Jannis Kounellis, mostra alla Fondazione Prada di Venezia, a cura di Germano Celant

Dalla mostra ‘Jannis Kounellis’ alla Fondazione Prada di Venezia, a cura di Germano Celant

Francesco Micheli trascorre il periodo di isolamento in una casa in mezzo a un bosco, non lontana dal capoluogo lombardo. Ha rimesso le mani sul pianoforte, repertorio classico e jazz. Finanziere, mecenate, agit-prop, Micheli incrocia i mondi – impresa, cultura, musica, innovazione, sperimentazione. «Le esagerazioni devono cedere il passo al buon senso. Temo che continuerà a crescere un’illusione diffusa, la ‘startappizzazione’ a vanvera che illude tanti ragazzi. Milano è la mia città adottiva. Spero che esca al più presto da questo passaggio che ha messo in luce diverse lacune nel suo tessuto sociale e immaginario. Il prezzo da pagare è alto. Non posso negare che la città si sia resa un po’ antipatica al resto del Paese, per l’eccesso di marketing e una certa retorica sull’onda del post-Expo. Ci vuole ora umiltà». Francesco Micheli parla su un ragionamento preciso: «Siamo davanti a una svolta, maggiore di quella del dopoguerra. C’era già bisogno di una rinascita e non solo economica, di una spinta energetica corale. ‘Rinascente’, parafrasando d’Annunzio. Non si deve perdere questo appuntamento con la storia. L’avvicendamento di generazioni più giovani in posti chiave sarà accelerato dalla pandemia da Covid. Siamo indietro a livello digitale, nello sviluppo tecnologico, nelle infrastrutture. Un terzo dei ragazzi italiani non possiede un computer. Un quarto della popolazione non è raggiunto dalla fibra ottica. Alla ricerca e al mondo della cultura si devolve meno dell’1% del PIL. L’ascensore sociale si è inceppato, può solo scendere. Si può anche trovare una ragione di ottimismo. Non potrà che piovere denaro per fare ripartire la macchina – non solo italiana ma europea. Arriverà qualcosa di simile a un Piano Marshall che, se ben gestito, tra le priorità speriamo rimetta al centro il discorso culturale.

Era la cultura, nel passato, a sancire l’affermazione borghese. Quella bourgeoisie generatasi nell’Europa del nord ai primi del Settecento e arrivata alla ribalta politica grazie alla Rivoluzione Francese alla fine del Secolo dei Lumi, che sanciva così la propria essenza: cultura per lo sviluppo delle scienze, per l’industrializzazione emergente, per affermare uno status positivo. Nei primi anni Sessanta, la nazionalizzazione dell’energia elettrica distrusse il risparmio delle famiglie borghesi che lì avevano concentrato buona parte dei propri patrimoni. Oggi è la borghesia a ribellarsi contro le élite culturali, a dismettere la cultura di chi sa di più. Come un tempo si tacciava di essere fascista chiunque fosse portatore di una diversa maniera di pensare, oggi si accusa gli altri di essere ‘radical chic’. Il sovranismo dilaga e ammalia il ceto medio impoverito – mentre nel parlamento comunitario di Bruxelles si ripete la contrapposizione tra nord e sud, una divaricazione lontana da quell’afflato comune propugnato dai padri dell’Unione, da De Gasperi ad Adenauer. Come diceva Montanelli, l’idea nazionale coesiva dell’Italia è un’illusione, simile a quella di un’Europa unita. Nelle ultime quarantott’ore, la polverizzazione del prezzo del greggio provoca ripercussioni in Russia, Venezuela e Iran. Le petroliere saudite stracariche sono già pronte al largo degli Stati Uniti.

Francesco Micheli è nato a Parma da un padre compositore e docente di conservatorio al Verdi di Milano e da una madre che era stata sua allieva, la classica signorina di buona famiglia. In ricordo del padre, nel 1994, con Luciano Berio, Maurizio Pollini e Gae Aulenti ha promosso un concorso pianistico internazionale. Micheli è esce da un ceto medio radicato in una tradizione culturale e civile. La frequentazione culturale e la pratica musicale sono state il contrappunto di un successo professionale nel campo dell’alta finanza e dell’imprenditoria. Il denaro non lo demonizza, Micheli, ma non si fa catturare dal dio che lo rappresenta. Difficile oggi, sottolinea, raggiungere una vera indipendenza e incidenza sociale se scarseggia. Il denaro non è il fine ultimo o un’arma di potere, ma un mezzo di libertà intellettuale. Fu sua madre a decidere che in età scolare non si dovesse dedicare completamente alla musica – un musicista in casa era sufficiente. Micheli resta musicista, prima che protagonista della scena finanziaria.

«Prima che scattasse la quarantena – continua Micheli – ho accettato di occuparmi di Ferrara Musica, rassegna varata da Claudio Abbado nel 1989. Mi ci ha indirizzato Vittorio Sgarbi, Presidente di Ferrara Arte. Oggi, in questa contingenza, il sindaco leghista di Ferrara, come molti altri suoi colleghi anche di diverso credo politico, ha altro da fare che occuparsi della programmazione culturale della città estense. Nel 2005 ho creato e diretto MiTo, un ponte musicale che univa Milano e Torino in un palcoscenico musicale, un po’ come i Proms a Londra, che ha riscosso un’affermazione di pubblico e critica per nove anni. MiTo era una rassegna no-profit di alto livello, rivolta a una audience trasversale. Ho chiuso dopo 9 anni, nel 2015, senza rimpianti, lasciando alle mie spalle un congegno funzionante e i budget in ordine, anche se con finanziamenti pubblici dimezzati rispetto alla partenza. In molti hanno pensato che abbandonavo la mia creatura per presentarmi alle primarie. Altri mi davano pronto a presentarmi quale successore di Lissner alla carica di Sovrintendente alla Scala. Non erano questi i miei programmi. Sono stato vicino a Cesare de Michelis e alla sua Marsilio di cui ero socio paritetico. Siamo piccoli azionisti del gruppo editoriale GeMS, guidata da Stefano Mauri. Si dice che io abbia finanziato la nuova avventura editoriale di Elisabetta Sgarbi, la casa editrice La Nave di Teseo, pensata con Umberto Eco: ne ho solo dato asilo nell’edificio in cui abito, a Milano, di fianco al Castello. Umberto Eco e Guido Rossi erano amici. Nutro stima per Elisabetta nel suo lavoro e per il nume tutelare Mario Andreose – ma seguendo una mia regola preferisco entrare in dinamiche dove la direzione nasca da un dialogo piuttosto che sull’eco di una singola voce. Ho deciso un anno fa di rinunciare alla Presidenza dell’Accademia pianistica di Imola. L’indirizzo intrapreso dall’istituzione non mi piaceva. Non amo i compromessi: se una cosa non mi va più, riprendo la mia libertà e augurando ogni bene a chi resta».

Milano, foto di Filippo Ferrarese

Milano in uno scatto di Filippo Ferrarese

Francesco Micheli, come ha affermato più volte tra il serio e il faceto, ogni sette anni in media ama cambiare mestiere. Una rarità nel paese dell’immobilizzo sediario a oltranza. Inizia a lavorare in Borsa molto giovane, nel 1960, allievo dell’operatore Aldo Ravelli. Si trasferisce a Roma passando all’Imi. Torna a Milano, per intraprendere con Cefis, Corsi, Cuccia e Maranghi la battaglia vittoriosa contro Sindona per il controllo della Bastogi, allora centro di potere. Gestisce poi le partecipazioni del colosso Montedison. Nel 1985 la scalata alla BI-Invest dette la scossa al capitalismo italiano. Il cursus honorum segna il bis con la Fondiaria, cui fa seguito il rilancio della Casa d’Arte Finarte, quotata in borsa e poi lasciata dopo pochi anni, e la creazione di Sviluppo Finanziario ceduta poi a Ing, il gigante bancario olandese che ne fece la sua base italiana. Quindi l’operazione che portò la RAS assicurazioni ad Allianz, e-Biscom, Fastweb e il sogno utopico rivolto all’infanzia della catena di giocattoli di design ecosostenibile Città del Sole. Nel 2003 arriva la nuova svolta nel campo della genomica, business affacciato allo sviluppo delle biotecnologie con Genextra SpA, di cui è Presidente e CEO, lanciata con Umberto Veronesi. È la creatura di Micheli imperniata sulla ricerca, che investe in iniziative biotech mirate all’identificazione di molecole innovative capaci di migliorare la qualità della vita o di curare gravi malattie, come fa la controllata Intercept, quotata con successo al Nasdaq.

Micheli può esser considerato il perno del CDA della Scala di Milano. Le sue prese di posizione anche polemiche nel difendere il prestigio artistico, l’identità e l’imprinting qualitativo della Scala, hanno riempito le pagine dei quotidiani. L’anno scorso ha portato il consiglio di amministrazione a sbarrare all’unanimità la strada al principe erede saudita Moḥammad bin Salmān: un finanziamento di 15 milioni in cinque anni avrebbe inteso all’ingresso anche al principe Badr – altro membro della famiglia reale saudita – sotto accusa per ripetute violazioni dei diritti umani (lo stesso principe si dice abbia appena acquistato il club calcistico britannico Newcastle). Un progetto controverso, condotto dall’ex sovrintendente Alexander Pereira, su informazioni opinabili che, pur nell’esortazione alla trasparenza, non sembrava essere sgradito al sindaco Sala.

Resta negli annali il rapporto dialettico col Sovrintendente Lissner e il contenimento della ‘esuberanza’ del suo successore Pereira, sostenuti dal sindaco Pisapia. «Non mi ero offerto a candidato alla successione di Lissner – come volevano i rumors amplificati dalla stampa nazionale e dai gossip meneghini. Mi ero reso disponibile a tenere botta per qualche mese, in un Teatro che funziona perfettamente ‘da solo’, per il tempo necessario a scovare un Sovrintendente adatto, che non vedevo in Pereira, a mio parere troppo lontano dalla cultura gestionale e artistica della Scala. Tanto che alla recente scadenza del suo mandato mi sono opposto alla proroga che richiedeva. È noto che la mia scelta cadeva su Carlo Fuortes, ma un veto politico lo ha impedito e mi ha portato a sostenete Dominique Meyer, bravo, misurato – si è presentato con un programma coerente con La Scala. La Scala è un ‘teatro di stagione’ che significa una programmazione che possa prevedere la produzione degli spettacoli, on prove e tempi tecnici. Diverso è il ‘teatro di repertorio’ – la maggioranza al mondo, da Vienna, a Berlino a New York con decine di titoli nel cartellone annuale: un direttore arriva all’ultimo, indossa il frack e dirige, tanto tutti nell’orchestra sanno suonare. Per La Scala la cifra, il numero massimo compatibile, è attorno ai dodici titoli per poterli preparare e realizzare come pretendeva Toscanini, fino a Giulini, Abbado e Muti. Per la Scala vale sempre la pena di combattere, anche con occhio attento a evitare sprechi, inefficienze e sovracosti».

La Vigna di Leonardo a Milano

La Sala dell’Ermellino si trova sopra la Vigna di Leonardo, che si estende per circa 8300 metri quadrati, come risulta anche dagli schizzi di Leonardo stesso. Il Moro regalò la Vigna a Leonardo da dopo che ebbe ritratto la sua amante Cecilia Gallerani, ‘La Dama con l’ermellino’. Ph. Sara Prencipe

Francesco Micheli è un mecenate. Nella sua Sala dell’Ermellino, costruita accanto agli uffici operativi, si svolgono concerti, recital pianistici cui partecipano amici e la società milanese. «I mecenati di oggi sono paragonabili ai capitalisti del Novecento che hanno creato i più grandi musei statunitensi. Mecenati oggi possono esserlo i colossi francesi – conclude Francesco Micheli – LVMH e il Kering Group della famiglia Pinault. Io non posso né voglio pensare di competere con loro e con la disponibilità finanziaria delle loro Fondazioni. Da noi, Prada e Banca Intesa sono buoni riferimenti. Su un altro piano, in Italia si dovrebbe anche poter pensare in piccolo, un raffinato e puntuale che è incubazione di successivi macro-sviluppi. Un po’ come Richard Florida, oggi non tanto alla moda, che teorizzava sul valore della presenza di una creative class attiva nei Paesi. In fondo le corti rinascimentali italiane, accanto a quella vaticanense, agivano così: minute tessere singole di un mosaico interconnesso. Fucine di idee e civiltà, ognuna connotata sul concetto del bello, che allargando il proprio operato a cerchi concentrici, coinvolgono un numero maggiore di persone. Un passo dopo l’altro l’esempio si incarna in una piattaforma di sistema. Audere semper, come si fa nella gestione imprenditoriale, applicando metodi e regole certe, valorizzando al massimo quel fattore ‘tempo’ che in Italia si è sempre più andato perdendo, negli ultimi anni».

In questi giorni Micheli rivede vecchi film, Lubitsch e Billy Wilder, il Don Giovanni di Joseph Losey con le sue evocazioni palladiane, i pasoliniani Edipo re e il Decamerone – un testo letterario che calza alla situazione attuale. «Ho riletto episodi dell’opera di Boccaccio – racconta –, ambientata all’epoca della peste nera del 1348, un’epidemia che distrusse mezza Europa e cambiò la situazione politico-economica del continente – l’intero mondo di allora. Sono tornato agli amori del liceo classico, che ho frequentato al Beccaria, dopo il Collegio San Carlo a Milano. Nei testi letterari, da amante della musica, cerco il suono, il senso armonico delle parole, del periodare. La dinamica incalzante degli endecasillabi. I tre libretti che Da Ponte, avventuriero dalla vita romanzesca piena di colpi di scena e viaggi allora impensabili, ha inventato per Mozart, sono espressione del sovrapporsi di ritmiche: il finale del primo atto del Don Giovanni presenta la polifonia delle tre orchestre, una sul palcoscenico, che suonano assieme tre ritmi diversi, come avrebbe potuto inventare poi Stravinskji. Sfoglio le monografie Rizzoli sui grandi pittori, volute dal caro amico di un dì, Mario Spagnol, che non prendevo in mano da almeno vent’anni. Riscopro scritti di storici e letterati, che ancor oggi indicano strade tutte da percorrere, territori d’indagine che vorrei aver esplorato meglio. Le arti figurative – aggiunge Francesco Micheli, collezionista – avrei voluto approfondire il mio livello di studio e comparazione – ma si dovrebbe avere sette vite. Non sono un collezionista passivo, interagisco con le opere che scelgo, imparo da loro che sono per me simili ai migliori compagni di vita».