungo, volendo scherzare. «No», puntualizza. «Tutti oggi facciamo fotografie, ma questo non significa essere fotografi. Non basta il telefonino. Ci vuole la cultura della visione. Io lavoravo fianco a fianco con il creatore di moda, penso a Valentino, costruivo i miei set, le mie scenografie, facevo di ogni scatto un’opera. Oggi tutto è diventato veloce. Tutto è correggibile al computer». Non va bene? «Cosa abbiamo ottenuto?».

Si ferma e prende una ciliegia da un porta frutta. «Ti racconto un aneddoto. Quando il lavoro finalmente ingranò presi un ex garage in viale Plebiscito e lo trasformai nel mio studio. C’era un angolo dotato di lampada solare e uno spazio per i massaggi per le modelle che venivano da tutto il mondo portando dietro stress, jet lag, tensioni. Ci voleva tempo per fare una foto». Per rubare l’anima, aggiungo io. «Oggi puoi fare cento, mille scatti. Poi si può ritoccare tutto al computer. Questo ha creato una bellezza fittizia, dove le diversità vengono meno, tutto si omologa. Sono fotografie senza personalità che rappresentano modelle senza personalità». Non ti sembra di esagerare? «Ho fotografato Twiggy, Veruschka, Lucia Bosé. L’ultima generazione di grandi personalità è alle nostre spalle: quella di Naomi, della Schiffer, di Linda Evangelisti. Oggi si assomigliano tutte».

Cosa dobbiamo fare? Ormai il digitale ha vinto, non possiamo neppure più fare polaroid, la fabbrica ha chiuso. «È sempre la cultura del fotografo che fa differenza. Non bisogna avere paura della novità tecnologica, ma non dobbiamo adagiarci a essa». Mi mostra il posto in cui siamo. «Dalla metà degli anni Ottanta ho preso questo magazzino diroccato, era un deposito di vernici, e l’ho trasformato». È un luogo di fascino, un set fotografico, ristrutturato con eleganza minimalista. «Erano gli anni della crisi della fotografia di moda italiana, esclusa per esterofilia provinciale dalle grandi riviste nazionali». Barbieri è considerato tra i fotografi di moda più influenti al mondo. «In quegli anni ho iniziato ad interessarmi ad altro. Soprattutto a fotografare il mondo. A girarlo per me stesso, fuori dalle sfilate. A cercare l’anima delle persone, a fare fotografia etnografica» – per poi tornare qui, a Milano? «Certo. Questo posto oggi è una Fondazione. Ha un archivio con oltre un milione di negativi. È un laboratorio immaginifico dove esporre e dove fare ricerca. La Fondazione vuole lavorare soprattutto con le scuole e i giovani talenti». Cosa diresti a un giovane fotografo che viene a chiederti consigli? «Compra libri, studia. Senza cultura non c’è fotografia». Me lo dice con un sorriso dolce. Lo osservo: ho davanti a me una persona di oltre ottant’anni. Sembra prosciugato su se stesso, un ramo rinsecchito, fragile. Quando gli porgo la mano per salutarlo sento tutto il vigore della sua stretta – una quercia.